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Received — 7 June 2026 L'Antidiplomatico

Missili sull'asse Israele-Iran. Trump chiama Netanyahu: non rispondere agli attacchi

 

Mentre i sistemi di difesa israeliani intercettano l'ennesima pioggia di missili iraniani, la tensione tra Tel Aviv e Teheran raggiunge livelli critici. L'esercito iraniano ha lanciato un duro ultimatum: Israele deve cessare immediatamente le operazioni in Libano o prepararsi a subire "colpi ancora più duri". Secondo Teheran, i raid israeliani sui sobborghi meridionali di Beirut e l'intensificazione dell'offensiva nel sud del Paese hanno ormai oltrepassato "tutte le linee rosse".

 

Sul fronte diplomatico, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha fatto sapere di aver accettato una proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ma a una condizione tassativa: deve trattarsi di una tregua totale "su tutti i fronti".

 

Una possibilità che si scontra con le posizioni più radicali interne al governo israeliano; il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha infatti liquidato ogni scenario di distensione dichiarando perentorio: "Teheran deve bruciare".

L'appello di Trump: "Tornate al tavolo dei negoziati"

In questo clima infuocato si inserisce l'intervento di Donald Trump. Parlando ai microfoni di Fox News, ha esortato l'Iran a fermare le ostilità e a riprendere i colloqui, avvertendo che nuovi raid contro Israele rischierebbero di far saltare definitivamente qualsiasi trattativa.

"Quello che suggerirei all'Iran è questo: avete lanciato i vostri missili, ora basta. Tornate al tavolo delle trattative e trovate un accordo", ha dichiarato Trump, precisando inoltre di non aver gradito i bombardamenti israeliani della mattinata su Beirut.

Trump annuncia ai media che chiamerà Netanyahu, dicendogli di non rispondere

Diverse testate giornalistiche, tra cui Axios e il Canale 12 israeliano, riportano che Donald Trump avrebbe detto loro di aver chiamato Benjamin Netanyahu per dirgli di non rispondere agli attacchi iraniani.

Il giornalista di Axios Barak Ravid ha dichiarato a X che Trump gli avrebbe anche detto di essere "molto vicino" a raggiungere un accordo con l'Iran per porre fine definitivamente alla guerra, aggiungendo di non volere che il processo diplomatico "esplodesse" a causa dell'attacco iraniano a Israele.

"Gli attacchi iraniani non hanno ferito nessuno. Spero che Israele non reagisca. Se Bibi li colpisse a sua volta, la situazione si ripeterebbe come negli ultimi 47 anni, o negli ultimi 3.000 anni", ha detto Trump, secondo quanto riportato da Axios.

Attacco israeliano a Beirut, l’Asse della Resistenza avverte Tel Aviv

L’attacco aereo israeliano contro la periferia sud di Beirut riaccende le tensioni regionali e mette in discussione la fragile tregua raggiunta nei giorni scorsi tra Libano e Israele con la mediazione degli Stati Uniti. Diversi missili lanciati dall’aviazione israeliana hanno colpito un edificio residenziale nell’area di Tahwitat al-Ghadir, nel cuore della Dahieh, quartiere densamente popolato e tradizionale roccaforte della resistenza libanese. Secondo un bilancio preliminare, il raid ha provocato la morte di due civili e il ferimento di almeno undici persone. L’operazione è stata rivendicata dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dal ministro della Sicurezza Israel Katz, mentre i media israeliani hanno riferito che l’amministrazione Trump era stata informata preventivamente dell’attacco.

Il bombardamento arriva pochi giorni dopo l’annuncio di un accordo di cessate il fuoco raggiunto in linea di principio tra il governo libanese e Israele nel corso di colloqui trilaterali tenutisi a Washington con la mediazione statunitense. L’intesa, tuttavia, continua a suscitare forti contestazioni all’interno del Libano, dove numerose forze politiche e ampi settori dell’opinione pubblica respingono qualsiasi forma di negoziato diretto con Tel Aviv. Anche Hezbollah ha preso le distanze dall’accordo. Il segretario generale del movimento, Naim Qassem, ha ribadito che la resistenza non ha assunto alcun impegno a cessare le proprie operazioni contro Israele. Giovedì scorso il gruppo ha annunciato la distruzione di due carri armati Merkava israeliani nel sud del Libano, presentando l’azione come una risposta alle continue violazioni della tregua da parte israeliana. Durissima la reazione dell’Iran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il bombardamento di Beirut una grave aggressione e ha ricordato che Teheran aveva già avvertito tutte le parti coinvolte che non avrebbe tollerato un attacco contro la capitale libanese o la sua periferia meridionale.

Secondo Araghchi, l’Iran era pronto a colpire direttamente Israele qualora le minacce contro Beirut si fossero concretizzate. Toni ancora più espliciti sono arrivati dal portavoce della Commissione parlamentare iraniana per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, Ebrahim Rezaei, che ha promesso una risposta “forte e dolorosa” all’attacco israeliano, accusando il governo di Tel Aviv di agire come un “cane rabbioso” che deve essere fermato. Anche Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida Suprema iraniana, ha avvertito che le forze missilistiche della Repubblica Islamica sono pronte a mettere in campo una deterrenza più ampia nel caso di ulteriori attacchi contro Beirut.

L’episodio conferma come il cessate il fuoco promosso da Washington appaia estremamente fragile. Mentre Israele continua le operazioni militari e la resistenza libanese rivendica il diritto di rispondere alle incursioni, cresce il rischio che il Libano torni a essere uno dei principali fronti di confronto tra Israele e l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’intera regione.


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Operazione speciale della Cina a est di Taiwan

Pechino ha avviato una speciale operazione di controllo del traffico marittimo nelle acque a est dell’isola di Taiwan, una mossa che le autorità cinesi ritengono necessaria per tutelare la sicurezza della navigazione, rafforzare le capacità di pattugliamento in mare aperto e difendere la sovranità nazionale. Secondo l’agenzia Xinhua, all’operazione partecipano diverse strutture dell’amministrazione marittima cinese, tra cui le autorità di sicurezza marittima delle province del Fujian e del Guangdong, oltre a organismi specializzati nel supporto alla navigazione e nelle operazioni di soccorso nel Mar Cinese Orientale.

Pechino collega direttamente l’iniziativa alla recente decisione di Giappone e Filippine di avviare negoziati sulla delimitazione delle aree marittime a est di Taiwan. Per il governo cinese, tali colloqui rappresentano una violazione dei diritti sovrani della Repubblica Popolare, poiché riguardano acque che la Cina considera parte della propria zona economica esclusiva e della propria piattaforma continentale. La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha ribadito che qualsiasi negoziato riguardante le acque a est di Taiwan non può prescindere dalla partecipazione di Pechino. Secondo la diplomazia cinese, l’avvio unilaterale delle trattative da parte di Tokyo e Manila costituisce una grave violazione del diritto internazionale e delle norme fondamentali che regolano le relazioni tra Stati.

La questione si intreccia inevitabilmente con il dossier taiwanese. Mao Ning ha ricordato che “entrambe le sponde dello Stretto appartengono a un’unica Cina” e che la difesa della sovranità territoriale e dei diritti marittimi rappresenta una responsabilità comune per tutti i cinesi. Parallelamente, il Ministero della Difesa dei secessionisti di Taiwan ha segnalato una nuova intensa attività militare cinese nell’area. Secondo Taipei, nelle ultime ore sono stati rilevati 22 velivoli, otto unità navali della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione e due navi ufficiali cinesi. Alcuni mezzi avrebbero attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan ed effettuato incursioni nella zona di identificazione di difesa aerea dell’isola. Pechino ha inoltre attaccato duramente le autorità del Partito Democratico Progressista di Taiwan, accusandole di sacrificare gli interessi nazionali per fini politici e di favorire interferenze esterne.

Le dichiarazioni confermano l’inasprimento della disputa sullo status dell’isola e mostrano come la competizione geopolitica nelle acque del Pacifico occidentale continui ad assumere una dimensione sempre più strategica, coinvolgendo non solo Taiwan, ma anche Giappone, Filippine e gli equilibri regionali dell’Asia-Pacifico.


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Fulvio Grimaldi - DA GERMANIA ANNO ZERO – A GERMANIA ANNO 2.0? C’ero, ci risiamo, ci sono

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Preambolo dinastico

Non fosse stato per il Capitano Pierre François De Gerbaulet, non avrei avuto motivi molto personali per scrivere questo pezzo.

Per motivi svaporati nel tempo, forse legati alla persecuzione degli ugonotti ordinata da Carlo IX di Francia e da Caterina de’ Medici nella seconda metà del ‘600, Pierre François abbandonò la natìa Borgogna e si insediò a Muenster in Westfalia. Qui diede origine a una dinastia che, per me, si concluse con mia madre, una De Gerbaulet franco-prussiana, nata e cresciuta nella spumeggiante Berlino di Weimar, quella eternata ai posteri dal mitico “Cabaret” di Bob Fosse con Liza Minnelli. O, forse, nella sua parte migliore, da Bertold Brecht.

Tramite mia madre e mio padre, i Gerbaulet (che intanto, democraticamente, avevano buttato il “De”) si fusero in me con i Grimaldi dell’Alta Savoia, che indossavano quel patronimico per derivazione da Grimoaldo, re dei Longobardi e re d'Italia dal 662 al 671 e poi anche un Duca di Benevento. Grimaldi mica per virtù di schiatta. Semplicemente il genitivo latino di Grimoaldus (“potente guerriero”) con cui, andando in giro, usavano qualificarsi i sudditi del longobardo.

 Grimoaldo

Tutta questa pappardella per fornire una spiegazione del trovarmi in quella Germania che, con occhio, cuore e mente, Rossellini raccontò nel film che ha dato il titolo a questo testo.

Premessa bombarola napoletana

E qui si comincia per davvero. 1942, grazie al fastidio provato dagli alleati per la presenza di truppe tedesche destinate al fronte nordafricano, con 200 bombardamenti dal 1941 al 1943, Napoli divenne la città italiana più bombardata in assoluto. Il mi’ babbo era lì per lavoro e così anche l’ultima, per allora, dei Gerbaulet e i due figli piccini. Che mia madre allenò a non avere paura, portandoli, quando suonava l’allarme, sulla torretta in cima alla casa di Posillipo per fare a gara a chi contava più esplosioni della contraerea.

Chi allora non era convinto che quella guerra, con i blitz su Parigi, Varsavia, Tripoli (e non ancora Stalingrado), sarebbe finita in quattro e quattr’otto? Almeno lo era mio padre nonostante che, già veterano della prima Guerra Mondiale, nel 1941, fosse stato richiamato, promosso Maggiore e spedito in Francia.

Che fare? Mio padre: la guerra non durerà molto, a Napoli si rischia di finire inceneriti, c’è quel bel paesino delle nostre vacanze in Baviera, dove nessuno butterebbe neanche un mortaretto, io devo partire per Marsiglia… Sù sù, fate i bagagli e andatevene nella più sicura (!!!) Germania, tanto la guerra fra un paio di mesi è finita. Prima di rivederci passarono 4 anni.

Escalation germanica

Quattro anni di guerra e di bombardamenti che quelli di Napoli erano il carnevale. Di fame, di rovine, di solidarietà tra bombardati e affamati. Siccome alla franco-prussiana pareva opportuno distrarre i figlioli dagli orrori della guerra, ogni tanto si facevano lunghe gite in bici, o si saliva su qualche residuato di autobus pubblico, o di treno, magari merci, e si andava a sfidare i Lancaster e gli Spitfire di Churchill, a Francoforte, Colonia, Monaco, Wuerzburg (dove non risparmiarono nemmeno il Tiepolo della Reggia). Di macerie ce ne siamo risparmiate poche. E di cibo quasi tutto. Si andava per fossi a tagliare ortiche da far passare per spinaci, conditi con i resti del surrogato di caffè. Qualcuno rimediava un pesce dal grande fiume. Conigli a ruba, su nutrivano d’erba. Polli pochi, mancava il mangime. Caccia zero. I fucili sarebbero serviti ad altro.

Il posto era bello. Il fiume si attraversava a nuoto, la foresta era grande e ci si andava con il professore (lì ho fatto le tre medie inferiori) a dare i nomi agli alberi e agli animali e a cercare cocci romani tra i massi del Vallo di Adriano che passava per la foresta sopra di noi.

Un bombardamento squarciò l’insediamento di sfollati dalla Colonia in macerie (della più bella cattedrale gotica della Germania erano state messe al sicuro le vetrate colorate). Poi passarono gli Spitfire a mitragliare ciò che ancora si muoveva. Gli uomini validi erano tutti partiti “per l’estrema difesa”. Toccava a noi ragazzini fare da “soccorso civile”, spegnere incendi, raccogliere feriti.. Mi ricordo attempate pance in giacchetta e cravatta, dallo sguardo smarrito, con in spalla una vanga, partire a fare il “Volkssturm” (“Tempesta di popolo”) contro gli Alleati per l’ultima offensiva nelle Fiandre, quando i sovietici già vedevano Berlino.

E ricordo, parola per parola, pochissimo tempo dopo, uscire dalla Volksradio, apparecchio nero di bachelite con sopra la svastichetta, una sola stazione parlante e poi musica, questo comunicato: “Unser Fuehrer, Adolf Hitler” ist heute im Kampf um Berlin gefallen”. Hitler è caduto combattendo nella difesa di Berlino. Era il 30 aprile.

Uno sparo sbagliato e fine di tutto

Quel mitragliamento – credo di averlo già raccontato – mi scolpì negli occhi un’immagine che, da allora, non si cancella: un mio compagno di seconda media, steso raggricciato, colpito da una raffica davanti alla sua baracca di sfollato. Colpito al ventre, con le pupille fisse nel cielo. E’ stato un incentivo per quando, qualche mese dopo, trovata una mitragliatrice abbandonata da soldati in fuga, con due compagni più grandi, io 11, loro 12 e 14, ci appostammo nel bosco sulla collina e sparammo una sventagliata sul primo carro armato della prima colonna americana che sferragliava verso il paese.

Ho sparato dalla parte sbagliata su obiettivi sbagliati? Chissà. Comunque non ci prendemmo e scappammo prima che quelli potessero centrare noi. Gli dei mi punirono quando, a un anno e mezzo dalla fine della guerra, novembre 1946, gli occupanti USA ci permisero finalmente di rientrare in Italia (ricordo il colonello americano che abbaiava a mia madre: “Potevate restarvene in Italia, siete nazisti!). Su quel carro merci, tra quell’ammasso di gente a brandelli, o da quei pentoloni di brodaglia sui marciapiedi delle stazioni, rimediai il tifo. Un’epidemia che, assistita da fame e maltrattamenti, aveva già sfoltito i campi di concentramento e tutti i centri abitati. In Italia le cose andavano meglio, ma per qualche anno mica tanto.

Almeno fino al 1948 i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti da sarti virtuosisti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre, quattro volte. I libri di scuola me li passava mia sorella, tre anni avanti, scarabocchiati e unti e bisunti, neanche sempre quelli giusti, ma si lasciavano adattare. L’equazione e Giambattista Vico quelli sono ed è sempre stato Bruto a uccidere Cesare.

 Lo sfacelo aveva tante facce. Io ricordo quella di migliaia di prigionieri tedeschi, coscritti, in colonna e con uniformi in stracci, che si trascinavano, puntati dai mitra degli americani. E poi altre colonne, stavolta di milioni, gente con fagotti e carretti che andava via da dove i loro avevano vissuto per secoli. 3,5 milioni di tedeschi, incolpevoli, via dalla Slesia diventata Polonia. Con addosso quello che potevano portare. E, almeno fino al 1948, i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre quattro volte.

E Merz, cosa ne sa?

Questo è quanto ricordiamo noi, vegliardi, roba che si è sedimentata nelle cellule. Roba di cui non ha idea Fredrich Merz.

Friederich Merz, a dispetto dal nomignolo “Testa di Pera” già uomo per l’Europa del più grosso fondo di rapina del mondo, Blackrock, aveva raccolto il bastone di maresciallo da Goering, via Merkel e via Scholz. Quella degli accordi di pace di Minsk che l’ex-cancelliera così ricorda: “li abbiamo fatti solo per guadagnare tempo e armare Zelenskyi”. E quello dei 1000 miliardi di euro per la Difesa tedesca voluti da Scholz e poi messi sul piatto da Merz.

 Lui, Merz, è quello che “Israele a Gaza e in Iran sta facendo il lavoro sporco per noi”. Anche quello che “la Germania avrà l’esercito più potente d’Europa e assumerà la guida dell’UE”. Pure quello che “introduciamo la leva militare, volontaria per ora; ma chi vuole allontanarsi dal paese non potrà farlo per più di qualche settimana e dovrà impegnarvisi ufficialmente”. E infine quello, con cinturone Wehrmacht e la fibbia “Gott mit uns” (Dio con noi) che, all’unisono coll’evangelico sionista Pete Hegseth, che alle truppe recita salmi del “dio degli eserciti”, peraltro cinematografico, impone al popolo tedesco di farsi kriegstüchtig.

Kriegstüchtig

 

Joseph Goebbels, Friedrich Merz

Vocabolari e media, forse prede di riserve mentali, traducono malissimo il termine coniato da Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich alla vigilia della Guerra che finì come descritto sopra. Sarebbe “agguerrito, “idoneo alla guerra”, “bene armato” e altri eufemismi del genere. Ciò su cui si sorvola – oggi mica ce l’abbiamo a che fare con i nazisti – è che quella parola non è tecnica, implica un valore. Krieg è guerra. Ma tüchtig, non vuol dire solo idoneo, o armato. Vuol dire idoneo perché “buono, bravo, in gamba”, soprattutto “volenteroso”.

E, dunque, cosa proclamano ogni due per tre ai quattro venti, Merz e il suo Feldmaresciallo in borghese Boris Pistorius, Ministro della Guerra, se non che la Germania, i tedeschi, quelli della leva “per ora” volontaria (ma intanto ti devi presentare al distretto della Bundeswehr), devono essere bravi, buoni, capaci, volenterosi, PER LA GUERRA. E per finire così (vedi foto). O peggio.

Cosa che diverge un tantino dall’impegno di pace perenne e dal rifiuto di riarmo inciso nella Costituzione. Cosa che ha visto l’8 maggio scorso, data della fine della Seconda guerra Mondiale e della bandiera rossa sulla cancelleria di Berlino, uno sciopero generale degli studenti in tutto il paese contro la riforma del reclutamento adottata a gennaio dal governo. Riforma pro tempore che non impone ancora il servizio, ma richiede la visita di leva e la compilazione di un questionario, che ti starà addosso per sempre, sulle tue motivazioni pro o contro il servizio. Se risulti kriegstüchtig, per farti carne di porco nella prevista invasione russa del 2029, vai benissimo. Sei di quei cittadini consapevoli e onorevoli che amano, come si è tornati a dire nei cerchi magici dei nuovi patrioti alla Trump, Netanyahu, Crosetto e Pistorius, “combattere e morire per la patria”. In caso contrario ti teniamo d’occhio. Il “fermo preventivo” della Meloni è un’ottima idea.

Vero è che nessun russo, da Putin agli altri 150 milioni di russi, più i 6,5 del Donbass, che qualcuno insiste a volere ucraini a forza di stragi, si è mai sognato di invadere chicchessia (in Donbass si difende l’autodeterminazione dei russi), tanto meno la Germania. Ma se le cose stanno così, che ci vuole per un altro 11 settembre che provi come i russi stiano lì lì, anzi, a essere tedescamente precisi, nel 2029, unica incertezza marzo o settembre, per scatenare la guerra all’Occidente via Berlino. Ha funzionato tanto bene per Israele e per i nostri armieri e la nostra I.A., vuoi che non funzioni per noi?

Ah, la rivincita!

Arrendevoli, rinunciatari, divanisti, anche un bel po’ cagasotto, questi Willy Brand, Helmuth Schmidt, Gerhard Schroeder, cancellieri della Ostpolitik che col nemico russo addirittura ci flirtavano, ci facevano affari, sul suo gas costruivano la più produttiva industria europea e lo Stato sociale più avanzato. Lussi che rammolliscono. Non rendono kriegstüchtig. La Bundeswehr, con quei quattro sfigati di volontari che, come da noi, non erano risultati tüchtig per null’altro.

C’è un libro che andrebbe tradotto. E’ di tre autori, Luft, Opielka e Werner, e s’intitola “Con la Russia per un cambio politico”. In grande dettaglio vi si illustra come tutto in Germania – politica, media, industria delle armi, istruzione, accademia, intrattenimento – sia impegnato nel “Piano Operativo Germania”. Vale a dire in preparativi di guerra che coinvolga ogni ambito della società a tutti i livelli della vita. La guerra è diventata un calcolo costi-benefici alla cui testa si è posto l’apparato politico-militare, come viene descritto nei dossier dell’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

E’ il pensatoio che raccoglie i più duri sostenitori di una NATO dalla strategia muscolare ed espansiva, a partire della spinta a superare ogni limitazione alla fornitura di armi all’Ucraina, nell’intento di proseguire la guerra senza prospettiva di una fine, se non quella del disfacimento della Russia in inoffensive e ridotte entità territoriali etnico-linguistiche. Che poi sarebbe la silenziosamente agognata “rivincita” di certi circoli di cui nessuno avrebbe sognato, ancora poco tempo fa, il riemergere. Solo per quel momento è ipotizzabile la fine della guerra.

Sorprende, anche alla luce delle ben definite posizioni assunte da Leone XIV, che a questa corsa del riarmo e verso la guerra non trova opposizione, o critica, né dalla Conferenza Episcopale Tedesca, né dalla Chiesa Evangelica della Germania.

False Flag e libertà d’opinione

Per tutto questo, occorrono ovviamente motivi credibili. Che, in loro manifesta assenza, si creano. O, se capitano, si sfruttano. Nel secondo caso sono droni russi assolutamente innocui che si sono persi qualche metro oltre i confini della Polonia, o della Romania, che poi risultano ucraini, o deviati dagli ucraini, come tutti quelli sconfinati nei paesuccoli baltici, ma servono al grande schiamazzo bellicista.  Nel primo caso, provocazioni come quella sull’autorevole “Zeit”, nel dicembre del 2024, in cui si affermava che potevano essere documentate ben 72 azioni di sabotaggio russe in Germania nel corso di quell’anno. La successiva e tardiva smentita delle autorità tedesche e la totale assenza di prove, non hanno ridotto l’impatto.

Del resto non c’è preparazione alla guerra che non sia accompagnata da propaganda e limitazioni alla libertà d’opinione e d’espressione, che però è decretata irrinunciabile. Ma che diventa difficilissimo riunire sotto uno stesso tetto con una programmazione bellica. E di queste settimane una campagna UE che cammina su tre altisonanti parole d’ordine: “Libera Stampa”, “Libera opinione” e “Libera Scienza” (s’è vista col Covid). Formuletta accattivante, inventata da un’idra a tre teste (vedi foto): tre personaggi che si trovano a capo di tutto, pur senza la minima legittimazione democratica. Che i diritti umani fondamentali e la libertà d’opinione siano pesantemente minacciati nell’UE, a dispetto di queste depistanti campagne sulla loro difesa, lo dimostrano, tra gli altri, le assolutamente fascistiche sanzioni inflitte a giornalisti e analisti blasfemi rispetto alla versione ammessa su Iran, Ucraina, Libano, Israele…

Lo dimostrano anche i decreti sicurezza grandinatici addosso in Italia. Accompagnati da quei vertici di ipocrisia che si manifestano nelle campagne governative “contro la disinformazione”. Con la quale “disinformazione” si intende ogni espressione che possa porre in dubbio quanto su Gaza, guerra in Ucraina, Iran, il forsennato riarmo e le relative cadute welfare, deve essere creduto.

Ne portano drammatica testimonianza personaggi, come l’analista militare e geopolitico svizzero, Jacques Baud, o il giornalista tedesco Huseyin Dogru, uno dei 28 sostenitori di una libertà d’opinione che Bruxelles ha sanzionato con il consenso dei rispettivi governi (da noi, su iniziativa USA, Francesca Albanese), imponendo l’esclusione dalla società civile con il blocco di ogni mezzo di sostentamento e le sanzioni estese a chi offre soccorso.

Ma anche gli ormai esemplari “Cinque di Ulm”, attivisti antiguerra di “Palestine Action” accusati di aver danneggiato apparecchiature e imbrattato muri, dalle parti di Stoccarda, dello stabilimento israeliano Elbit System, produttore di armamenti (la Germania è il secondo fornitore mondiale di armi a Israele). Il processo è in corso, manette e catene, restando rinchiusi da settembre nel famigerato carcere d massima sicurezza di Stammheim, riservato ai “terroristi. E’ lì che membri della Rote Armee Fraktion (anche Banda Baader-Meinhof), nel corso del loro processo, vennero trovati “suicidati” nel 1975.

Ucraina con la Svastica nell’Europa di Ursula e Merz

Statua al nazista Stepan Bandera

Tutto questo, dunque, ha un formidabile retroterra: l’Unione Europea germanizzata e balticizzata. Tra la germanica baronessa Ursula von der Leyen, la baltica Kaja Kallas che, con 1,3 milioni di concittadini (in buona parte dissidenti russi), pretende di rappresentare 450 milioni di europei, e il portoghese bla-bla-bla con elmetto, Antonio Costa, che porta il caffè alle altre due, la retrovia per la conflagrazione che vendichi Stalingrado è assicurata. Tre autocrati di un’oligarchia che, privi di vaglio elettorale, si vantano di quello concesso ai pupazzetti dell’Europarlamento. I quali ai richiami della triade reagiscono come l’orsetto del tirassegno.

Vuoi che una simile conventicola chiuda le porte a uno Zelensky che, da sette anni, fa il vicerè per NATO e UE e si presenta come membro ideale per frenesia bellica, disponibilità a dissanguare le ultime tre generazioni del suo paese, campione mondiale di corruzione, modello di regime autocratico con 11 partiti proibiti e tutte le tv d’opposizione chiuse? Ecco dunque, sollecitata dai droni “russi” e nel momento in cui Putin rilancia colloqui di pace, l’improvvisa accelerazione della corsa a un’Ucraina in qualche modo dentro l’UE, a dispetto dell’assenza di proprio tutti i requisiti politici, giuridici, democratici, che si pretendono essere propri dell’UE.

Una volta conseguito questo obiettivo, ecco che la difesa dell’Ucraina, da fornitura di armamenti, intelligence, forze speciali travestite e quant’altro fatto passare sotto coperta, si trasforma in partecipazione attiva e obbligatoria alla guerra del proprio neo-associato. Lo impongono i diritti umani e democratici come cesellati nella costituzione dell’Unione e come si riscontrano nella nuova Ucraina, magari senza opposizione, ma del massimo rispetto, a forza di stragi fin dal colpo di Stato del 2014, per le proprie minoranze russe. Alla stregua di una tradizione di tale rispetto, come venne praticata nei confronti di ebrei e polacchi dai modelli storici, Stepan Bandera o Andriv Melnyk, oggi onorati dalla politica e dall’esercito con statue e reparti con svastica,

Uno Zelensky e un suo milite Azov

Corsi e ricorsi: 2.0

Torniamo e concludiamo da dove siamo partiti e poi ci lasciamo, atterriti dalla prospettiva di una Germania Anno Zero 2.0, di cui abbiamo illustrato tanti progettatori e preparatori in azione. Al punto di averci fatto capire che c’è chi ci sta trascinando fuori dall’era nella quale ci eravamo abbastanza confortevolmente accomodati, tra i resti della carneficina 1939-1945, non sembra per ora incontrare grossi intralci. Nemmeno quelli che, pure, sono stati opposti al genocidio dei palestinesi. E la Germania è di nuovo in prima linea e noi siamo di nuovo al traino. In più c’è, stavolta, una superpotenza di cui però non si sa se quello che dice, o fa, all’ora di pranzo valga ancora al tempo della merenda.

 “Tutta tua”

83 anni dopo l’articolo di Goebbels sulla “Kriegstüchtigkeit” nella pubblicazione “Das Reich”, Boris Pistorius e l’Ispettore Generale della Bundeswehr, Carsten Breuen, pubblicano “Direttive di Politica della Difesa 2023” che, secondo alcuni critici, dovrebbero essere visti come “Modello per una guerra totale”, con al suo interno gli elementi per la mobilitazione di tutti i settori di economia, cultura, società. ”La nostra capacità di difesa richiede una Bundeswehr abilitata alla guerra... Il che esige una costante prontezza al combattimento con l’impegno alla vittoria in ambiente ad alta intensità…“ Alta intensità e il termine in codice per “perdite di massa”. Significa che si debba essere ideologicamente preparati a morire “per la nostra democrazia”. In parole serie: per gli interessi geopolitici e finanziari delle Elite al potere.

Ci risiamo. Come, nel 1933, Hitler prese lo spunto dall’ “umiliazione di Versailles” per giustificare un riarmo della Germania finalizzato a rettificare i torti subiti da quel trattato e andare anche oltre, così Merz trae dalla spoliazione della Germania di ogni velleità di potenza imposta e autoimposta, il pretesto per riscattare la nazione trasformando lo Stato Sociale in Economia di guerra, con l’esercito più forte d’Europa. Una sua chiosa a tutto questo si ritrova in un documento dell’Ufficio Informazioni dell’Esercito: “Cannoni e burro, sarebbe bello se funzionasse. Ma quello sarebbe il paese del latte e miele. Non va. Lo Stato sociale come l’abbiamo avuto non è più finanziabile con il tipo di economia nazionale che dobbiamo adottare”.

Non vi ci si trova una vaga eco con quanto dichiarato alla radio dal Maresciallo del Reich per l’Industria e l’Aeronautica, Hermann Goering: “I cannoni ci rendono forti, il burro ci fa solo grassi”? E i tedeschi si ritrovarono pieni di cannoni e con un drastico calo di benessere e di servizi essenziali. Servivano quelli non essenziali, ma che sarebbero risultati tali per la distruzione di mezza Europa e 55 milioni di morti, di cui 27 sovietici.

Ma che, davvero?

Non lo fu esplicitamente pacifista neppure quella copia europea degli USA inventata dai santoni di Ventotene. Poco rimane oggi della storica mobilitazione del 2005 contro la Costituzione UE, lontanissima dai propositi firmati dai paesi fondatori, Germania, Francia, Benelux e Italia, e vista come la negazione di un’Europa sociale, pacifica e democratica. Se ne denunciava la programmazione di un costante riarmo dei paesi membri in direzione di una “capacità di guerra di portata mondiale”.

Quel trattato venne respinto dalla netta contrarietà delle società europee e da referendum in Francia e Paesi Bassi. Ma poco se ne tenne conto: le parti essenziali vennero incluse nei trattati di Lisbona del 2009, col quale gli Stati si impegnarono a potenziare gradualmente la propria capacità militare (detta di Difesa). Moriva così anche il celebrato Trattato di Maastricht, del 1993, con tutta la sua promessa di riservare ogni impegno al mantenimento della pace.

Ci risiamo con la leva, per ora in versione soft. E a prepararla, ecco che si danno da fare tutti, a partire dal lobbista delle armi che, a garanzia della separazione tra interesse pubblico e interessi privati, fa da noi il ministro della Guerra. E a continuare con i bonzi stellati che vengono a scuola a far prendere l’indirizzo giusto, culturale, morale e di carriera, ai ragazzi futuri uccisori e morituri. E a finire nell’orgia militaristica, che sputa in faccia a una Repubblica fondata su una certa Costituzione e su un suo certo articolo 11, con l’oscenità di una parata di guerra applaudita dal massimo difensore di quella Costituzione e di quell’articolo.

Ciò che andrebbe detto ai ragazzi convocati a misurarsi con questa prospettiva è che, se vivete in Occidente ed entrate nel militare, non sarete mai chiamati a difendere il vostro paese. Vi manderanno a uccidere gente che prova a difendere il suo, di paese. Lo farete allo scopo di arricchire persone già ricche, di dare più potere ai già potenti e di piegare il mondo all’ordine dei tiranni.

Meloni a Confindustria: pioggia di promesse agli industriali, ma la parola "salari" resta un tabù

 

di Gentili, F. Giusti e S. Macera – Centro Studi Politico Sindacale

Il 26 Maggio scorso Meloni è intervenuta all’Assemblea annuale di Confindustria. Lo ha fatto con trentasei minuti di discorso, tutti incentrati sulla contestazione dell’Unione Europea – definita come «Un gigante burocratico» – e sulla esaltazione del ruolo «che l’industria italiana ricopre, non solamente dal punto di vista economico, ma anche sul fronte storico, identitario, culturale» e «reputazionale». Il merito – ha detto la Presidente – va a «chi è così ambizioso, così tenace, da non accontentarsi mai dei risultati raggiunti, da voler fissare l’asticella sempre più in alto, fondamentalmente perché sa che l'orgoglio non si rivendica, l'orgoglio si dimostra, ogni giorno».

Purtroppo «fissare l’asticella sempre più in alto», per le imprese a cui Meloni si stava rivolgendo, vuol dire aumentare la produttività e i ritmi di lavoro, e in tanti casi anche ridurre il costo del lavoro (ossia i salari), lo sa bene chi fa sindacato oppure, semplicemente, si ritrova sfruttato in un ufficio pieno di computer, in un museo o magari in un magazzino della logistica. Non è allora un caso se, nel corso di questa lunga sviolinata agli imprenditori, Meloni non abbia mai pronunciato la parola “salari”, limitandosi soltanto a ricordare, in chiusura, di aver promulgato la pessima norma sul cosiddetto “salario giusto” – sulla quale a suo tempo, in quanto Centro Studi, avevamo prodotto un’analisi critica[1] evidenziandone contraddizioni e limiti

L’intervento della Presidente del Consiglio, tuttavia, s’è rivelato ampiamente chiarificatore circa le prossime iniziative politiche del Governo. I temi principali sono stati quelli dell’indipendenza energetica e della revisione delle politiche climatiche, da un lato, e dall’altro quelli della burocrazia e della responsabilità penale per le aziende.

  1. I temi energetico e ambientale

Sull’energia il Documento di Finanza Pubblica aveva già messo in allarme Meloni, riferendo di «rischi di natura strutturale dell’economia italiana, legati alla dipendenza dalle fonti fossili»,[2] e di «una strutturale dipendenza dall’estero per l’energia (pari al 74%, contro il 57% della media UE), con un ruolo significativo dei Paesi del Golfo persico [grassetti in originale]».[3] L’attacco della Premier alle tasse sulle emissioni di carbonio (Emissions Trading System) – che noi critichiamo da sinistra, in quanto consentono alle imprese di vendere “quote” di emissioni non emesse ad altre aziende che, invece, ne hanno già effettuate troppe –, allora, anziché essere il frutto di una visione politico-economica illuminata è, semplicemente, strumentalmente dettato da interessi capitalistici nazionali. «Io penso – ha detto Meloni all’Assemblea – che sia abbastanza chiaro che l'attuale sistema ETS è un po' distante dai bisogni attuali dell'industria europea. A maggior ragione, in questa fase di emergenza energetica, dove il buonsenso spingerebbe chiunque a sospendere temporaneamente la misura, almeno per i settori più colpiti dalla chiusura di Hormuz, in attesa di una sua organica e significativa revisione». In quest’ottica va letta la richiesta italiana alla Commissione Europea di estendere «la flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica». Al riguardo la UE ha scelto di evitare il muro contro muro, consentendo all’Italia – e ad altri paesi eventualmente interessati – «un margine di flessibilità per gli investimenti legati all’energia pari allo 0,3% del Pil annuo per il triennio 2026-28»[4]. Invero, questa parziale deroga si colloca in un quadro ben preciso che esclude nuovi sussidi alle famiglie o alle imprese, indirizzando tutti gli investimenti verso quella autonomia energetica che, necessariamente, passa per le rinnovabili e per le produzioni green. Dunque, la Unione Europea ribadisce una delle sue opzioni di fondo, il cosiddetto capitalismo verde (poco amato dall’Esecutivo italiano non in quanto ossimoro, ma perché ritenuto foriero di eccessivi vincoli per le imprese). Di più, la disponibilità europea sottende pure che, in cambio, l’Italia ripensi le sue ultime decisioni in merito al SAFE (Security Action for Europe), il principale strumento volto a sostenere finanziariamente la difesa comune europea. Nei giorni scorsi, il governo nostrano ha infatti comunicato la volontà di rinunciare a gran parte dei 14,9 miliardi di prestiti a tassi agevolati garantiti dal suddetto fondo, cui pure aveva scelto di aderire lo scorso anno. Ovviamente, Von der Leyen e i suoi sperano che, concedendole qualcosa, l’Italia s’impegni ancor più decisamente sulla strada del riarmo.

Ma torniamo al discorso di Meloni, in cui non è mancato l’elogio del cosiddetto “Decreto Energia” dell’anno scorso: «Grazie al decreto Energia abbiamo garantito un taglio concreto sulle bollette di luce e gas per tutte le aziende, oltre che ovviamente per le famiglie vulnerabili. Con benefici stimati per le PMI che arrivano a 9 mila euro l'anno per l'elettricità e a 10 mila euro per il gas». Peccato che i benefici per le famiglie si siano ridotti a un contributo governativo di 200€ una tantum e complessivo per nucleo familiare…

Proseguendo, la Presidente ha speso parole «per il ritorno dell'energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini-reattori modulari, sicuri e puliti, che consentano di avere maggiore sicurezza, ma anche costi nettamente più bassi rispetto agli attuali», minacciando l’arrivo di una legge delega «Entro l'estate».

Per chiudere non è mancato un attacco ai pacchetti Omnibus dell’Unione Europea – tramite i quali molte imprese sono già oggi esonerate dagli obblighi di rendicontazione ESG (Environmental Social Governance), che imporrebbero un tracciamento delle emissioni in CO2, dei consumi, dell’impatto ambientale e della gestione dei rifiuti industriali –, definiti «non sufficienti» e inquadrati all’interno della questione della semplificazione burocratica e amministrativa per le attività imprenditoriali, anziché in quella climatica. Stessa cosa al riguardo di alcuni dossier europei – «penso al regolamento sugli imballaggi, penso ad alcuni obiettivi climatici» –, che per Meloni non sono «accettabili».

 

  1. Il tema della burocrazia d’impresa e della responsabilità penale

            Secondo Meloni «la responsabilità di impresa non può trasformarsi automaticamente in criminalizzazione di impresa», pertanto ha accolto la richiesta di Confindustria di un confronto finalizzato alla revisione del D. Lgs. 231/2001. Un Decreto che da oltre vent’anni garantisce che in caso di reati societari, tributari, ambientali, connessi al riciclaggio di denaro e via dicendo, compiuti nell’interesse dell’impresa, la responsabilità giuridica non sia solo individuale (personale) ma anche dell’impresa stessa. Si tratta di una garanzia che andrebbe estesa anche ad alcune tipologie di reato compiute contro il lavoro dipendente (come l’applicazione di un Contratto illegale o improprio) ma che, al contrario, Meloni sembra voler abolire o comunque ridurre considerevolmente.

            Di più: la Presidente è arrivata addirittura a proporre agli industriali «un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia. Io penso che questo sia fondamentale farlo insieme, perché quando c’è un servizio che non funziona, se vuoi risolvere quel problema devi interrogare l'utente. E voi siete gli utenti della burocrazia italiana» (!). Aspettiamoci, dunque, un’ulteriore deregolamentazione normativa per le attività d’impresa, già anticipate da alcune norme precedenti – come quella sulla deresponsabilizzazione legale dei dirigenti per progetti legati al PNRR (il famoso “scudo penale”) o quella che limita l’ammontare economico delle condanne, riducendo, per questa via, i poteri di controllo della Magistratura contabile sugli appalti. Per non dire di quelle che riguardano i crediti d’imposta e di tante altre ancora…

Le ambizioni di certa politica e di settori imprenditoriali sono ben note: ci si vuole dirigere verso un sistema di controlli decisamente allentato, lasciando alle imprese piena di libertà di manovra anche su materie come le clausole sociali – giudicate come un’intrusione della legislazione giuslavoristica nei processi decisionali e organizzativi di impresa. Detto in altri termini, da una parte si vogliono evitare controlli e controllori, dall’altra spingere al ribasso i costi della manodopera.

            Infine, Meloni ha parlato degli incentivi concessi alle aziende, in particolar modo a quelle attive nel Mezzogiorno (accennando anche all’estensione della Zona Economica Speciale a tutto il territorio nazionale), e ha promesso un ulteriore rafforzamento dell’iper-ammortamento, ossia di quel meccanismo che concede alle imprese di aumentare il peso fiscale degli investimenti al fine di accedere ad agevolazioni statali e arrivare, così, a uno sconto su IRES e IRPEF. L’ultima Legge di Bilancio[5] aveva già stabilito, relativamente agli investimenti in tecnologie o beni energetici, un incremento del peso fiscale del 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, del 100% per la quota da 2,5 a 10 milioni e del 50% per la quota da 10 a 20 milioni. La proposta in essere sarebbe quella di includere nell’ammortamento gli investimenti su software e cloud – che in realtà sono parzialmente già inclusi, ma solo per alcune tecnologie specifiche.

 

III. Elementi della strategia del Governo

Nel corso del proprio discorso Meloni ha evidenziato alcuni elementi di strategia politica, che andiamo brevemente a esporre.

Secondo lei «le crisi ci hanno mostrato anche quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale, in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici, lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore». Gli snodi fondamentali sono quelle porzioni di mercato in cui gli investimenti sono altamente remunerativi e che, allo stesso tempo, garantiscano un elevato controllo su tutta la filiera produttiva. Un esempio ne sono le produzioni di semiconduttori (chip). Per garantire alle imprese europee una “posizione” all’interno di questi snodi sono fondamentali, per varie ragioni, un rafforzamento del settore militare (ad esempio per garantirsi l’approvvigionamento di materie prime critiche e per la creazione di una domanda forte e stabile, proveniente dagli eserciti dei Paesi membri dell’UE) e una politica commerciale aggressiva. Per questi motivi Meloni ha detto: «Le spese di difesa sono il prezzo della libertà, e io voglio che l'Italia sia una Nazione libera». È la differenza tra chi sostiene questo mondo e chi – come noi –, invece, vuole cambiarlo.

Nello stesso fronte si inseriscono le boutades sul Mercato unico dei capitali e del risparmio e sul Mercato unico europeo in generale. Secondo Meloni la realizzazione e il potenziamento di questi strumenti «consentirebbe di mettere l’Europa al riparo da scelte protezionistiche di altre nazioni», ma il prezzo da pagare sarebbe la totale deregolamentazione normativa imprenditoriale e bancaria – direzione nella quale, sia detto per inciso, il legislatore europeo si sta già muovendo.

Infine, l’ultima indicazione strategica riguarda i fondi pensione, che in tutta Europa sono in via di potenziamento al fine di mobilitare una massa di capitali (teoricamente proprietà dei lavoratori) per le imprese, «in particolare per quello che riguarda innovazione, startup e infrastrutture». Rivendicando le ultime trovate inserite nella Legge di Bilancio per il 2026, come la riduzione del tempo per l’attivazione del meccanismo del silenzio-assenso – tramite cui il lavoratore viene inconsapevolmente iscritto a un fondo pensione – da sei mesi a soli sessanta giorni, Meloni ha sostanzialmente promesso un ulteriore rafforzamento dell’adesione ai fondi e, quindi, maggiori liquidità per le imprese.

[1] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Salario “giusto”, contratti nazionali a rischio, 6 Maggio 2026, https://diogenenotizie.com/salario-giusto-contratti-nazionali-a-rischio/.

[2] Documento di Finanza Pubblica 2026, Doc. CCXL, n. 2, 27 Aprile 2026, p. 32.

[3] Ivi, p. 20.

[4] M. Esposito e S. Rosset, Mini-clausola da 6,5 miliardi per Roma, i paletti Ue sulla difesa, 2 Giugno 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/06/02/fonti-flessibilita-ue-su-energia-vale-03-pil-entro-deroga-15-per-la-difesa_e3f7bb97-1e7c-401b-bdf4-1cd423a00413.html.

[5] L. 30 dicembre 2025, n. 199, cc. 427 e 429. Cfr. Allegati IV e V per l’elenco delle tecnologie industriali ammesse all’ammortamento.

 

Secondo turno in Perù: Keiko Fujimori contro Roberto Sánchez

Oltre 27 milioni di cittadini peruviani si stanno recando alle urne in tutto il Paese per partecipare al secondo turno delle elezioni presidenziali.

Le elezioni determineranno il capo dello Stato per il mandato 2026-2031, rendendo il nuovo presidente il nono nella storia della nazione andina in un decennio: una cifra allarmante che sottolinea la profonda crisi di governance e l'instabilità istituzionale che affliggono il Paese.

Il voto chiama gli elettori a decidere il successore del presidente ad interim José María Balcázar, in un panorama politico caratterizzato da una significativa frammentazione derivante dal primo turno elettorale, al quale hanno partecipato 35 candidati presidenziali e nessuno dei finalisti è riuscito a superare il 20% dei voti totali.

Le opzioni in competizione rappresentano due progetti politici e ideologici completamente opposti: da un lato, la proposta della destra conservatrice, guidata da Keiko Fujimori del partito Fuerza Popular; dall'altro, l'alternativa del leader di sinistra Roberto Sánchez della coalizione Juntos por el Perú, che gode di un forte sostegno tra la classe operaia e nelle regioni interne del Paese.

#EnVivo | TeleSUR transmite cómo se encuentra el Perú en esta nueva jornada electoral, nuestro corresponsal Ramiro Angulo está en el lugar y trae más detalles. https://t.co/ce290VlNE7

— teleSUR TV (@teleSURtv) June 7, 2026

Il disinteresse e la sfiducia della popolazione nei confronti della classe politica tradizionale si sono riflessi nell'alto tasso di astensionismo registrato nella prima fase, dove quasi sei milioni di elettori iscritti hanno scelto di non votare, oltre ad altri tre milioni di cittadini che hanno optato per schede nulle o bianche.

In questo contesto di apatia civica, il voto degli indecisi e il rifiuto delle vecchie strutture istituzionali si stanno configurando come fattori determinanti per definire il percorso politico della nazione andina nei prossimi cinque anni.

I seggi elettorali hanno aperto alle 7:00 e chiuderanno alle 17:00 ora locale. L'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) ha messo a disposizione una piattaforma digitale per consentire agli elettori di verificare il proprio seggio, il numero del tavolo e l'ordine di voto, garantendo un flusso ordinato durante la giornata elettorale.

Díaz-Canel smaschera la strategia della menzogna: "Così preparano le guerre" (VIDEO)

Mentre l'assedio economico e mediatico su Cuba si fa sempre più asfissiante, il presidente Miguel Díaz-Canel va dritto al cuore del metodo con cui Washington costruisce i suoi pretesti bellici. E lo fa con un passaggio che meriterebbe di essere inciso nella memoria collettiva.

"Inventarono il 'Cartel de los Soles' per colpire il Venezuela", denuncia il leader cubano. "Rapirono Maduro e due giorni dopo, il cartello era già svanito nel nulla. Dissero che l'Iraq possedeva armi di distruzione di massa ma non sono mai apparse. Attaccarono l'Iran con la scusa del nucleare, nessuna azione nucleare è mai avvenuta. Tutte le loro bugie, prima o poi, vengono a galla".

Cuba's Diaz-Canel: "They invented the Cartel de los Soles to go after Venezuela. They kidnapped Maduro -- two days later the cartel vanished. They said Iraq had WMDs -- never appeared. They attacked Iran over nukes -- no nuclear action ever happened. All their lies unravel." pic.twitter.com/E1StvR3FIv

— COMBATE |???????? (@upholdreality) June 6, 2026

Una sequenza impressionante di falsi allarmi, menzogne di Stato e verità insabbiate, che si ripete identica da decenni. Oggi, avverte Díaz-Canel, il copione è lo stesso: dipingere Cuba come una "minaccia inusuale e straordinaria" per la superpotenza statunitense, per giustificare l'invasione. Ma il presidente avverte: "Invadere Cuba costerebbe centinaia di migliaia di vite cubane, ma anche enormi perdite per l'invasore".

Non è solo una questione di resistenza. È la denuncia chiara di un meccanismo: inventare una minaccia, colpire, e quando le prove non si trovano, cambiare semplicemente capitolo. Il mondo, conclude Díaz-Canel, non può più permettersi di dimenticare le lezioni della storia.

Quel pizzino per prolungare la guerra (su mandato di Bruxelles)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Il tennis non mi è mai piaciuto; né come pratica sportiva, né come passatempo televisivo. Ma, negli ultimi giorni è stato un susseguirsi in rete di immagini del duello tra la tennista ucraina Marta Kostjuk e la russa (obbligata a giocare senza nazionalità) Mirra Andreeva, con la prima che, alla vigilia dell'incontro, si è esibita in un melodramma contro i “sanguinari russi”, con tanto di europeistica “lacrima di bellezza” artificiale a favore di telecamere e, poi a varie riprese, ha sfoderato i tratti tipici della “ucrainicità”, irrobustiti da quindici anni di “formazione culturale” banderista.

Ora, se nel carattere nazionale ucraino, già di per sé, si manifesta spesso una qualche altezzosità e boriosità, cento e più anni di scuola nazionalista, a partire dalle massime di Dmitrij Dontsov, secondo cui la nazione ucraina può realizzarsi solo sul sangue dei russi, hanno forgiato una condotta che, per quanto rimasta sotto traccia nel periodo sovietico, non si è mai ridotta a zero. Il golpe neonazista del 2014, poi, ha spalancato le cateratte ai peggiori atteggiamenti di superiorità, presunzione, supponenza che, nei confronti dei russi, arriva al punto di considerarli come “feccia del genere umano” e meritevoli di ricevere le peggiori calamità che l'altissimo possa lanciare sulla terra. Loro, gli ucraini, nonostante si trovino gomito a gomito a simile “gentaglia”, sono comunque talmente superiori da restare immuni a ogni catastrofe.

La signorina Kostjuk ha pienamente manifestato tali tratti; per quanto il suo non sia che il caso più recente. Andando indietro di appena pochi anni, basterebbe ricordare l'atteggiamento sprezzante e arrogante di Vitalij Markiv, durante le udienze del tribunale italiano che lo avrebbe condannato a più di venti anni di galera per l'assassinio di Andrea Rocchelli. Vero è che, in quel caso specifico, la posa del neonazista ucraino era probabilmente dovuta anche alla consapevolezza che, di lì a poco, sarebbe stato rilasciato e riportato in patria con tutti gli onori.

Per venire al dunque: quegli atteggiamenti di “ucrainicità” e “banderismo” richiamati sopra, danno il tono alla cosiddetta “lettera aperta” di Vladimir Zelenskij a Vladimir Putin, europeisticamente esaltata quale “invito alla pace”, sprezzantemente respinto dal cosiddetto “autocrate del Cremlino”. Di fatto, afferma il politologo Aleksej Živov, il nazigolpista-capo, «l'Alvaro Vitali che ce l'ha fatta in politica» (per rubare una battuta di Maurizio Crozza e con tutto il rispetto sia per il “Pierino” italico, che per la politica) vorrebbe convincere tutti di essere pronto per un cessate il fuoco, ma, in realtà, non permetterà l'avvio di veri negoziati. La lettera di Zelenskij, dice Živov è profondamente offensiva; «tutti quegli insulti rivolti al nostro presidente. E nonostante la lunghezza della lettera, il suo significato è minimo. Si compone di due elementi: una vasta gamma di insulti e distorsioni, e il secondo, “parliamo di pace”. Ma se qualcuno avesse proposto la riconciliazione, difficilmente avrebbe iniziato la conversazione con una serie di insulti. Vedo qui una complessa manovra politica».

E se il politologo russo scorge nel messaggio un insieme di narrazioni dalla propaganda dei media ucraini, non è difficile vedervi anche la riproposizione delle ritrite “argomentazioni” di Bruxelles, con in più un elemento che, evidentemente, nelle intenzioni dei media italici che hanno riprodotto la lettera, avrebbe dovuto provare le “sincere intenzioni” del jefe nazista: il continuo rivolgersi a Putin con il “tu”; quantunque l'originale ucraino rechi sempre la seconda persona plurale “vi” (voi, o lei), anche se in lettere minuscole e non, come si converrebbe a certi livelli, con il “Voi”.

Come non ricordare le solite premesse europeistiche, nelle parole di Zelenskij secondo cui «Qualunque cosa voi possiate dire sulla NATO, questa guerra è una vostra scelta personale»; oppure la quotidiana narrazione dei media italici su una Russia allo stremo: «con il rapporto tra perdite ucraine e russe di uno a cinque o uno a sei», che fa esultare le redazioni torinesi e milanesi. C'è tutta Bruxelles in quel «molti non credevano che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere così a lungo», o in quel beffardo «Abbiamo trovato le armi e i finanziamenti di cui avevamo bisogno. Noi riceviamo sostegno. Voi ricevete sanzioni»; fino al capovolgimento di soggetti, incolpando la Russia di voler «trascinare la Bielorussia in questa guerra e state orchestrando qualcosa attorno alla Transnistria», lasciando poi nell'indeterminatezza su chi abbia fatto fallire i colloqui di pace, a partire da Minsk. Per finire col paradigma delle cancellerie europee per cui «l’Europa debba far parte di questo processo».

In sostanza, ne vien fuori, come dice ancora Živov, un messaggio vergato sul tipo “ehi tu, senti, firmiamo un trattato di pace”; un messaggio formulato in modo che, quando «rifiuteremo questa forma di dialogo, servirà da giustificazione per la continua aggressione dell'Ucraina e la sua riluttanza a impegnarsi in negoziati realmente costruttivi». L'obiettivo, cioè, era quello di infliggere a Putin il maggior numero possibile di insulti, in modo che la lettera venisse ignorata e ciò servisse da pretesto per  ulteriori atti di terrorismo, come a Starobel'sk, Simferopol, Enakievo

Insulti che arrivano fino al punto da scrivere apertamente che «voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto che riferisce il messaggio del capobastone. Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea... Al lavoro, fratelli!».

Tra l'altro, nel corso del Forum economico a Piter, Vladimir Putin ha ricordato che Kiev, già un paio di settimane prima, aveva fatto sapere di mirare a un incontro con la leadership russa al più alto livello. Era il 21 maggio, ha detto Putin; e il 22 maggio «le truppe ucraine hanno compiuto un orribile attacco terroristico contro un convitto universitario nella LNR, uccidendo degli adolescenti... La lettera contiene davvero elementi di insolenza. Serve a creare le condizioni per incontri e negoziati personali, oppure crea un fondo in cui è di fatto impossibile tenere qualsiasi incontro personale? Credo sia la seconda ipotesi».

Una «lettera aperta scritta in toni assertivi e sarcastici», scriveva il 6 giugno su La Stampa la signora Anna Zafesova, quotidianamente impegnata in eucaristiche genuflessioni all'altare del nazigolpista-capo e in riti di “macumba” all'indirizzo non solo della leadership del Cremlino, ma di tutto ciò che riguardi la vita russa. Toni, dice la signora Zafesova, che «hanno offeso il dittatore russo abbastanza da fargli mettere da parte l’ipocrisia della diplomazia e dichiarare esplicitamente che scommette sulla guerra». Come se proprio la continuazione della guerra non abbia dettato tempi, termini e modulazione del “pizzino” mafioso di Zelenskij, concordato in larga parte con Londra e Parigi e, per il resto, lasciato al livore furfantesco della più malvagia e supponente “ucrainicità”.

E se la signora Zafesova asserisce che il «contenuto del “pezzo di carta”, come l’ha sprezzantemente definito ieri Putin, è rivolto ai russi... quando ricorda a Putin che i suoi sudditi sono scontenti, per i “nostri droni” che bombardano le loro raffinerie, per la benzina razionata, per i “sempre più numerosi divieti” e la probabile chiamata alle armi. È ai russi che comunica i numeri delle perdite dell’esercito di Mosca al fronte», ella dovrebbe sapere, meglio forse dei suoi colleghi italici, quale sia l'atteggiamento del popolo russo nelle condizioni di una Russia accerchiata da nemici esterni, siano questi eserciti napoleonici, orde naziste, o “democratiche” cancellerie UE-NATO. “Il potere rimase fermo e il popolo saldo”, scrivevano i commentatori militari per illustrare la sconfitta napoleonica del 1812.

La lettera di Zelenskij, scrive Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, va oltre il bene e il male. Qualunque cosa abbia mosso la penna o premuto i tasti della tastiera mentre scriveva questa epistola aperta, ha rivelato un'intera litania di desideri nascosti, esperienze celate e paure nascoste che rendono, e forse hanno già reso, la vita degli autori insopportabile. Zelenskij non è rimasto altro che quel pagliaccio-ciarlatano che suonava il pianoforte coi genitali, negli avanspettacoli del “Kvartal 95”. Tutto ciò che ha «elencato nella lettera a Putin suggerisce che il Führer del regime neonazista ucraino sia mosso dalla paura e dal desiderio di ritardare la propria caduta attraverso la provocazione, che a sua volta lo aiuterà a elemosinare denaro e armi e a prolungare l'agonia del suo regno».

Nell'epistola si vanta dell'invincibilità dell'Ucraina e scarica sulla Russia le colpe dall'Ucraina. Zelenskij, dice Skachkò, ha di fatto elencato, punto per punto, tutto ciò che teme: la superiorità tecnico-militare russa sull'Ucraina, che sopravvive solo grazie agli aiuti occidentali. Teme le perdite umane, per le quali sarà chiamato a rispondere; la responsabilità personale per il paese devastato e le vite perdute; il fallimento dei negoziati di pace. C'è un altro importante motivo di timore: Putin ha confermato che la Russia è pronta a negoziare e firmare accordi di pace, ma solo con un rappresentante legittimo dell'Ucraina. E Zelenskij, secondo la legge ucraina, non lo è.

Zelenskij ha scritto la sua lettera «nel modo più scortese e provocatorio possibile. Perché non è la pace che vuole, ma il rifiuto del presidente russo di accettare un simile tono. Zelenskij vuole che la guerra continui, dopo una lettera del genere. La lettera è una spregevole trovata pubblicitaria, nella forma e nella sostanza, concepita per costringere la Russia ad abbandonare i negoziati e quindi a dipingerla ancora una volta come l'aggressore. La continuazione della guerra e le accuse di comportamento aggressivo e di riluttanza alla pace rivolte alla Russia giustificano sia le richieste di denaro e armi da parte di Zelenskij all'Occidente, sia la fornitura di tali armi da parte dell'Occidente.

La lettera di Zelenskij a Putin, conclude Skachkò, sarà oggetto di discussione per diverso tempo. Tali provocazioni sono orchestrate proprio per distogliere l'attenzione, almeno in parte, dalla politica reale, o dalla situazione concreta nella risoluzione di questioni controverse. Ad esempio, la guerra e la sua fine. E in questo senso, una diplomazia così rozza, cinica, insolente e offensiva scredita anche l'idea stessa di negoziati di pace. È un nuovo invito a continuare la guerra. E Zelenskij, nel suo impeto epistolare, non poteva non esserne consapevole. Così come sapeva che avrebbe dovuto risponderne.

Con tutta la sua “ucrainicità”, il nuovo “Alvaro Vitali che ce l'ha fatta” non fa che che mettere nero su bianco in termini banderisti quello che le cancellerie europee vogliono davvero: la guerra; così che si può concludere col Faust goethiano «Quel che chiamate spirito dei tempi è in sostanza lo spirito di quei certi signori in cui si rispecchiano i tempi».

 

https://politnavigator.news/zhivov-otkrytoe-pismo-zelenskogo-prezidentu-rf-ehto-tipichnaya-cipso-dlya-opravdaniya-teraktov.html

https://politnavigator.news/rabotajjte-bratya-putin-dal-publichnyjj-otvet-na-otkrytoe-pismo-zelenskogo.html

https://ukraina.ru/20260605/provokatsiya-voyny-zelenskiy-boitsya-i-po-khamski-na-grani-fola-pugaet-putina-i-rossiyu-----1079878129.html

 

 

Il fardello dell'uomo cubano (di Alberto Bradanini)

 

Intanto in un mondo parallelo (più equo e giusto)....

 

di Alberto Bradanini[i])

15 luglio 2026

 

1. Con una decisione senza precedenti, la Repubblica di Cuba ha lanciato un'invasione navale e aereo-trasportata contro gli Stati Uniti. L’offensiva tuttora in corso, che il governo cubano ha chiamato Operazione Rinsavimento Cerebrale (ORC) ha l’obiettivo di sostituire la classe dominante anglo-americana affetta dalla malattia degenerativa nota con il nome di Morbo di Trump con una nuova classe politica che organizzi il paese su basi diverse rispetto al passato. Secondo analisti di mainstream si tratterebbe di un’operazione di regime change, un tempo pratica diffusa da parte dell’impero Usa nei paesi dove elezioni politiche, minacce o corruzione non riuscivano a garantire un governo prono agli interessi imperiali invece che a quelli della popolazione locale.

Una volta che le ultime resistenze da parte del governo Usa saranno sbaragliate, la palingenesi toccherà la sfera dei diritti economici e della democrazia (affinché diventi effettiva e partecipata), oltre che l’insieme della politica interna e estera.  Secondo Hombre Normal, il ministro cubano della Humanidad - i canoni della nuova impalcatura istituzionale saranno centrati sulla demolizione del potere plutocratico oggi incentrato sulle corporazioni private, quali strumenti di oppressione etica ed economica di un brutale imperialismo, e il recupero della centralità dello Stato nell’economia e nello sviluppo scientifico/tecnologico del paese, nel rispetto della Costituzione, della libertà di pensiero, religione, associazione, espressione e libera impresa.

Massima priorità sarà riservata allo sradicamento della povertà e dell’emarginazione sociale. Tutti dovranno avere un lavoro sufficiente per vivere e progredire. La proprietà privata sarà garantita e incentivata, affinché ogni famiglia, attraverso il lavoro, possa soddisfare le proprie necessità in funzione delle risorse pubbliche disponibili. Le grandi aggregazioni finanziarie e industriali oltre una certa soglia saranno però consentite solo se funzionali al benessere collettivo e sotto stretta sorveglianza dello Stato. I capitali potranno essere esportati solo sotto controllo dello Stato, e in ogni caso nel rispetto del Diritto Internazionale, della Carta delle Nazioni Unite, in condizioni di parità con le altre nazioni e di rispetto dei diritti e interessi altrui.

Il servizio sanitario sarà nazionalizzato e tutti i cittadini bisognosi potranno accedervi gratuitamente. Le risorse necessarie a tal fine proverranno dallo smantellamento delle grandi corporazioni farmaceutiche e delle 800 basi militari oggi attive in 80 paesi al mondo. Sarà in tal modo possibile, altresì, avviare la costruzione e ammodernamento delle infrastrutture pubbliche oggi fatiscenti o gravemente digradate.

2. Quanto alla politica estera, la nuova classe dirigente - selezionata sulla scorta di accertate competenze e della lealtà ai menzionati principi etici – dovrà rimuovere gli apparati militari e d’intelligence, smantellando Cia, Nsa e le altre agenzie palesi o segrete, sinora utilizzate per destabilizzare, provocare guerre, organizzare colpi di stato, pianificare aggressioni, omicidi mirati, sequestri di persone e via dicendo.

Un’altra priorità sarà la rivitalizzazione delle organizzazioni internazionali, in primis quelle della famiglia delle Nazioni Unite (ad es. l’OMC che Washington ha reso da anni inoperante perché disobbediente ai suoi ordini), che dovrà tornare a funzionare, come da statuto, per risolvere le controversie che sempre emergono tra sistemi economici).

Le convenzioni bilaterali o multilaterali, sia nel campo della sicurezza che in quello economico, tecnologico e culturale, che gli Stati Uniti hanno boicottato perché giudicate non convenienti ai fini di dominio, dovranno tornare a funzionare, nel rispetto degli interessi di tutti, della pace e della stabilità internazionale. Massima priorità verrà data al controllo e riduzione delle armi di distruzione di massa (nucleari, biologiche e chimiche), tramite il rafforzamento del regime internazionale di sorveglianza.


3. Nel contesto dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il governo cubano ha sottolineato che occorrerà operare anche sul piano educativo, promuovendo l’alfabetizzazione politica presso il deculturato popolo Usa, stimolando la coscienza dei valori essenziali dell’essere umano socializzato. Saranno contrastati come nemici di classe i valori assolutizzanti del profitto e del disprezzo dei beni/interessi collettivi. L’acquisizione e l’uso personale di armi da fuoco saranno proibiti e pesantemente sanzionati. Lo Stato tornerà ad avere il monopolio dell’uso della forza. Sarà ampliata e tutelata la libertà di manifestazione pacifica prevista dalla Costituzione. L’attuale, truffaldino sistema elettorale statunitense, ideato per impedire ogni possibile alternativa e dialettica politica, sarà sostituito con un sistema proporzionale puro, che risponda alla volontà del popolo.

Le decisioni cruciali della vita del paese, come quelle su pace e guerra, non potranno essere adottate da un solo individuo, foss’egli anche il presidente, in quanto esposto, come nel caso attuale, a instabilità mentale, ricatti e corruzione. Esse saranno appannaggio di organi collegiali, Camera dei deputati e/o Senato.

Pensiero critico ed etica della socialità dovranno tornare centrali per consentire la rigenerazione dell’homo novus nordamericano, tenendo a mente le sofferenze a lungo patite sotto il tallone della deformazione mediatica e valoriale, dell’alienazione e dello sfruttamento.

Nelle parole del ministro cubano Hombre Normal, saranno immediatamente avviati progetti per presidiare il territorio, garantire la sicurezza delle persone e lottare contro ogni genere di violenza, delinquenza e uso di droghe, tenendo presente che tali mali sono il riflesso dell’emarginazione e della sottocultura. La lotta all’estrazione di risorse e lavoro da parte del ceto dominante globalista andrà a beneficio di 300 milioni di cittadini, ma anche degli stranieri legali (45 milioni) e illegali (10 milioni).

All’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, il presidente cubano, Miguel El Libertador, aveva dichiarato: "il popolo nordamericano è vissuto a lungo nell'inganno di essere governato dalla migliore democrazia del pianeta, mentre era chiaro anche alle montagne del Gran Canyon che si trattava di una plutocrazia malata, violenta e spietata”, aggiungendo: "Cuba non può restare a guardare oltre, mentre milioni di cittadini statunitensi sono oppressi, vedono diminuire le loro aspettative di vita e non hanno di che vivere ".


4. Secondo le ultime notizie, le forze cubane giunte sulle spiagge della Florida con barche da pesca riadattate, convogli di biciclette e colonne di automobili anni '50 ingegnosamente ammodernate, sono state accolte con tripudio e genuina riconoscenza dai cittadini nordamericani. Le truppe cubane hanno portato al seguito viveri, coperte e medicinali per i primi soccorsi a beneficio dei senza tetto, tossicodipendenti, disoccupati cronici e altri bisognosi. Si hanno notizie di gruppi spontanei di sostegno agli invasori, disoccupati, sottoccupati, sfruttati e neolaureati privi di prospettive (tra cui i portatori dell’impagabile debito studentesco, ora abolito).

In uno slancio reattivo, la cui ragione profonda si cerca tuttora di comprendere, diverse filiali di Starbucks sono state occupate e rinominate "People's Cafés" penalizzando il titolo a Wall Street, galvanizzando tuttavia milioni di lavoratori nelle piantagioni di caffè in Africa e Asia, oltre che in America Latina. Al momento, quale misura di confidence building i clienti ricevono caffè e cappuccini a gratis, in attesa della riorganizzazione dei rispettivi settori agricoli e della distribuzione, con atteso incremento dei salari delle maestranze.

Alla notizia dell’avvio dell’Operazione Rinsavimento Cerebrale, la Guardia Nazionale Usa, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e i comandi di polizia in diversi stati hanno deciso di schierarsi dalla parte del popolo. A loro volta, le forze armate (Marines, Air Force e US Navy) - che in un primo momento avevano considerato l’impiego di testate termonucleari per polverizzare gli invasori sbarcati con le insidiose colonne di automobili d’epoca – si sono ribellate al Joint Chief of Staff, gen. Out of Mind, mettendosi agli ordini del col. Good Sense, autoproclamatosi difensore delle genti nordamericane.

All’annuncio pubblico che le forze cubane avevano preso possesso del Sud della Florida, il popolo nordamericano è sceso in piazza in ciascuno degli altri 49 stati dell’Unione, organizzando comitati di autogestione e di garanzia per formare il “governo provvisorio rivoluzionario dei Nuovi Stati Uniti d’America”, il cui avvio sarà garantito dalle truppe cubane fino al pieno insediamento delle nuove istituzioni. In attesa che la vita privata e pubblica possa essere riorganizzata sulla scorta dei principi diffusi da Radio Cuba Libre, il governo provvisorio ha statuito che “Il tallone di ferro” (Jack London, 1908) deve essere considerato libro costituzionale, rendendolo obbligatorio in ogni ordine e grado in seno al sistema educativo del paese.

Le prime elezioni libere ed eque saranno pertanto organizzate entro tre mesi, garanti le truppe cubane menzionate, mentre alle Nazioni Unite i leader mondiali non hanno nascosto la sorpresa che una piccola nazione come Cuba potesse esprimere un potere etico-militare di tale caratura, ottenendo risultati così strabilianti. “A questo punto, i tempi per una palingenesi mondiale – hanno osservato i pungenti diplomatici del Sud Globale in un incontro con gli intronati colleghi europei – sono dunque maturi".

Alla conferenza stampa, convocata in emergenza al Dipartimento di Stato, Marco el-Rubio non ha potuto trattenere i singhiozzi, mentre lo schermo dietro di lui proiettava immagini satellitari di truppe cubane che fumavano sigari a Central Park e passeggiavano applaudite sulla Fifth Avenue. "erano anni – ha egli tenuto a sottolineare – che mettevo in guardia di scavare trincee di difesa sulle spiagge di Miami, invece di perdere tempo con quella maledetta guerra contro l’Iran, dando retta a quel criminale squilibrato di Netanyahu, sebbene sotto altri aspetti essa abbia avuto le sue ragioni, perché abbiamo guadagnato una montagna di soldi in borsa!"

 

[i] Ex-diplomatico. Già Ambasciatore d’Italia in Cina (2013-15), Coordinatore del Comitato Governativo Italia-Cina (2007-09), Console Generale d’Italia a Hong Kong (1996-98), Consigliere Commerciale all’Ambasciata d’Italia a Pechino (1991-96), Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-12), attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea (Reggio Emilia, Italia). Alberto Bradanini è autore di diversi saggi e libri, tra cui “Oltre la Grande Muraglia” (2018); “Cina, l’irresistibile ascesa” (2022) e “Lo sguardo di Nenni e le sfide della Cina”

 

Scontro sulla memoria storica in UE: chiesta la revoca dell'Ordine del Merito a Zelensky

 

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

La destra dell’Europarlamento protesta contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per la riabilitazione dei collaborazionisti dei nazisti. In una lettera del 5 giugno alla leader dell’eurocamera Roberta Metzola, 34 parlamentari chiedono la revoca dell’onorificenza dell’Ordine del Merito europeo conferitagli meno di un mese fa.

 

La goccia che ha fatto traboccare il vaso

Nel testo si contesta il conferimento ad un’unità d’elite delle Forze Armate Ucraine del titolo di “Eroi dell’UPA”, in onore all’esercito insurrezionalista di Stepan Bandera, stata assegnata con decreto presidenziale del 26 maggio n. 440/2026. Pochi giorni prima Zelensky aveva ricevuto con gli onori di Stato la salma di un altro collaborazionista di Hitler, criminale di guerra: Andrii Melnyk, fondatore dell’OUN (Organizzazione dei nazionalisti ucraini).

Le spoglie sono state riesumate dal Lussemburgo e riportate in Ucraina su richiesta del governo di Kiev. Il presidente ucraino le ha ricevute dandone sepoltura con una cerimonia in pompa, a cui hanno preso parte Oleksandr Alfiorov (direttore dell'Istituto ucraino della memoria nazionale) e Iryna Vereshchuk (vice capo dell'Ufficio del Presidente dell'Ucraina), oltre a una delegazione dell’Azov. Lo stesso Alfiorov è un membro dell’Azov.

Zelensky ha lanciato la prima zolla di terra, in ginocchio davanti al feretro.

“Il colonnello Andriy Melnyk è tornato in un’Ucraina diversa: non quella che era stato costretto a lasciare, ma quella che aveva sognato”, ha dichiarato.

 

Una dura condanna senza precedenti

Il documento si scaglia in modo inequivocabile e senza mezzi termini contro “le recenti decisioni” del presidente ucraino “che pubblicamente onorano e glorificano la criminale Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) — una formazione responsabile di crimini di massa e genocidio della popolazione civile commessi nel 1943-1945 nei territori della Volinia e della Galizia Orientale della Seconda Repubblica di Polonia”.

Specifica che durante la seconda guerra mondiale le formazioni nazionaliste ucraine furono responsabile di “pulizie etniche genocidarie” che hanno causato la morte di almeno 120.000 polacchi, ruteni, ebrei, “ucraini giusti”, nonché della cacciata di centinaia di migliaia di polacchi dalle loro terre, cui non fecero più ritorno.

Inoltre condanna nero su bianco la glorificazione dei collaborazionisti ucraini: “Negli ultimi anni, le autorità statali ucraine hanno ripetutamente presentato OUN e UPA come organizzazioni degne di emulazione che hanno lottato per l'indipendenza dell'Ucraina. Nello spazio pubblico ucraino sta diventando sempre più evidente il culto di figure legate a OUN e UPA, come Stepan Bandera, Roman Shukhevych e Andriy Melnyk, così come degli ideologi dello sciovinismo ucraino come Dmytro Dontsov”

“I loro nomi vengono dati a strade e piazze, vengono eretti monumenti e aperti musei. Molte unità dell'esercito ucraino moderno usano la simbologia dell'OUN e dell'UPA. I giovani ucraini vengono insegnati a onorare criminali presentati come eroi, il che ha conseguenze catastrofiche per la costruzione di relazioni di buon vicinato nell'Europa Centrale e Orientale e per superare i demoni del ventesimo secolo”.

“I valori europei, basati sul dialogo, la cooperazione e il rispetto reciproco tra i popoli, non possono essere compatibili con la glorificazione dello sciovinismo, dell'odio, del genocidio e delle pulizie etniche. L'identità del proprio Stato e della propria società non può essere costruita su un crimine così mostruoso. Il Presidente Zelensky, come persona responsabile della glorificazione di questa tradizione criminale, non merita questo ordine e dovrebbe esserne privato”. Queste argomentazioni sono condannate “narrativa del Cremlino” dalle autorità di Kiev e dai sostenitori dell’Ucraina. Nei Paesi UE sono definite “tematiche controverse”.

 

Tensioni al massimo con la Polonia

La prima firmataria del documento è l’europarlamentare Anna Brylka del gruppo Patriots for Europe (PfE), eletta in Polonia con il partito di destra Konfederacja. Al momento l’appello non è ancora stato presentato, è in corso la raccolta firme. La lettera è il culmine di un’ondata trasversale di indignazione esplosa in Polonia dopo l’omaggio a Melnyk e la glorificazione dell’UPA. Il presidente Karol Nawrocky ha proposto di revocare a Zelensky l’ordine dell’Aquila Bianca, la massima onorificenza polacca.

Il primo ministro Donald Tusk non solo lo sostiene, ma minaccia Kiev di conseguenze economiche: “le nostre relazioni saranno determinate non dalla simpatia, ma da uno spietato business". Tra le righe si legge il veto all’ingresso dell’Ucraina nella UE, attualmente in discussione.

Il vice presidente della Camera Krzysztof Bosak, ha chiesto di passare a “gesti più completi”: bloccare l'adesione dell'Ucraina all'UE, smettere di pagare per Starlink e concedere finanziamenti.

La reazione più emblematica è quella dell’ex presidente, capo di Solidarno?? e vincitore del premio nobel per la pace Lech Walesa:  

"Il Presidente ucraino, premiando i banditi dell'UPA, mi ha offeso e tutti i nostri connazionali uccisi. Per questo motivo, ho pubblicamente tolto la bandiera ucraina dal petto. Continuerò ad aiutare il popolo ucraino nella lotta contro i sovietici. Rifiuto il sostegno al Presidente Zelensky", ha scritto su Facebook.

Va specificato che l’indignazione non è mossa da alcun sentimento antifascista. Piuttosto è rivelatrice di come l’Ucraina sia diventata una rogna per le autorità polacche.

 

Il paradosso del giardino europeo

Nell’Europa in lotta per la libertà contro l’autocrazia russa, è la destra sovranista a promuovere un’azione antinazista. Per anni politici e giornalisti hanno lavorato intensamente nascondere la nazistificazione dell’Ucraina, accusando di filoputinismo chiunque sollevasse il problema. La sinistra liberal ha mostrato i neonazisti dell’Azov o il Corpo Volontario Russo come resistenza ucraina o partigiani russi, ammettendo i loro vessilli ai cortei del 25 aprile. La società civile ha negato o minimizzato o giustificato la glorificazione di nazisti, filonazisti e criminali di guerra. Per anni i “debunker indipendenti” (con moglie ucraina) si sono arrampicati sugli specchi per mostrare le svastiche, sempre più presenti nell’iconografia ucraina post-maidanista, come “bellissimi simboli solari slavi di fertilità”.

Dopo tutti questi sforzi, sono i polacchi a mostrare che il re è nudo. I polacchi, gli stessi che hanno fatto della russofobia e dell’anticomunismo la propria religione di stato. La sinistra liberale, europeista e filo-NATO, invece, continua a negare che in Ucraina il nazismo sia sdoganato e celebrato. E lo fa in nome della democrazia e della lotta al “putinismo”.

 

La lotta per la memoria storica

Da anni Varsavia mal tollera la riabilitazione dei seguaci di Stepan Bandera, Andriy Melnyk e Roman Shukhevych. Non per un improvviso sentimento antifascista, ma per sciovinismo interno.

Il culto delle vittime della pulizia etnica portata avanti dai collaborazionisti ucraini è uno dei pilastri del nazionalismo polacco e dunque dell’identità della Polonia democratica, assieme alla russofobia e all’anticomunismo.

Questo elemento essenziale di coesione interna della Polonia è in conflitto esistenziale con il processo di costruzione della nuova identità nazionale ucraina, basato sulla riabilitazione, sdoganamento e glorificazione degli oppositori dell’URSS. Non più collaborazionisti nazisti ma eroi della lotta di indipendenza nazionale.

La creazione di una comune memoria storica è terreno di conflitto irriducibile tra Varsavia e Kiev, nonché il principale ostacolo sovrastrutturale per una solida e duratura alleanza antirussa tra i due Paesi.

 

Le ragioni concrete della discordia

La rivalità tra Ucraina e Polonia non si colloca in cielo, ha i piedi ben radicati nel terreno. In Europa i due paesi sono avversari naturali e la loro competizione può soltanto essere amplificata da un ingresso di Kiev nell’UE.

La preoccupazione di Varsavia ha almeno tre dimensioni:

  • produttiva-commerciale: protezione del settore agricolo. L’ingresso dell’Ucraina nell’UE renderebbe i prodotti polacchi meno competitivi a scapito degli agricoltori e produttori, che costituiscono un’estesa e importante base elettorale che nessuna parte politica intende inimicarsi;
  • economica: La Polonia è uno dei maggiori beneficiari netti dei fondi di coesione e agricoli. L’ingresso di un paese grande e povero come l’Ucraina ridurrebbe la quota pro-capite di fondi disponibili.
  • politica: un paese grande come l’Ucraina minerebbe il ruolo della Polonia di “leader dell’Est” e dunque le capacità di influenza nella regione.

 

Le prime due problematiche sono condivise dagli altri Paesi Visegrad.

Infine, se vogliamo, c’è un’altra grande questione che contrappone Varsavia e Kiev: la competizione militare. La Polonia ambisce a diventare il più grande esercito europeo. L’Ucraina è già una potenza militare collaudata sul campo di battaglia, con una fiorente industria militare sostenuta dall’Occidente e all’avanguardia tecnologica.

Il rapporto tra Kiev e Varsavia non è un’alleanza ma un fidanzamento di convenienza tra due nemici naturali che si uniscono in nome della comune inimicizia contro la Russia. È una faglia tettonica strutturale in perpetuo moto conflittuale, destinata ciclicamente ad esplodere. Come in questo caso.

 

Dua Lipa e Callum Turner: un matrimonio dal sapore coloniale

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

Parliamo anche noi del matrimonio di Dua Lipa, la cantante kosovara che ha sposato l’attore e modello Callum Turner. Gli sposi hanno scelto Palermo come meta dei festeggiamenti nuziali della durata di oltre due giorni.

I giornali ci inondano di gossip. E ci raccontano che la coppia alloggia a Villa Igiea, hotel extra lusso ora proprietà di una famosa catena alberghiera e di un fondo saudita ma un tempo prestigiosissima dimora dei Florio. Qui la coppia ospita gli altri invitati, tutti celebrità e vip e alloggia in una suite di oltre 100 mq da seimila euro a notte -extra a parte- con lettone superior king -sicuramente molto interessante come informazione- grande terrazza con vista mare e opere d’arte.

Non appena atterrati avrebbero passato la giornata in hotel andando ad allenarsi in palestra. Più interessati ai bicipiti che alla città, evidentemente. Costo totale della cerimonia: oltre 1,5 milioni di euro.

Questi i gossip che l’informazione dà in pasto al volgo, alla plebe. Però a noi interessa altro di questa vicenda dal sapore coloniale, non il gossip.

Ci interessa smontare i costrutti della propaganda - all’opera anche qui-, smontare la banalità e l’ottusità con cui vengono costruiti slogan funzionali al lavaggio del cervello e a rendere tollerabile qualsiasi tipo di abuso e sopraffazione. Nella fattispecie gli abusi sono a danno della città e dei suoi cittadini.

Vasto il repertorio di slogan e frasi fatte: “il matrimonio porta visibilità” , “il matrimonio porta soldi alla città”, “porta turismo” e così via discorrendo, anzi ripetendo….Ma Dua Lipa ha davvero ‘portato soldi’ a Palermo? Andiamo a vedere e scopriamo che l’agenzia che ha organizzato l’evento è milanese, la wedding planner non è neppure siciliana. Ma sopratutto si scopre che Dua Lipa e il marito non hanno pagato per l'uso pubblico delle strade e delle piazze usate per i loro festeggiamenti. Le limitazioni, come le transenne in centro, sono state gestite tramite i normali permessi di occupazione di suolo pubblico e i relativi servizi di sicurezza privata. Quindi a chi avrebbe portato soldi? Alla famiglia nobile proprietaria del palazzo Valguarnera a Bagheria ? A palazzo Ganci o Villa Igiea? Ma questi sono soggetti privati, alla città nessun soldo. E allora cosa ha lasciato? La visibilità.  E Palermo, città millenaria, di cultura ha bisogno della Dua Lipa che cammina a Villa Igiea, nelle stanze di Franca Florio, col cappellino all’americana e un pareo al posto dei pantaloni? Palermo ha bisogno di questo tipo di visibilità?

Certamente una visibilità  che non porta soldi né ricchezza ma anzi alimenta quel turismo predatorio e di massa di chi viene a Palermo perché c’è stata Dua Lipa. Non certo per restare incantati dalle sue meraviglie. Ma già Palermo è satura di questo turismo.

Tra l’altro non è neppure un ‘grande evento’, come ad esempio le Olimpiadi o i Mondiali di calcio, dove intervengono migliaia di persone. È semplicemente un evento privato e tale resta, a prescindere dalla celebrità dei contraenti. Un evento privato dal fortissimo sapore coloniale. Si badi bene, infatti, i residenti qui non diventano figuranti, come si legge in giro. NO. Ai residenti è stato imposto divieto di circolazione, gli hanno fatto firmare “patti di riservatezza”, per non farsi vedere in giro e rovinare la cerimonia. Dunque non sono neppure dei figuranti, da osservare nel proprio ambiente esotico come animali in cattività, che già sarebbe inaccettabile. Qui è anche peggio: nn devono circolare perché Due Lipa, è ricca e vuole la città tutta per lei. Vuole la città. Senza popolo. Vuole le pietre senza popolo.

E se anche davvero questo matrimonio portasse una “visibilità” tale da richiamare turisti, in base a questo accettiamo che i diritti dei cittadini possano essere sospesi? Se anche avesse pagato tanto, oggi sono in vendita anche i diritti? E se un giorno arrivasse un buzzurro qualsiasi che volesse bivaccare a Palazzo delle Aquile o al Campidoglio? E’ solo una questione di soldi?

Altro che la visibilità e il ritorno d’immagine, qua è in ballo ben altro.

E abbiamo la misura per capire sino a che punto il Discorso è avvelenato dalla propaganda. E’ obbligatorio riflettere sul fatto che in un contesto neoliberale, in cui lo Stato è ridotto a mero garante degli interessi e della speculazione delle multinazionali e degli investitori, il riccone di turno può arrivare e comprare o disporre di una città come fosse una sua proprietà, imporre ai residenti di non uscire di casa, di non affacciarsi, di non parcheggiare. Può scegliere quel che gli piace e sospendere i diritti di chi non ha abbastanza soldi per opporsi. Così la figlia di Trump e Jared Kushner hanno “scoperto” l’isola di Sazan in Albania durante una gita in barca a vela. Ed ecco che ritorna la prospettiva coloniale: hanno fatto una nuotata, hanno raggiunto l’isola e “l’hanno scoperta”, come se prima non esistesse e iniziasse a esistere solo dal momento in cui è scoperta dall’investitore occidentale. L’isola è bella e la voglio. Palermo è bellissima, la voglio, me la prendo.

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