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Il fascismo è incompatibile con l’ordine democratico, e l’antifascismo è il cuore della Costituzione

15 June 2026 at 03:45

Torna periodicamente, soprattutto negli ambienti culturali e intellettuali, una tesi che si presenta come una difesa della libertà ma che finisce per smarrire il senso della nostra storia repubblicana. Secondo questa impostazione, chiedere l’adesione ai valori antifascisti costituirebbe una forma di conformismo ideologico, una professione di fede incompatibile con il pluralismo democratico.

È una tesi che merita rispetto. Ma è una tesi sbagliata. L’errore consiste nel considerare l’antifascismo una delle tante opinioni politiche possibili. Non lo è.

L’antifascismo non è una corrente culturale. Non è una preferenza ideologica. Non è una posizione che sta sullo stesso piano del liberalismo, del socialismo, del conservatorismo o di qualsiasi altra tradizione politica.

L’antifascismo è il fondamento storico e costituzionale della Repubblica italiana. La Costituzione non nasce dall’incontro tra fascismo e antifascismo. Non è il risultato di una mediazione tra due culture politiche equivalenti. Nasce dalla sconfitta del fascismo. Nasce dalla Resistenza. Nasce dalla volontà di impedire che possano ripetersi la soppressione delle libertà politiche, il partito unico, le leggi razziali, il carcere per gli oppositori, il controllo dell’informazione, la subordinazione delle istituzioni a un uomo solo al comando.

Per questa ragione la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta espressamente la riorganizzazione del partito fascista. Non esiste una disposizione analoga contro altre idee politiche. Non è un dettaglio giuridico. È una scelta consapevole dei Costituenti.

Il fascismo non fu considerato un semplice avversario politico da battere nelle urne. Fu giudicato incompatibile con l’ordine democratico.

Naturalmente ogni forma di discriminazione arbitraria deve essere respinta. Nessuno dovrebbe essere escluso da uno spazio culturale per le proprie idee legittimamente espresse. Ma una cosa è pretendere l’adesione a una specifica linea politica. Altra cosa è richiedere il riconoscimento dei principi costituzionali che rendono possibile la convivenza democratica.

Nessuno si scandalizzerebbe se una manifestazione culturale chiedesse il rispetto della dignità della persona, il rifiuto del razzismo, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il pluralismo delle opinioni o il ripudio della violenza politica. Eppure tutti questi principi appartengono a quel patrimonio storico, morale e giuridico che chiamiamo antifascismo.

Abbiamo creduto troppo a lungo che il fascismo appartenesse definitivamente al passato. Abbiamo pensato che la democrazia fosse ormai irreversibile. Abbiamo considerato superfluo ricordare da dove provenissero le nostre libertà. Abbiamo dato per scontato ciò che scontato non è mai stato. Emilio Lussu, Sandro Pertini, Ferruccio Parri e tanti altri protagonisti dell’antifascismo democratico sapevano bene che la libertà non è una conquista definitiva. Non lo avevano appreso nei libri. Lo avevano imparato nelle carceri, al confino, nella clandestinità, nella lotta contro la dittatura. Sapevano che la democrazia non si difende da sola.

I liberali italiani degli anni Venti commisero un errore storico che non dovremmo dimenticare. Considerarono il fascismo un fenomeno transitorio, una forza politica come le altre, destinata a essere assorbita dalle regole della normale competizione democratica. Quando compresero che non era così, era ormai troppo tardi.

Karl Popper chiamò tutto questo il paradosso della tolleranza. Una società che tollera senza limiti anche coloro che vogliono distruggere la tolleranza finisce inevitabilmente per perdere entrambe. Per questo la democrazia deve riconoscersi il diritto di difendersi dai propri nemici. Non si tratta di limitare la libertà. Si tratta di proteggerne le condizioni di esistenza.

L’antifascismo non è una fede da imporre. Non è un’etichetta identitaria da esibire. Non è una parola da usare come arma contro gli avversari. È il nome storico della scelta compiuta dalla Repubblica italiana quando decise che la libertà, il pluralismo, la dignità della persona e la democrazia non sarebbero mai più stati negoziabili.

Per questo l’antifascismo non è un’opinione. Perché il fascismo non fu un’opinione tra le altre. Fu la negazione del diritto degli altri ad averne una.

C’è qualcosa di inquietante nel fatto che, a ottant’anni dalla stesura della nostra Costituzione, si avverta la necessità di spiegare queste cose.

Non stiamo discutendo di interpretazioni storiche controverse. Non stiamo riaprendo dibattiti storiografici legittimamente aperti. Stiamo ribadendo principi che, fino a non molti anni fa, sembravano patrimonio condiviso di ogni persona di buona volontà, indipendentemente dalla propria collocazione politica. Princìpi che attraversavano trasversalmente la destra e la sinistra, il laicismo e il cattolicesimo democratico, il liberalismo e il socialismo. L’antifascismo come base minima, come pavimento sotto i piedi, come ciò che non si discute perché è la condizione del discutere tutto il resto.

Che oggi quel pavimento sembri tremare non è una questione accademica. È il segnale che qualcosa, nel modo in cui abbiamo trasmesso la memoria e custodito le istituzioni, non ha funzionato come avrebbe dovuto. Le generazioni che avevano vissuto il fascismo sulla propria pelle portavano quella consapevolezza nel corpo, non solo nella mente. Con la loro scomparsa, abbiamo ereditato le parole senza il peso che le parole portavano.

Forse è questo il vero nodo. Non la malafede di chi mette in discussione l’antifascismo, ma la fragilità di chi lo dava per acquisito senza curarsi di trasmetterlo. La Repubblica ha ottant’anni. È ancora giovane, per una democrazia. Ed è abbastanza vecchia da sapere che nulla si conserva da solo.

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La Rai che insegue i numeri rinuncia alla propria missione

8 June 2026 at 04:57

La Rai è, per dimensioni, risorse, patrimonio archivistico e capacità di diffusione, la più grande azienda culturale italiana. Nessun museo, nessuna università, nessuna fondazione raggiunge ogni giorno un numero di cittadini paragonabile a quello del servizio pubblico radiotelevisivo.

Proprio per questo il giudizio sulla sua linea editoriale attuale non può che essere severo.

Il problema della Rai non è la mancanza di mezzi. Non è la carenza di professionalità. Non è nemmeno l’assenza di una domanda culturale da parte del pubblico. Il problema è l’assenza di una visione all’altezza della funzione.

Ma prima di parlare di visione, bisogna parlare di struttura. Perché il declino non è cominciato con l’ultima governance, né con la precedente. È cominciato quando si è deciso di riformare l’organizzazione interna delle reti copiando, frettolosamente e senza la stessa cura, il modello dei generi adottato da France Télévisions.

La Rai aveva risolto il tema della differenziazione editoriale in modo anomalo rispetto al resto d’Europa. Le tre reti generaliste possedevano identità riconoscibili, linguaggi distinti, pubblici differenti. Non era necessariamente un modello virtuoso, e certamente era condizionato dagli equilibri politici del tempo. Tuttavia, consentiva ai cittadini di sapere cosa aspettarsi da ciascuna rete e permetteva la coesistenza di sensibilità culturali diverse all’interno del servizio pubblico.

La creazione dei generi trasversali ha progressivamente dissolto queste identità. La programmazione si è sganciata dalle reti, le responsabilità editoriali si sono frammentate e i palinsesti hanno perso coerenza. Le reti hanno smesso di rappresentare visioni culturali riconoscibili e sono diventate contenitori sempre più simili tra loro.

Il pubblico ha smesso di identificarsi con una proposta editoriale precisa. E le televisioni commerciali, insieme alle piattaforme digitali, hanno occupato parte dello spazio lasciato libero.

Non è stata soltanto una riforma organizzativa. È stata una resa culturale.

Da lì in poi la rincorsa agli ascolti è diventata il criterio dominante. Ma un servizio pubblico non nasce per vincere la gara dello share. Nasce per fare ciò che il mercato non fa e non ha interesse a fare: divulgazione scientifica, patrimonio storico e artistico, letteratura, teatro, musica, pensiero critico. Il luogo della complessità, non della semplificazione.

Invece, la Rai appare oggi schiacciata tra due dipendenze. Quella politica, che si manifesta attraverso una governance che cambia con le maggioranze. Quella commerciale, che si manifesta attraverso la ricerca continua del consenso immediato. È una doppia subordinazione che svuota la funzione stessa del servizio pubblico.

Eppure, la Rai dispone ancora di tutto ciò che serve: competenze, archivi, reti territoriali, capacità produttiva, risorse garantite dal canone. Manca una strategia culturale. Non un palinsesto. Una strategia.

La domanda da porsi è semplice: quale idea di cittadinanza sta promuovendo oggi la Rai? Perché la Rai non dovrebbe chiedersi come assomigliare alle televisioni commerciali. Dovrebbe chiedersi perché esiste. E la risposta non può essere lo share. La risposta è nella sua natura di servizio pubblico: formare cittadini più consapevoli, più informati, più liberi.

Per decenni la Rai ha contribuito a costruire l’identità culturale del Paese. Ha alfabetizzato, informato, raccontato l’Italia a sé stessa, accompagnandone trasformazioni, contraddizioni e speranze.

Oggi il rischio è che si limiti a inseguire il pubblico invece di guidarlo, a misurare il proprio valore con lo share invece che con l’impatto culturale che produce. E per un servizio pubblico questa non è un’evoluzione. È una rinuncia.

Se la più grande azienda culturale italiana rinuncia alla propria missione, il problema non riguarda soltanto la televisione. Riguarda la qualità della nostra democrazia. Perché quando il servizio pubblico smette di formare cittadini e si limita a intrattenere consumatori, non siamo di fronte soltanto a un fallimento editoriale.

Siamo di fronte a un fallimento culturale e democratico.

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