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“PMA per tutte”, al via la raccolta firme della Coscioni per una legge di iniziativa popolare: “Basta discriminazioni contro single e coppie di donne”

11 June 2026 at 17:53

Cinquantamila firme certificate in sei mesi. Sono le sottoscrizioni che serviranno per il deposito in Parlamento della legge di iniziativa popolare “PMA per tutte”, lanciata dall’associazione Luca Coscioni, con l’obiettivo di aggiornare la legge 40 del 2004 e rimuovere gli ostacoli normativi ancora presenti, per garantire l’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita a tutte le persone, indipendentemente dallo stato civile, dall’orientamento sessuale e in tutte le condizioni di salute in cui non siano possibili altri rimedi.

Di fronte allo scoglio dell’articolo 5 della stessa legge 40, che prevede che possano accedere a queste tecniche solo le coppie di sesso diverso, stabilmente conviventi o sposate, lo scorso anno Evita, una donna torinese single di 40 anni che si era vista negare il suo desiderio di maternità, aveva deciso di fare ricorso. Il Tribunale di Firenze ha rilevato la violazione dei suoi diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e trasmetto gli atti alla Corte costituzionale. Si è così espressa la Consulta, che ha mantenuto il divieto, ma aperto all’intervento del Parlamento, precisando come “non sussistono ‘impedimenti costituzionali’ a una eventuale estensione”.

Serve però che a muoversi siano Camera e Senato, ma, come ricordato dalla segretaria dell’associazione Coscioni, Filomena Gallo, negli anni “sono cambiate le legislature, i governi, ma è sempre mancata la volontà politica”. Anzi, l’attuale maggioranza di destra, ha ricordato, ha lavorato per inasprire i divieti ancora in vigore, con l’introduzione della legge Varchi, la legge che definisce la maternità surrogata reato universale: “Un divieto che ha colpito soprattutto i nati, dando instabilità nei rapporti con i genitori, mentre fino ad oggi nessuna persona è stata rinviata a giudizio e ci sono stati tutti decreti di archiviazione. E mentre in 71 Paesi la Gpa è invece legale”.

“Oggi in Italia il desiderio di avere un figlio continua a essere condizionato dallo stato civile o dall’orientamento affettivo delle persone. È una discriminazione che costringe ogni anno molte donne a recarsi all’estero per accedere alla PMA, e in altri casi a rinunciare o a ricorrere al mercato nero. Con questa raccolta firme chiediamo che anche in Italia sia garantito un accesso equo alla procreazione medicalmente assistita, senza discriminazioni”, hanno precisato nel corso di una conferenza stampa a Roma, la stessa Filomena Gallo e Francesca Re, coordinatrice della campagna “PMA per tutte”.

“Dopo vent’anni di battaglie che hanno cambiato la legge 40 e restituito diritti a migliaia di persone, chiediamo alla politica di fare la propria parte. Non è accettabile che donne single e coppie di donne siano ancora costrette a spostarsi all’estero per realizzare un progetto di famiglia che potrebbe essere legittimamente realizzato anche in Italia”.

Al momento, ha spiegato l’associazione Coscioni, in 13 Paesi, tra cui l’Italia, l’accesso alla PMA è vietato alle donne single e resta limitato alle sole coppie, in alcuni casi solo dello stesso sesso, in altri anche di sesso diverso. Oltre al nostro Paese, sono Albania, Armenia, Azerbaigian, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Lituania, Polonia, Principato di Monaco, Repubblica Ceca e Slovacchia a prevedere l’accesso alle sole coppie eterosessuali, mentre l’Austria e la Svizzera lo prevedono per tutte le tipologie di coppia, senza alcuna distinzione in base all’orientamento sessuale.

Al contrario, in 32 Paesi europei la PMA è già legalmente accessibile anche alle donne single. Tra questi Paesi, alcuni la permettono insieme anche a coppie omogenitoriali ed eterogenitoriali, come nel caso di Francia, Spagna, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi. Altri Paesi permettono invece la PMA per donne single e solo coppie eterogenitoriali, come Bielorussia, Cipro, Grecia, Lettonia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Russia, Serbia, Ucraina.

Alla campagna “PMA per tutte” hanno già aderito decine di associazioni, in modo trasversale: “È grazie al loro sostegno che sarà più complesso per il Parlamento, una volta raggiunte le 50mila firme, tentare di ignorare la nostra proposta. E sarà con il loro supporto che spingeremo per la calendarizzazione e la discussione”, ha rivendicato Alice Spaccini dell’associazione Coscioni. Ma il lavoro “proseguirà anche nei tribunali”, ha ricordato Gallo, “perché chiediamo norme giuste che rispettino le scelte degli italiani. Il sentire dei cittadini è diverso dal sentire politico. La società è già più avanti”.

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I diritti sono di tutti (anche dei palestinesi e dei senegalesi)

5 June 2026 at 03:45

L’organizzazione del Roma Pride, previsto per il 20 giugno, ha negato la partecipazione del carro dell’associazione Lgbtqia+ ebraica Keshet Italia per «non aver preso e non intendere prendere le distanze dal genocidio in corso a Gaza ma, anzi, […] fare un non condivisibile distinguo lessicale». A quanto pare, la questione chiave è proprio la parola genocidio: un genocidio che, al momento, è ipotesi nelle prime fasi di istruttoria all’Alta corte di giustizia dell’Onu, mentre è escluso dall’impianto accusatorio della Corte penale internazionale contro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della difesa Yoav Gallant. Sembra che, invece, postulare che non solo vi sia stato un genocidio, ma che sia ancora “in corso”, senza dubbi o sfumature, sia il necessario requisito di accettabilità per accedere a spazi condivisi.

Tutto questo, mentre la repressione delle persone Lgbtqia+ continua ovunque, anche a opera di chi dice di rappresentare la causa palestinese. Che a Gaza, dove Hamas governava e nelle zone in cui ancora impone il suo regime, l’omosessualità sia vietata e le persone omosessuali imprigionate, torturate e assassinate è ampiamente noto. Ma anche in Cisgiordania la situazione è molto difficile: come risulta dal rapporto presentato dalla Ong Un Watch al Consiglio Onu per i diritti umani il 3 marzo 2021, pur non essendovi specifiche disposizioni di legge, le persone omosessuali subiscono violenze e intimidazioni tanto in ambito famigliare quanto da parte delle autorità e delle forze di polizia. Né sembra che la situazione sia destinata a migliorare: l’ultima bozza di costituzione della Palestina, approvata dall’Anp nel febbraio scorso, stabilisce che la Sharia è una fonte primaria del diritto (art. 4.2) e, anche se proclama la non discriminazione per genere, non fa parola dell’orientamento sessuale. L’articolo 59.1 stabilisce esplicitamente che «la famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna è l’unità primaria della società».

Chiaramente, notare questi comportamenti da parte delle autorità palestinesi non implica affatto che non si possa essere solidali con la popolazione di Gaza e Cisgiordania. Ma se, come nel documento politico del Pride Roma 2026, si esprime solidarietà «a tutt3 coloro che nel mondo vivono sotto guerra, repressione e oppressione», questa solidarietà non può essere cieca di fronte alla repressione e oppressione che viene esercitata verso le persone Lgbtqia+. Sintomatica, anche, la completa omissione sulla terribile situazione in Senegal, dove l’omosessualità è messa fuori legge e le persone omosessuali vengono imprigionate o persino linciate, in nome di una purezza dei costumi locali contro le nefaste influenze occidentali.

La rimozione strumentale di queste diffuse, gravi e persistenti violenze, in fondo, manifesta la riedizione di un complesso di superiorità verso popoli considerati a un livello di sviluppo inferiore, tale da non rendere necessaria l’adesione agli stessi standard morali e il rispetto degli stessi diritti fondamentali.

Basterebbe, per chiarire che i diritti sono universali, aggiungere un paragrafo di questo tenore: «Denunciamo anche il fondamentalismo e la criminale discriminazione delle persone Lgbtqia+ da parte di molte organizzazioni che sostengono di rappresentare il popolo palestinese e la sua causa, nonché l’omotransfobia diffusa, che in molti casi ha forza di legge e si spinge fino all’assassinio sistematico di persone Lgbtqia+».

Il fatto che non vi sia traccia di questi temi mostra che il Pride 2026, nella sua edizione romana, è ostaggio di una visione dogmatica e settaria, che ha rinunciato all’inclusività e che, ormai, non è più il posto per chi vuole difendere davvero i “diritti di tutt3”.

Nane Cantatore
Valerio Federico
Enzo Cucco
Anna Paola Concia
On. Benedetto Della Vedova
On. Roberto Giachetti
Sen. Ivan Scalfarotto
Gastone Breccia
Marco Taradash
Mauro Suttora
On. Mauro Del Barba
On. Enrico Borghi
Davide Romano
Nicola Bergoglio, tesoriere di Certi Diritti

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