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Received — 4 June 2026 L'Antidiplomatico

Lavorare a 92 anni per l'affitto: il "sogno americano"

La storia di Mary è diventata virale per caso. Una ragazza di ventun’anni, Brooklyn Green, l’ha notata mentre entrava in un cinema del Tennessee, l’ha vista stanca, gobba, provata. Non è andata via. Invece di pensare “poverina” e andare oltre, ha aperto una raccolta fondi su GoFundMe. Voleva solo darle una chance, la possibilità di poter riposarsi alla sua veneranda età. In ventiquattr’ore sono arrivati centomila dollari. Poi centoquarantamila. Una cifra che per Mary rappresenta il prezzo della libertà che gli USA (autodichiarata patria delle libertà) non le hanno mai garantito.

Mientras tanto, en EEUU, una abuela de 93 años, llamada Mary, que sigue trabajando en un cine AMC para pagar sus facturas, sin poderse jubilar, limpiando la basura que la gente deja atrás en las salas.

Este es el futuro del capitalismo, que trabajes hasta morir sin poder… pic.twitter.com/SKxwNXNSuk

— Daniel Mayakovski (@DaniMayakovski) June 4, 2026

Brooklyn ci ha provato a raccontarla bene, la storia. Ha spiegato che Mary lavora perché “ama farlo”. Il manager del cinema ha detto che tenersi occupata le fa bene. E chissà, magari è anche vero. Magari Mary ama davvero quel lavoro. Ma a novantadue anni, con la schiena piegata dal peso di decenni di fatica, l’amore per il lavoro non dovrebbe essere un obbligo. Dovrebbe essere un lusso, qualcosa che scegli quando hai già tutto il resto. Ma Mary aveva bisogno di lavorare. Perché se non lavorava, non mangiava. O meglio, non pagava le bollette, l’affitto, l’assicurazione. E nno è un caso isolato negli Stati Uniti.

Muriel Connick è l’altra faccia della stessa medaglia. Anche lei novantadue anni, anche lei in Florida, anche lei in un negozio. April Steele, una cliente, l’ha incrociata un giorno. Ha visto una vecchia signora che piegava vestiti e ha capito che non lo faceva per hobby. Ha chiesto, ha ascoltato, ha scoperto che la pensione di Muriel non bastava per arrivare a fine mese. Non bastava per l’affitto, la macchina, la luce. Così ha aperto un’altra raccolta, ha scritto un post su Facebook, e la gente ha donato cinquantacinquemila dollari. Muriel piangeva quando glieli hanno consegnati. Pensava fosse una cartolina.

Strangers have raised over $57,000 to help 92-year-old Muriel retire from her job. The GoFundMe was setup after one of her customers, April, was shocked to still see Muriel working. pic.twitter.com/zG9WfiwxuC

— News 4 San Antonio (@News4SA) January 27, 2026

Queste due storie sono commoventi, certo. Ma sono anche un’accusa. Perché una società che costringe una donna di novantadue anni a lavorare per sopravvivere non è una società che merita di chiamarsi civile. È il capitalismo selvaggio che si mangia i suoi anziani, che li spreme fino all’ultimo respiro, che trasforma la vecchiaia in un lusso che pochi possono permettersi. E poi arriva qualcuno – una ragazza di ventun’anni, una cliente qualsiasi – a fare quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da tempo: garantire una pensione dignitosa, un tetto, la possibilità di invecchiare senza avere il badge da timbrare.

Quello che fa più rabbia è che Mary e Muriel sono solo le storie che abbiamo visto. Quelle diventate virali, quelle che hanno fatto commuovere tante persone e le hanno spinte a fare donazioni. Ma quante altre Mary ci sono? Quante altre donne e uomini curvi sui banchi di un negozio, dietro una scrivania, su una sedia a rotelle davanti a un computer, che non hanno avuto la fortuna di incontrare un’anima gentile con un account GoFundMe? Loro continueranno a lavorare. Fino a quando il corpo dice basta. Fino alla morte, praticamente. Questo è il capitalismo neoliberista.

La fine dei negoziati tra Usa e Russia. Che ruolo ha giocato l'UE nell'attacco a San Pietroburgo?


di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

La Finlandia era a conoscenza in anticipo del grave attacco sferrato dall’Ucraina la Russia, mercoledì mattina. Lo ha dichiarato alla stampa finlandese il ministro della Difesa Antti Akkänänen, riservandosi di non divulgare “i dettagli sul sistema di intelligence e sugli altri metodi” utilizzati per “ricostruire la situazione. La Finlandia era pronta ad abbattere i droni qualora fossero finiti fuori rotta nello spazio finlandese. I droni ucraini hanno colpito infrastrutture portuali a San Pietroburgo, tra cui uno dei principali terminal petroliferi per l’export, proprio nel giorno in cui iniziava il Forum Economico, importante vetrina internazionale per il Cremlino. Quest’anno è stata annunciata anche la partecipazione di una delegazione statunitense.

L’obiettivo di questo attacco è chiaro: umiliare il presidente Vladimir Putin, mostrarlo debole proprio mentre i riflettori sono puntati sul grande evento.   

Allo stesso tempo, Kiev prosegue con la sua guerra asimmetrica. In Donbass, Crimea e nelle nuove regioni continua a colpire civili, massimizzando il numero delle vittime.

Dopo la strage allo studentato di Starobilsk, 21 studenti uccisi e ignorati dalla stampa occidentale, un drone ucraino ha colpito ieri un autobus della linea Mosca – Simferopoli, a Yenakievo. Almeno otto persone sono state uccise sul colpo, la maggior parte nel sonno. Più di dieci i feriti.

Sempre ieri un altro drone ha colpito un treno di pendolari, provocando tre vittime, in base a quanto riporta Tass. Sette feriti.

Inoltre, le forze armate ucraine, hanno ripreso gli attacchi contro la centrale nucleare di Zaporizhia (ZAES), la più grande d’Europa.

Davanti a ciò, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky afferma di essere pronto per incontrare Putin, mentre Francia, Germania e Regno Unito spingono per negoziati con la Russia. L’obiettivo, probabilmente, è quello di raggiungere una tregua entro l’autunno, puntuale per le elezioni di mid-term.

Come possiamo leggere tutti questi fatti?

La svolta Neocon di Trump e la fine dei colloqui USA-Russia

Gli Stati Uniti non sono un mediatore imparziale in questa guerra, hanno preso posizione. Lo ha dichiarato Marco Rubio durante un'audizione tenuta mercoledì, davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti a Capitol Hill, Washington D.C.

“Non siamo mediatori imparziali in questa guerra. Non forniamo armi alla Russia. Forniamo armi solo all'Ucraina. Non imponiamo sanzioni all'Ucraina. Le imponiamo solo alla Russia. Quindi abbiamo chiaramente preso posizione”.

Queste parole non lasciano altra interpretazione: lo “spirito di Anchorage” è morto, Washington si sfila dal processo negoziale in Ucraina. L’ annuncio del segretario di Stato, che ormai parla come se fosse lui il capo della Casa Bianca, è in aperta contraddizione con la linea tenuta dagli USA nei colloqui con la Russia.

Trump, infatti, ha più volte riconosciuto le “cause della guerra” secondo il punto di vista russo, come ha sottolineato in più di un’occasione il Cremlino. Inoltre ha sempre puntualizzato che Washington non è parte in causa ma si limita a guadagnare dalla vendita di armi.

Dopo l’assassinio di Charlie Kirk, però, l’ago della bilancia dei rapporti di potere all’interno dell’amministrazione Trump si è spostato a favore dei neocon. I MAGA sono entrati in aperto conflitto con il presidente. Il vicepresidente JD Vance è sempre più marginale, figure meno allineate come Tulsi Gabbard hanno lasciato l’incarico o sono state costrette alle dimissioni.

Marco Rubio, invece, è sempre più centrale. Dal dipartimento di Stato ha adeguato la politica estera statunitense alla linea trasversale neocon, il cui maggiore esponente nei repubblicani è Lindsay Graham. Trump si limita a condizionare le trattative e gli andamenti dei mercati con le sue uscite pubbliche, sempre incoerenti, sempre roboanti, sempre paradossali.

E ieri, Marco Rubio al Congresso si è comportato come il presidente de facto. Ha annunciato nuove sanzioni contro il settore petrolifero russo e tariffe al 500% per chi acquista dalla Russia. Si tratta del progetto di legge presentato dallo stesso Lindsay Graham nell’aprile 2025, rimasto latente sino ad oggi. La Camera infatti lo ha approvato con 214 voti a favore e 204 contro. Dovrà superare il voto finale del Senato.

Trump si era rifiutato di approvarla, preferendo utilizzarla come leva al tavolo con Mosca.

Adesso la finestra negoziale si è evidentemente chiusa. Rubio lo aveva annunciato alcuni giorni fa, adducendo come ragione l’indisponibilità di Russia e Ucraina ad avvicinare le proprie posizioni. Tuttavia resta uno spazio aperto per il dialogo tra le due superpotenze nucleari.  

E infatti Russia e gli Stati Uniti terranno match di hockey a Mosca il 1° luglio, il primo da sette anni. Inoltre hanno ripreso gli scambi postali. Ma la diplomazia è ad un vicolo cieco. Rubio promette ai liberali russi, quel settore che non vede l’ora di tornare nel G8, che i rapporti tra i due paesi miglioreranno dopo la guerra.

L’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, insiste per un incontro con Jared Kushner e Steve Witkoff. Ma per il momento non è stata fissata alcuna data.

Tutto lascia credere che, come gli USA hanno lasciato all’UE l’onere della guerra, adesso lasceranno anche quello della diplomazia.


Colloqui Russia e UE?

All’inizio del dialogo con la Casa Bianca, Mosca aveva stabilito un punto fisso: l’UE non entrerà nei colloqui. Almeno finché avrà una leadership ostile alla Russia.

A cinque mesi dal naufragio del processo negoziale, dopo la parata della Vittoria, Putin ha annunciato l’inizio della fase finale della guerra, aprendo al dialogo con la parte europea. Come inviato aveva proposto l’amico Gerard Schroeder.

I paesi europei non hanno rifiutato l’offerta, ma valutano un altro rappresentante. Forse Aleksandr Stubb o Mario Draghi, non certo Kaja Kallas.

Mentre Mosca non mostra segnali di fretta, sia Washington che Kiev condividono una scadenza: l’autunno 2026. Oggi Bloomberg ha pubblicato un articolo in cui riferisce, citando fonti, che Germania, Francia e Regno Unito, insieme a Kiev, stanno discutendo la possibilità di iniziare negoziati con la Russia per porre fine alla guerra. Secondo l'agenzia, a Berlino, Parigi e Londra si ritiene che la situazione stia iniziando a diventare più favorevole per l'Ucraina. Sullo sfondo dello stallo negoziale e sul fronte, gli alleati europei hanno visto l'opportunità di tentare di avviare i colloqui con Mosca. Un ulteriore fattore di pressione sul Cremlino, secondo Bloomberg, è rappresentato dagli attacchi sempre più frequenti di droni ucraini contro obiettivi in profondità in Russia, nonché dai segni di insoddisfazione per la guerra tra una parte dell'élite russa.

E qui torniamo alla domanda iniziale: com’è possibile che mentre Kiev intensifica la guerra asimmetrica con la Russia, anziché un’escalation si apra una finestra negoziale?

L’Occidente (orfano degli USA) è convinto di potersi sedere al tavolo delle trattative da una posizione di forza, se colpirà obiettivi civili e strategici, come le infrastrutture petrolifere o la centrale nucleare di Enerdogar.

 

Il sospetto di attacchi coordinati

A questo punto è lecito pensare che gli attacchi in profondità contro il territorio russo facciano parte di una strategia coordinata dall’Ucraina con Parigi, Londra e Berlino e che Baltici e Finlandia stiano facendo il “lavoro sporco”.

Buona parte dell’opinione pubblica russa ne è convinta e le parole del ministro finlandese lo confermano: Helsinky sapeva perché avvisata da Kiev o da suoi altri partner. Akkänänen non può certo dichiararlo pubblicamente.

Inoltre le immagini dei droni che sorvolano il mare, diffuse ieri sui social, danno adito a pensare che l’attacco sia stato sferrato dal golfo di Finlandia. Molti russi pensano che i droni siano entrati dal territorio estone o siano controllati dagli operatori tramite ripetitori dall'Estonia, o attraverso Starlink, il cui segnale può provenire dalla Finlandia. Episodi analoghi sono avvenuti nel mese di maggio, provocando la caduta del governo lettone.

Alla luce delle rivelazioni pubblicate da Bloomberg, appare verosimile che alcuni Paesi europei abbiano aumentato il proprio livello di cobelligeranza con l’obiettivo di costringere la Russia a sedere al tavolo dei negoziati e strapparle concessioni. È un azzardo: il coordinamento di attacchi ucraini contro civili sul territorio russo, anziché avviare i negoziati, potrebbe avviare un escalation con la NATO.    

Il tabù delle tasse ai ricchi in Italia: perché la progressività fiscale è diventata un miraggio

 

Ogni qual volta in Italia si sfiora il tema della tassazione scoppia un putiferio. Accadeva cinquant'anni fa, ma lo scenario è persino peggiorato oggi, in un sistema ridotto a sole tre aliquote fiscali. Le proposte di tassare i grandi patrimoni, al netto della retorica e del debole populismo di certa sinistra, hanno sempre esercitato una forte attrazione teorica all'interno di un programma politico di equità sociale; un programma di cui, tuttavia, non si vede più alcuna traccia nell'attuale panorama progressista.

In un Paese in cui si riflette poco e male sulle dinamiche del modo di produzione capitalistico, l’attenzione resta focalizzata unicamente sulla sfera distributiva. Qui emerge un limite tipicamente italiano: la totale assenza di équipe e gruppi di studio strutturati capaci di analizzare la ricchezza, a differenza di quanto avviene in Francia, dove la ricerca scientifica su questi temi è radicata da lustri. Nel nostro contesto, l’introduzione di una reale imposta patrimoniale finirebbe per scontentare persino una parte non trascurabile dello stesso centro-sinistra.

La fiscalità progressiva che ha caratterizzato il Novecento è ormai un lontano ricordo. Anche i criteri per valutare la ricchezza — come la definizione delle tipologie di reddito e delle basi imponibili — rimangono elementi fortemente divisivi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tassare i grandi patrimoni è diventato a tutti gli effetti un tabù inavvicinabile.

L'immobilità delle istituzioni e la transnazionalità dei capitali

In questo scenario di progressivo smantellamento, la Corte Costituzionale non è mai intervenuta in questi anni per imporre criteri guida rigidi volti a preservare la progressività del sistema di tassazione. Di fatto, il vecchio progetto redistributivo viene ostacolato o ignorato proprio da chi dovrebbe vigilare a sua difesa, lasciando spazio a un sistema fiscale iniquo già in partenza. A complicare il quadro si aggiunge il carattere transnazionale delle grandi ricchezze, protette da un'intricata filiera societaria che permette di spostare agevolmente le sedi fiscali nei paradisi offshore.

Un programma avanzato di equità sociale non può prescindere dal ripristino di un congruo numero di aliquote fiscali, uno strumento indispensabile per restituire il principio di progressività alla tassazione e avviare una redistribuzione che sia finalmente efficace. Al contrario, gli slogan sulle "super tasse ai ricchi" si rivelano spesso semplici specchietti per le allodole, utili solo a deviare l'attenzione mediatica dai problemi strutturali del fisco. Nel frattempo, la retorica populista dominante — quella di matrice destrorsa — punta tutte le sue carte sulla delegittimazione ideologica delle tasse per i redditi elevati, provocando il conseguente definanziamento dei servizi pubblici universali.

Lo smantellamento dello Stato sociale procede di pari passo con lo stravolgimento della progressività fiscale. Le privatizzazioni selvagge sono parte integrante di questo attacco sistematico al mondo del lavoro e ai lavoratori dipendenti, un’offensiva che dura ormai da decenni. Diventa quindi fondamentale ripristinare un po' di verità storica all'interno del dibattito pubblico sul fisco, abbandonando formule astratte e slogan funzionali solo a alimentare uno scontro ideologico sterile.

In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali. Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazigolpisti di Kiev hanno campo libero: l'importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che «la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione», come certifica la signora Anna Zafesova su La Stampa. 

Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO; voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada. Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini. Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi: rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta. Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”; la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, «è quindi diretto alla vanità del dittatore russo», così che l'attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, «non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin», che ora, dunque, «deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa». Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all'ospedale in fin di vita. È la guerra. La guerra dell'Ucraina baluardo dei valori europei contro le autocrazia asiatiche. L'Ucraina sta o non sta vincendo? E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazigolpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz'ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d'Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c'è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d'argilla”. Avanti alla guerra; l'Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”. Ancora un paio d'anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr'otto. Popoli d'Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni: un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.

Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po' di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie; non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa.
Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini. Non è un caso, afferma dall'Austria il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, che negli ultimi tempi Valdimir Zelenskij abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni; perché due o tre anni? Perché «i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi... l'Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l'Ucraina guadagni tempo... Se all'Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra». Tra l'altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l'immediata fornitura di missili Patriot, Zelenskij cerca di mettere il presidente USA «in una posizione scomoda», esponendolo ad attacchi politici. Nel messaggio, il nazigolpista capo elogia l'Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei. Zelenskij si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo «principale Stato sovrano», governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelenskij. 
In effetti, secondo The Guardian, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità: l'aggressione yankee-sionista all'Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino. El jefe de la junta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell'aggressione all'Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili. Per l'afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Moskva ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O'Brien, la situazione offre a Moskva ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell'Ucraina.

Ma, per l'appunto, non sono solo le armi che mancano. La tedesca Die junge Welt, su fonti dell'agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare. A quanto pare, scrive Kristian Stemmler, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte. Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l'attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L'alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni. Secondo la dpa, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.

Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull'afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo. Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.

E, comunque, nel caso che - non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l'Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l'Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico. 

Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi. Dunque, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, ciò «significa che quest'isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una "portaerei" svedese», aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati. Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell'area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini. Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova: si tratta di esercitare una «pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un'ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia». Non sono da meno a Varsavia: l'Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul "sabotaggio russo" nel Baltico. E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un «secondo Stretto di Hormuz» per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primorsk e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad. Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Moskva, in base alla strategia russa, sarebbe «nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca. Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite».

In ogni caso, l'area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l'ex maggiore dell'esercito USA di origini russe, Stanislav Krapivnik, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente. Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Krapivnik; «oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra. Non c'è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari. La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne». Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso «ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo. La Lituania si è spinta oltre, consentendo l'utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all'Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo. Sono partecipanti diretti a questa guerra».

Negli stessi termini si esprime anche l'ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezrukov, docente al prestigioso MGIMO: i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia. Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti. Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezrukov: «Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L'esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?… una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo. L'Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato. Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all'Europa allora?... Vogliono arrivare a una grave provocazione. A un certo punto non avremo altra scelta. E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente».

E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all'arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l'osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l'Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all'inizio. La Russia sta «preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità... la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni. I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c'è via di ripresa; l'unica opzione possibile è la guerra». Bruxelles e le cancellerie europee l'hanno voluta, la guerra; vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte; la guerra, diceva Clausewitz, è «la continuazione della politica con altri mezzi». La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un'organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all'aria i loro piani.

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https://ukraina.ru/20260604/tri-cheloveka-pogibli-v-rezultate-udara-vsu-po-simferopolyu--1079795932.html

https://politnavigator.news/vam-dali-90-milliardov-znachit-voyujjte-es-ne-daet-ukraine-soskochit-s-vojjny.html

https://politnavigator.news/zelenskijj-pytaetsya-podstavit-trampa.html

https://ria.ru/20260603/ukraina-2096353971.html

https://www.jungewelt.de/artikel/523607.html

https://ria.ru/20260603/evropa-2096281287.html

https://politnavigator.news/stanislav-krapivnik-dalshe-vsekh-poshla-litva-s-pyati-ejo-baz-zapuskayut-drony-vsu-po-rossii.html

https://politnavigator.news/rossijjskijj-razvedchik-o-pribaltike-kazus-belli-uzhe-sozdan-im-budet-ochen-bolno-armiya-ne-vojjdjot.html

https://ukraina.ru/20260530/chto-ukrainskie-soldaty-delayut-v-afrike-i-kak-nato-gotovilos-k-voyne-s-rossiey-1079610676.html

"Un mondo senza miliardari per salvare il pianeta": la ricetta shock di Thomas Piketty

 

di Michele Blanco

Il report annuale degli economisti del World Inequality Lab, che vede in prima fila Thomas Piketty, propone una profonda e radicale trasformazione dell’intero ordine economico mondiale. L'obiettivo è evitare una catastrofe sociale, economica, civile, umanitaria e ambientale attraverso la riduzione, non più rinviabile, delle enormi disuguaglianze globali.

Questi economisti propongono un “mondo senza miliardari”, sostenuto da una tassazione globale progressiva che toccherebbe il 20% solo per i super-ricchi. Una riforma strutturale del sistema economico mondiale che, secondo il modello, potrebbe portare a settimane lavorative dimezzate, un reddito medio di convergenza fino a 5mila euro al mese e un fondo globale capace di redistribuire il 10% del Pil ogni anno. Risorse, queste ultime, che consentirebbero a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti nella transizione ecologica, nell'istruzione universale e nella sanità gratuita.

Non si tratta di utopia, ma del piano ponderato di un gruppo di accademici della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire un benessere condiviso.

Il Global Justice Report: la redistribuzione come necessità climatica

Con il Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in concomitanza con l’inizio della World Inequality Conference 2026, si individua nella riduzione dei divari economici la “condizione necessaria” per evitare il punto di non ritorno. Questa tesi, supportata da decenni di studi, dimostra come le politiche neoliberiste e gli attuali divari di ricchezza siano del tutto incompatibili con la stabilità ecologica.

“La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione. È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”.

In buona sostanza, per contenere l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su energie rinnovabili e auto elettriche. È indispensabile ridurre il peso economico, politico e sociale dei super-ricchi che detengono gran parte della ricchezza globale, produrre e consumare meno beni superflui, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi tra il Nord e il Sud del mondo.

Un Fondo Globale da 10mila miliardi di dollari

Il pilastro della proposta è la creazione di un Fondo globale per la giustizia, una nuova istituzione internazionale dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile. Per funzionare, questo fondo dovrebbe incamerare l’equivalente del 10,3% del Pil globale: una cifra enorme, pari a circa ventinfove volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di ONU, Fondo Monetario e Banca Mondiale messi insieme.

Le risorse arriverebbero da un fondo sovrano mondiale alimentato da due strumenti:

  • Tassazione globale dei grandi patrimoni: con aliquote progressivie dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro, fino al 20% per i patrimoni superiori ai 553 milioni di euro.

  • Imposta mondiale sui redditi: applicata con aliquote elevate esclusivamente sui redditi astronomici.

Si tratta di schemi fiscali che oggi possono apparire irrealizzabili, ma che ricalcano le politiche applicate negli Stati Uniti da Franklin Delano Roosevelt durante il New Deal o nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. Come teorizzato dagli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, l'obiettivo finale è ridurre drasticamente la quota di ricchezza in mano agli ultramiliardari, democratizzando un sistema oggi controllato dalla "plutocrazia globale" per spostare le risorse verso i servizi pubblici globali.

Il trasferimento di risorse dal Nord al Sud del mondo

Poiché la maggior parte dei miliardari risiede nel Nord globale, il meccanismo comporterebbe un massiccio trasferimento di risorse verso il Sud del mondo. Gli autori del rapporto giustificano questo flusso finanziario anche come compensazione per i danni cumulativi causati da secoli di colonialismo.

L'impatto stimato di questi investimenti sarebbe dirompente:

  • Portare alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro (60mila euro l'anno), azzerando l'attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America.

  • Elevare la quota di ricchezza della metà più povera del pianeta dall'attuale 2% al 30%.

  • Raddoppiare il reddito di quasi il 90% dell'umanità entro il 2100.

I costi sarebbero sostenuti esclusivamente dai segmenti più ricchi della popolazione, che rimarrebbero comunque benestanti. Al contrario, l’89% della popolazione globale vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare, mentre meno del 2% subirebbe una flessione molto relativa.

Una nuova "Bretton Woods" democratica

Il piano si ispira alle richieste di riparazione climatica e coloniale che arrivano dal Sud globale, oltre che dalle recenti iniziative di Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. La proposta mira a scardinare gli equilibri geopolitici attuali: gli Stati occidentali (circa un miliardo di abitanti contro i 7 miliardi del resto del mondo) detengono un peso politico sproporzionato nelle istituzioni finanziarie. Il report propone di democratizzare il sistema secondo il principio “una persona, un voto”, creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union” (una camera di compensazione globale), riprendendo il modello immaginato da John Maynard Keynes a Bretton Woods nel 1944.

Secondo Piketty, non si tratta di misure irrealizzabili:

Tuttavia, gli autori sono consapevoli che l'attuazione del piano dovrà affrontare una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi. Come spesso accade nei dibattiti occidentali, esiste una resistenza culturale anche all'interno delle classi medie e popolari del Nord del mondo, non sempre inclini all'idea di una società fondata su minori consumi materiali a fronte di più tempo libero e maggiore redistribuzione globale.

La storia dell’umanità dimostra però che le grandi trasformazioni sono possibili: dal suffragio universale alla riduzione dell’orario di lavoro, fino alla nascita della sanità e dell'istruzione pubbliche.

Flotilla: un filo rosso che collega il mondo alla speranza

 

Intervista di Camilla Costantini ad Alessandro Mantovani, giornalista de “Il Fatto Quotidiano”.

Il 26 aprile è partita la seconda missione della Global Sumud Flotilla, composta da una sessantina di imbarcazioni. Il giorno 19 maggio la barca in cui, tra gli altri, erano a bordo il parlamentare Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani è stata intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali.

“Noi siamo stati una delle ultime barche abbordate, il 19 maggio, mentre le prime quaranta il 18 maggio” mi ha raccontato Alessandro Mantovani.

“All’inizio ci hanno affiancati, ci hanno chiesto di mettersi al timone e chiedevano chi fosse il comandante. Abbiamo risposto che non c’era il comandante. A quel punto loro hanno sparato tre volte con dei proiettili, forse di gomma ma onestamente non lo so,  sullo scafo della barca. Uno dei marittimi turchi, del nostro equipaggio, ha detto che poteva mettersi lui al timone e gli hanno detto di procedere lentamente verso est. Poi sono saliti a bordo e ci hanno perquisiti, in maniera tutto sommato civile. Ci hanno portati su una prima nave e lì ci hanno immediatamente legato i polsi con delle fascette da elettricista che erano molto strette, facevano male, poi ci hanno sbattuto a terra, ci hanno bendati e ci hanno legati, inginocchiati, a un supporto metallico. Abbiamo navigato così per diverse ora, fino a quando siamo arrivati alla seconda nave. A bordo di questa erano violentissimi: ci hanno sbattuto nuovamente a terra e c’era questo container, dal quale si doveva passare per andare sulla zona prigione dell’imbarcazione, in cui, tanto o poco, hanno picchiato tutti. Il trattamento su questa nave prigione era ai limiti del sadismo: sparavano bombe assordanti tra i piedi della gente e la notte illuminavano l’ingresso dei container con dei fari potentissimi per non far dormire nessuno. Non è successo davanti a me ma hanno anche sparato con dei proiettili di gomma o di altro genere. Mi è stato raccontato da altri dei nostri che è stato ritrovato un proiettile che assomigliava di più a un pallino da caccia, era metallico, rivestito di garza.

Io e l’esponente dei cinque stelle Dario Carotenuto, unico parlamentare dell’unione europea che ha partecipato a questa missione, siamo stati separati dagli altri e ci hanno fatto scendere prima degli altri. Non siamo stati picchiati al porto e non ci hanno portato in carcere. Siamo stati portati all’aeroporto Ben Gurion con le manette ai polsi e le catene alle caviglie. Io, prima che l’aereo partisse per Atene, sono stato in cella per almeno sei o sette ore”.

Perché hai deciso di partire e, secondo te, qual è l’obiettivo di questa Global Sumud Flotilla?

“L’obiettivo era quello di riportare l’attenzione su Gaza, oltre che rompere l’assedio e portare gli aiuti umanitari, come con la prima. Il punto è che di Gaza non si parlava quasi più, soprattutto in Europa. L’obiettivo di riportare attenzione su Gaza e sui metodi delle forze armate israeliane è stato raggiunto, anche se ci tra di noi ci sono stati feriti gravi. Io ho un problema all’articolazione della mandibola che si sentire quando mastico e anche quando faccio altri movimenti, ma c’è anche chi ha avuto fratture, lesioni interne e rotture di legamenti. Non volevano ucciderci, altrimenti lo avrebbero fatto, ma volevano di sicuro farci male”.

Secondo te quali di questi obiettivi sono stati raggiunti?

“Gli aiuti non sono arrivati, salvo, forse, i pannelli solari della barca su cui ero io che è arrivata tre giorni fa. L’assedio non è stato rotto, ma un po’ di attenzione su Gaza è tornata a esserci. La mia impressione è che questa Flotilla ha avuto, rispetto alla prima, un minore impatto dal punto di vista delle mobilitazioni di piazza, ma ha avuto un impatto superiore dal punto di vista politico.

Dove ci porterà tutto questo? Sinceramente non lo so. Secondo me, con una partecipazione più larga e con persone a cui non possono sparare addosso, perché la prossima volta questo rischio c’è, forse a Gaza ci arriviamo”.

Il primo giugno ci è arrivata notizia che i resti della barca Kasr-i Sadabad sono arrivati a Gaza. Si tratta del primo scafo che dopo anni riesce a rompere il blocco navale illegale. La consideri una parziale vittoria?

“Vedere il video dei palestinesi che staccavano i pannelli solari per utilizzarli mi ha fatto ovviamente piacere. È stata si, una parziale vittoria sul piano simbolico, ma, in concreto, l’assedio è ancora lì. Forse parlare di parziale vittoria è un po’ troppo, ma senz’altro è un risultato. La vittoria è un’altra cosa”.

Tu e il parlamentare Carotenuto siete stati gli unici due attivisti a essere rapidamente liberati. Politici e giornalisti a Israele fanno paura?

“I politici che ci hanno provato non sono stati ammessi al valico di Rafah, i giornalisti stranieri non possono entrare a Gaza da due anni e mezzo. Penso proprio di si, facciamo paura. Io non sono un attivista, anche gli attivisti fanno paura, ma politici e giornalisti anche di più”.

É da due anni e mezzo che a Gaza Israele non vuole testimoni. Sappiamo anche che l’IDF ha ucciso deliberatamente tanti colleghi palestinesi e tanti operatori umanitari. Quanto, secondo te, è importante imporre, anche a livello internazionale, la presenza di uno sguardo esterno? E chi dovrebbe sostenere tale richiesta?

“Penso che dovrebbe essere il consiglio di sicurezza dell’ONU a occuparsene. Se non lo fa lui, dovrebbe essere l’Unione Europea e se non lo fa lei, dovrebbero essere i governi europei.

Il board of peace di Trump non sta funzionando: organismo mostruoso, che in realtà era solo uno specchietto per le allodole, perché è Israele che continua a decidere cosa entra e cosa non entra a Gaza. E i giornalisti non entrano. Così come non escono migliaia di malati che hanno bisogno di cure fuori da Gaza. La presenza di uno sguardo esterno è importante: conosciamo la realtà della distruzione e del massacro che è stato fatto a Gaza grazie ai giornalisti palestinesi che hanno pagato un tributo di sangue altissimo. Ci sono stati oltre duecento giornalisti e operatori dell’informazione uccisi, ancora di più sono gli operatori sanitari. è una situazione dove non ci sono due eserciti, ma milizie fortemente indebolite contro uno degli eserciti più forti del mondo e non possiamo far rientrare tutto questo nel concetto di auto-difesa di Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre che sono stati senza dubbio atroci e inaccettabili, ma per i palestinesi, allora, potremmo dire che da quel momento è stato il 7 ottobre tutti i giorni. Sappiamo anche che tutt’ora ci sono migliaia di corpi non riconosciuti sotto le macerie. Netanyahu ha detto che vuole il 70%, e in prospettiva il 100%, della Striscia di Gaza. Israele vuole tutto e non vuole testimoni esterni”.

Voglio fare una riflessione con te su due punti, partendo dal video pubblicato dal ministro israeliano della sicurezza nazionale, Ben-Gvir, video in cui abbiamo visto come sono stati trattati gli attivisti della Flotilla.

Il primo punto è: secondo te perché questa violenza ha ricevuto un’attenzione mediatica maggiore rispetto alle violenze che quotidianamente subiscono i detenuti palestinesi?

“Tragico doverlo dire: credo che sia soprattutto perché ci sono dei corpi bianchi che subiscono le violenze. Tutti si identificano negli europei della Flotilla, lo capiscono tutti che sulla Flotilla ci sono delle persone normali, persone che vogliono tornare a casa. Sono persone normali che non hanno nessuna intenzione di sacrificarsi per la causa, persone che vogliono tornare indietro, ma che sono disposte a correre qualche rischio per tentare di dare una mano ai palestinesi”.

Il secondo punto è: il premier Netanyahu ha dichiarato che il modo in cui Ben-Gvir ha trattato gli attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele. Secondo te quali sono questi valori e queste norme a cui Netanyahu si riferisce, considerando che nessuno ha chiesto le dimissioni di Ben Gvir?

“Trovo che l’esibizione della violenza sui volontari della Flotilla sia più grave della violenza stessa. Ci dimostra che una buona parte della società israeliana è caduta in un buco nero, in un abisso. Ben-Gvir ha pubblicato quei video perché ritiene che gli servano a ottenere più voti, in questa competizione a destra a chi è più cattivo con i palestinesi e anche con la Flotilla.

Detto questo, però, penso sia ridicolo ridurre a lui le violenze che abbiamo subito: io sono stato pestato su una nave, forse meno di altri, ma sono stato pestato anche io. Abbiamo subito violenze che sono ben poca cosa rispetto alle violenze che subiscono i palestinesi, ma le abbiamo subite su una nave militare, i cui comandanti non rispondono a Ben-Gvir: rispondono al ministro della difesa Israel Katz. Lui e il premier Netanyahu erano nel quartier generale della difesa della marina durante il primo e durante il secondo abbordaggio, quindi hanno certamente condiviso la scelta di abbordare la Flotilla a grande distanza dalle coste israeliane e dalle coste di Gaza. Non so se hanno condiviso ogni singolo abuso, ma quelli avvenuti sulla nave prigione, dove sono stato io, non possono essere sfuggiti agli ufficiali dell’equipaggio, ufficiali della Marina israeliana, cioè delle forze armate che dipendono dalla difesa e non dalla sicurezza nazionale. Respingo questa storia che il cattivo sia solo Ben-Gvir: o il governo israeliano tira fuori i responsabili di queste violenze e dimostra di averli puniti, oppure è complice di queste violenze, troppo diffuse per essere sfuggite agli ufficiali delle navi in questione”.

Come è possibile, quindi, continuare a definire Israele l’unica democrazia del medio-oriente?

“La questione di Israele è complessa: se noi pensiamo ad alcuni caratteri della sua politica dobbiamo riconoscere che permette il dissenso interno in misura maggiore di altri paesi del medio-oriente. In tanti paesi, dall’Iran alla Tunisia, non potrebbe esistere un giornale libero come Haaretz. Per alcuni aspetti Israele è una società democratica, per altri aspetti non lo è. In una certa misura siamo noi: Israele non potrebbe fare quello che fa senza il sostegno degli Stati Uniti e di gran parte dell’occidente, tra cui l’Italia. È più che giustificato che si chieda a Israele di rispettare determinati standard, cioè il divieto di guerra e di aggressione come quelle che stanno avvenendo in Iran e in Libano o come quella che avviene contro la popolazione di Gaza ed è più che giustificato che si obblighi Israele a trattare i prigionieri in modo decente”.

Evidenziando la possibilità di una matrice comune di tipo suprematista, come mai, secondo te, i governi dei paesi occidentali sono sempre stati complici di Israele? Ha ancora senso giustificare Israele a partire dal senso di colpa europeo nei confronti dell’intero popolo ebraico?

“Parto dalla fine, io sono molto attento agli ebrei e ai loro sentimenti. Quando ho visto gli eccidi del 7 ottobre 2023 comprendevo benissimo i sentimenti degli ebrei romani, il loro smarrimento e la paura. Per loro, se un ebreo non è sicuro in Israele non è sicuro in nessun’altra parte del mondo.

Questo noi dobbiamo rispettarlo: è un popolo che ha subito persecuzioni per secoli, dalla chiesa cattolica prima che dal nazismo del secolo scorso. Detto questo, è un problema dell’Europa: la ragione per cui si sostiene Israele non è questa. Il punto è che l’occidente, in particolare gli Stati Uniti, vuole che Israele sia la principale potenza militare e l’unica potenza nucleare del medio-oriente. Credo che la ragione del sostengo a Israele vada oltre al senso di colpa europeo nei confronti del popolo ebraico”.

Quando ti hanno intervistato al podcast “il mondo” di Internazionale, nella puntata del 5 maggio, hai detto che si, in Italia ci sono state delle mobilitazioni per la reazione israeliana contro la Flotilla, ma hai anche detto non ci sono state manifestazioni partecipate come quelle di settembre e ottobre. Questo calo dell’attenzione lo colleghi solo al piano di pace per il medio-oriente di Trump o c’è qualcos’altro?

“Il silenzio dell’informazione che non è una conseguenza naturale del piano Trump. Bisognerebbe, e credo che Il Fatto Quotidiano lo faccia, occuparsi di più delle condizioni di vita a Gaza. Non può non spaventarci che non siano state neanche rimosse le macerie dell’80% degli edifici di Gaza, distrutti o gravemente danneggiati dalle forze armate israeliane. Credo che ci sia stato un black-out dell’informazione, che non si giustifica con il piano Trump. Ho l’impressione che le manifestazioni abbiano sempre un movimento carsico: ci sono grandi mobilitazioni, ma, soprattutto nelle questioni internazionali, non è così facile tenere alto il livello. Anche contro la prima guerra del Golfo nel 2003 ci furono grandissime manifestazioni, però poi si esaurirono, anche la situazione in Iraq non era migliorata. Un po’ è l’andamento ciclico delle manifestazioni, un po’ è l’emergere di altri conflitti, per esempio la guerra con l’Iran, che hanno distolto l’attenzione. È un insieme di fattori, non saprei dire quale conta di più e quale conta di meno. È chiaro che è passato un messaggio propagandistico per cui sembra che a Gaza sia tutto risolto, ma non è vero”.

Considerata la situazione attuale, credi che ci sarà bisogno di altre Flotille? E tu, quando ripartiranno, ti imbarcheresti di nuovo?

“Penso che la Flotilla abbia dimostrato una sua utilità e sicuramente organizzeranno altre missioni. Io mi imbarcherò di nuovo? Non lo so, dipende. Forse non è nemmeno il caso di mandare lì sempre le stesse persone. Sinceramente non ci ho ancora pensato”.

 

Nazionale palestinese sotto shock: prolungata la detenzione della calciatrice Rand Halawani a Gerusalemme

 

Le autorità israeliane hanno prorogato lo stato di fermo di una calciatrice della nazionale femminile palestinese, che era stata precedentemente convocata a Gerusalemme per un interrogatorio. A renderlo noto sono le istituzioni palestinesi.

La Federazione calcistica palestinese (PFA) ha fermamente condannato il prolungamento della detenzione della ventenne Rand Halawani, arrestata nella serata di martedì. In una nota ufficiale, la PFA ha sottolineato che l'arresto di Halawani, insieme a quello di un'ex atleta della nazionale, "non rappresenta un caso isolato, bensì si inserisce in un quadro ben documentato di persecuzione sistematica ai danni degli sportivi palestinesi, perpetrata nella totale impunità". Secondo le informazioni diffuse dal Governatorato palestinese di Gerusalemme, mercoledì un tribunale israeliano ha esteso la custodia cautelare della giovane fino a venerdì.

Sempre martedì, nella Cisgiordania occupata, le forze armate israeliane hanno tratto in arresto l'ex calciatrice della nazionale Natalie Abu Diyeh, studentessa presso l'Università di Birzeit, insieme ad altre tre giovani donne palestinesi. Attraverso un comunicato, l'esercito israeliano ha giustificato il provvedimento sostenendo che le quattro donne fossero sospettate di "promuovere attività terroristiche e altre condotte connesse al terrorismo".

L'Università di Birzeit ha respinto le accuse, denunciando gli arresti come parte integrante delle "politiche sistematiche di Israele volte a colpire il sistema educativo palestinese e a negare agli studenti il diritto di portare avanti il proprio percorso accademico". Anche il vescovo Imad Haddad, della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa (comunità di cui fa parte Natalie Abu Diyeh), ha lanciato un forte appello per l'immediata liberazione della ragazza: "Siamo profondamente scossi e inorriditi da questa notizia, nonché dal fatto che alla famiglia non sia ancora stato comunicato dove sia stata condotta", ha dichiarato Haddad in una nota ufficiale.

Secondo i dati forniti dal Prisoners Club, la principale organizzazione per i diritti dei detenuti nei territori palestinesi, sono attualmente 89 le donne palestinesi ristrette nelle carceri israeliane, tra cui figurano tre minorenni e tre donne in stato di gravidanza. Più in generale, l'associazione affiliata all'Autorità Palestinese ha denunciato che, alla fine di maggio, il numero complessivo dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – inclusi i cittadini palestinesi con cittadinanza israeliana – superava le 9.400 unità.

Araqchi ad Al Mayadeen avverte USA e Israele: "Siamo pronti a una guerra lunghissima"

 

Il ministro degli Esteri iraniano ha dichiarato che la fine del conflitto in Iran e quella in Libano sono strettamente interconnesse, avvertendo che Teheran è pronta a reagire qualora Israele dia seguito alle sue minacce contro Beirut.

In un'intervista esclusiva rilasciata mercoledì all'emittente libanese Al-Mayadeen, il capo della diplomazia iraniana, Seyed Abbas Araqchi, ha analizzato gli ultimi sviluppi regionali, definendo il conflitto come una "guerra di aggressione israelo-americana contro l'Iran". Araqchi ha inoltre fatto il punto sui contatti con gli Stati Uniti per porre fine alle ostilità e sulle operazioni militari israeliane in Libano.

«Siamo preparati per una guerra molto lunga»

Riguardo alla situazione interna, il ministro ha chiarito che l'Iran non cerca lo scontro, ma è pienamente pronto a continuare a difendersi se necessario, evidenziando il rafforzamento delle Forze Armate della Repubblica Islamica.

«Non abbiamo mai cercato la guerra. Vogliamo la pace, ma una pace onorevole», ha affermato Araqchi, aggiungendo tuttavia che le Forze Armate iraniane sono pronte a «continuare la guerra, sia in termini di capacità militari, sia di coesione nazionale, sia di determinazione a contrastare l'aggressione».

"La nostra posizione militare è persino più forte di prima della guerra, poiché siamo stati in grado di mantenere la produzione militare durante l'aggressione, e loro non sono stati in grado di fermarla", ha aggiunto, riferendosi all'ultimo episodio di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele contro il Paese, culminato con il cessate il fuoco entrato in vigore l'8 aprile.

"Pertanto, abbiamo la capacità di continuare la guerra per tutto il tempo necessario", ha sottolineato. Tuttavia, il Ministro degli Esteri ha precisato che "se prevarrà la ragione, la guerra non riprenderà".

La percezione degli Stati Uniti sulla forza dell'Iran

Araqchi ha sostenuto che gli eventi recenti hanno modificato la percezione di Washington riguardo alla potenza di Teheran.

"Nella recente guerra, gli americani hanno compreso concretamente la vera potenza dell'Iran", ha evidenziato.

Secondo il ministro, Washington non ha raggiunto i suoi obiettivi, a partire dalla richiesta iniziale di una "resa incondizionata".

"Questo non è mai successo", ha aggiunto, facendo riferimento alle circa 100 ondate di contrattacchi decisi e di rappresaglia condotti dalle forze armate iraniane in risposta all'offensiva, dinamica che ha poi spinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ad annunciare un cessate il fuoco unilaterale.

Stato dei negoziati con Washington

Al momento, ha precisato il ministro, non è in corso alcun processo negoziale formale tra l'Iran e gli Stati Uniti. Tuttavia, le due parti mantengono aperti i canali di comunicazione, anche se Araqchi ha precisato che tali contatti non hanno prodotto "alcun progresso significativo" negli ultimi giorni.

"Entrambe le parti stanno attualmente rivedendo i quadri di riferimento esistenti e, se le condizioni saranno favorevoli, i negoziati riprenderanno sulla base degli interessi nazionali dell'Iran, dei diritti del popolo iraniano e dell'obiettivo di porre fine alla guerra sia in Iran che in Libano", ha spiegato.

Il legame con il fronte libanese

Araqchi ha ribadito con fermezza che la fine delle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese, resta una condizione imprescindibile per la Repubblica Islamica nell'ambito di qualsiasi potenziale accordo con gli Stati Uniti.

"Non consideriamo l'esito della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele indipendente dall'esito della guerra in Libano", ha rimarcato. «O la guerra finisce in entrambi i luoghi, oppure continua in entrambi i luoghi», ha avvertito.

Il ministro ha poi respinto l'idea che sia stato un intervento di Trump a bloccare i piani israeliani di attaccare la capitale libanese, Beirut, nelle ultime ore.

"Ciò che ha fermato questa situazione di guerra negli ultimi due giorni è stata la forza della resistenza; la forza delle Forze Armate in Iran e della Resistenza in Libano", ha dichiarato l'alto diplomatico.

L'avviso su Beirut: «Pronti a reagire»

Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito che le sorti del conflitto dipendono dalle capacità della resistenza, confermando che Teheran è pronta a colpire Israele qualora venissero attaccati Beirut e la sua periferia meridionale. Il ministro ha rivelato di aver già avvertito Washington: un attacco alla capitale libanese farebbe decadere la tregua.

"Abbiamo informato la parte statunitense che, se Beirut fosse stata attaccata, non lo avremmo tollerato in aun modo. Dal nostro punto di vista, il cessate il fuoco sarebbe completamente fallito e le nostre Forze Armate avrebbero reagito", ha chiarito.

Il ruolo di Hezbollah e il futuro del Libano

Il ministro ha poi parlato del movimento guidato da Hezbollah, definendolo una componente strutturale e inamovibile della società, della difesa e della politica libanese.

"Il mondo deve accettarlo", ha detto Araqchi, aggiungendo che "nessuno può ignorare (Hezbollah) o eliminarlo".

Il ministro si è detto non sorpreso della tenuta del movimento nonostante le uccisioni dei suoi leader storici: “La resistenza è un ideale. La resistenza non depende dal singolo individuo”, ha affermato.

Infine, parlando della conclusione del conflitto, Araqchi ha chiarito che la fine delle ostilità dovrà coincidere con il ritiro delle forze israeliane dai territori libanesi occupati e con il pieno rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale del Libano, ponendo le basi per la ricostruzione.

"È stato Israele a legarci al Libano durante la guerra che ci hanno imposto... Hanno iniziato la guerra contro Hezbollah e hanno anche intensificato i loro crimini contro il Libano".

Pur sottolineando che Teheran non interferisce negli affari interni di Beirut, il ministro ha spiegato che la fine simultanea dei conflitti è legata all'azione militare imposta da Israele a entrambi i paesi. Ha concluso criticando l'inerzia delle organizzazioni internazionali nel condannare l'operato israeliano e confermando che diversi paesi si sono detti pronti a finanziare la ricostruzione, processo a cui anche l'Iran darà il proprio attivo contributo.

Rivolta repubblicana alla Camera: approvata la risoluzione per togliere a Trump i poteri di guerra con l'Iran

 

Il popolo americano è esausto del conflitto con l'Iran: questo il duro atto d'accusa lanciato da un deputato repubblicano che ha scelto di schierarsi a favore della risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente Donald Trump.

Tom Barrett è uno dei quattro rappresentanti del Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti che hanno votato a favore del provvedimento. Intervistato dalla CNN, Barrett ha difeso apertamente la sua scelta, spiegando che i cittadini americani sono ormai stanchi e frustrati dall'andamento dello scontro con Teheran. Rispondendo a una domanda su quanto i residenti del suo distretto — un'area elettorale chiave e altamente competitiva nel Michigan — abbiano risentito delle pesanti ripercussioni economiche e sociali del conflitto, il deputato ha dichiarato: "Penso che le persone siano decisamente frustrate e deluse". Barrett ha poi sottolineato che il suo sostegno alla risoluzione è maturato dopo "diverse considerazioni", pur ribadendo di essere pienamente consapevole del grave impatto che questa guerra sta avendo sulla vita dei suoi elettori.

Mercoledì sera, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato la risoluzione, che mira a imporre al presidente Donald Trump il ritiro delle forze armate statunitensi dalle operazioni belliche contro l'Iran. I legislatori hanno approvato la misura con 215 voti favorevoli e 208 contrari, un risultato reso possibile proprio dal decisivo strappo dei quattro deputati repubblicani.

Sempre secondo quanto riferito dalla CNN, se da un lato Barrett ha sostenuto la risoluzione, dall'altro lo Speaker della Camera, Mike Johnson, ha criticato aspramente il provvedimento, sostenendo che limitare le prerogative del presidente nel pieno delle trattative internazionali potrebbe rivelarsi "pericoloso".

Invitato a commentare la vicenda, il deputato della Pennsylvania Brian Fitzpatrick ha difeso la propria scelta di voto, sostenendo che l'iniziativa non faccia altro che seguire il quadro giuridico vigente nel Paese.

“Esiste già una legge approvata. Onestamente non capisco cosa ci sia di così complicato. Portate la questione al Congresso, discutetene in base alla sua natura e al suo contenuto, e poi mettetela ai voti. È esattamente così che dovrebbe funzionare il sistema”, ha affermato Fitzpatrick, richiamando espressamente il War Powers Act.

Un duro atto di accusa è arrivato anche da Thomas Massie, rappresentante del Kentucky e storico critico della linea di Trump, accusato di aver aperto le ostilità senza la necessaria autorizzazione del Congresso. Subito dopo il voto di mercoledì, Massie ha dichiarato senza giri di parole:

"La gente è stanca di questa situazione. È stanca di pagare cinque dollari al gallone per la benzina e sei dollari al gallone per il diesel; è stanca di non potersi permettere i fertilizzanti in Kentucky".

Massie ha poi aggiunto che questo voto "manda un messaggio chiaro: la Camera dei Rappresentanti, in quanto istituzione che rappresenta il popolo americano, è stanca di questa guerra".

La scelta dei quattro repubblicani di appoggiare il testo della risoluzione rappresenta un durissimo colpo politico per la Casa Bianca e suona come una condanna esplicita della strategia bellica presidenziale. Ora l'iter prevede che il provvedimento passi al Senato; se otterrà la maggioranza anche in quella sede, verrà inviato alla scrivania di Trump, il quale dovrà decidere se firmarlo o porre il veto.

I promotori della risoluzione contestano a Trump di aver ordinato l'offensiva militare contro Teheran aggirando il Congresso. Secondo la Costituzione degli Stati Uniti, infatti, l'autorità esclusiva di dichiarare guerra spetta unicamente al potere legislativo.

Il contesto del conflitto e lo shock energetico

Le tensioni erano esplose lo scorso 28 febbraio, quando gli Stati Uniti e Israele avevano avviato un'offensiva militare, scatenando un'immediata e massiccia rappresaglia da parte dell'Iran, che ha risposto con ondate di missili e droni diretti contro obiettivi israeliani e basi militari statunitensi dislocate nella regione.

L'inasprimento del conflitto ha spinto Teheran a imporre un rigido blocco sul transito navale attraverso lo strategico Stretto di Hormuz. Questa mossa ha provocato un vero e proprio shock sui mercati energetici globali, investendo in pieno anche gli Stati Uniti: l'impennata dei prezzi del carburante alla pompa ha finito così per logorare drasticamente i già bassi indici di gradimento del presidente Trump.

L'Iran si affida alla Cina: ecco il piano strategico di Teheran per aggirare il blocco navale USA

 

L'Iran accelera sulla svolta verso Oriente: il 3 giugno, Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e rappresentante speciale per gli affari cinesi, ha presieduto il primo vertice congiunto con i vertici economici del Paese. L'obiettivo strategico è chiaro: allineare la politica economica di Teheran alle direttive di Pechino.

Alla cruciale sessione di Teheran hanno preso parte i ministri dell'Economia, del Petrolio e dell'Industria, affiancati dal governatore della Banca Centrale e dal capo dell'Organizzazione per la pianificazione e il bilancio. L'assemblea si è focalizzata sulla definizione di una linea governativa compatta e unitaria, finalizzata a blindare le relazioni bilaterali e a coordinare le priorità economiche dell'esecutivo. Durante il confronto, i funzionari hanno analizzato nel dettaglio la condotta economica della Cina nello scenario del conflitto israelo-americano contro l'Iran, aggravato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz alle navi statunitensi e israeliane. Al termine dei lavori, i partecipanti hanno concordato di presentare a Ghalibaf proposte formali per superare i nodi ancora irrisolti e consolidare la cooperazione.

Questo sforzo di coordinamento si inserisce in una più ampia strategia diplomatica volta a consacrare definitivamente la Cina come "principale partner strategico" dell'Iran, estendendo la collaborazione anche ai dossier regionali e internazionali.

La gestione dello Stretto di Hormuz e il boom dell'export ferroviario

A riprova di questo asse sempre più stretto, a metà maggio circa 30 imbarcazioni collegate alla Cina hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in un solo giorno, sotto la diretta supervisione della Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). I transiti avvengono nel rispetto di un rigido "protocollo di gestione" istituito a febbraio, dopo che l'Iran ha sbarrato il passaggio alle navi statunitensi e israeliane. Nonostante lo stretto rimanga di fatto interdetto a queste ultime, il transito è concesso ai mercantili che si adeguano alle procedure della marina iraniana e utilizzano i corridoi marittimi prestabiliti.

Parallelamente, per rispondere al blocco totale imposto dagli Stati Uniti sui porti iraniani ad aprile — misura denunciata come illegale da Teheran —, l'Iran ha triplicato le sue esportazioni ferroviarie di petrolio e gas di petrolio liquefatto (GPL) verso la Cina, in un tentativo sistematico di aggirare la morsa economica occidentale.

I treni merci che viaggiano lungo il corridoio ferroviario di 10.400 chilometri partono ormai con una frequenza di tre o quattro giorni, un netto incremento rispetto alla precedente cadenza settimanale. Questa rotta terrestre permette inoltre di dimezzare i tempi del tradizionale trasporto via mare, coprendo la distanza in circa 15 giorni. Tuttavia, la logistica su rotaia rappresenta ancora un'alternativa contenuta rispetto alle rotte marittime: un singolo convoglio ferroviario è in grado di trasportare tra i 60.000 e i 70.000 barili di greggio, a fronte degli oltre 2 milioni di barili che possono essere stivati a bordo delle grandi superpetroliere.

La Russia colpisce i centri nevralgici dell'apparato militare ucraino dopo gli attacchi ai civili

La Russia ha intensificato nelle ultime settimane la sua campagna di attacchi contro obiettivi del complesso militare-indistriale ucraino, come risposta diretta agli atti terroristici compiuti dal regime di Kiev contro la popolazione civile russa. Mentre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026) apriva i battenti con la partecipazione di delegazioni provenienti da oltre cento Paesi, una massiccia incursione di droni ucraini ha preso di mira la seconda città della Federazione Russa e numerose altre regioni del Paese. Secondo il Ministero della Difesa russo, nella notte sono stati abbattuti 345 droni ucraini, di cui 59 nella sola regione di Leningrado. A San Pietroburgo alcune persone sono rimaste ferite in seguito agli attacchi contro infrastrutture civili nei distretti di Kirovsky, Krasnoselsky e nell'area portuale di Kronstadt.

Le autorità russe denunciano da tempo che Kiev continua a colpire obiettivi civili e infrastrutture non militari nel tentativo di seminare paura tra la popolazione e aumentare la pressione politica su Mosca. Particolarmente grave, evidenzia il Cremlino, è stato l'attacco di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, che ha provocato la morte di 21 giovani. Mosca ha definito l'episodio un attentato terroristico e ha portato il caso davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, presentando documentazione sulle vittime civili. Il presidente Vladimir Putin aveva avvertito che la Russia non avrebbe potuto limitarsi a proteste diplomatiche e che sarebbero seguite misure concrete di risposta. In questo contesto si inseriscono i massicci raid lanciati dalle Forze Armate russe contro il complesso militare-industriale ucraino. Nella notte del 2 giugno sono stati colpiti impianti di produzione militare, centri di comando, depositi logistici, infrastrutture aeroportuali e sistemi di difesa aerea in numerose regioni dell'Ucraina.

Secondo Mosca, tra gli obiettivi figurano aziende impegnate nella produzione di droni, armamenti e componenti destinati alle forze armate ucraine. L'ambasciatore russo per le questioni relative ai crimini del regime di Kiev, Rodion Miroshnik, ha dichiarato che gli attacchi di rappresaglia sono finalizzati a ridurre il potenziale militare ucraino e a limitare la capacità dell'Occidente di sostenere ulteriormente il morente regime di Kiev. La strategia russa punta a colpire in modo sistematico l'intera catena militare ucraina: fabbriche della difesa, reti logistiche, depositi di armi e sistemi antiaerei. Secondo gli esperti militari russi, l'operazione segna il passaggio a una fase di pressione costante, con attacchi combinati di missili e droni destinati a logorare progressivamente le capacità operative delle forze ucraine.

Mosca ritiene che la prosecuzione degli attacchi contro civili e infrastrutture russe da parte di Kiev renda inevitabile un ulteriore irrigidimento della risposta militare. Mentre l'Ucraina continua a ricevere sostegno economico e militare dai Paesi occidentali, il Cremlino sostiene che l'esito del conflitto e le prospettive di un eventuale negoziato dipenderanno sempre più dagli equilibri sul campo di battaglia. In questa cornice, per la leadership russa le operazioni contro il complesso militare-industriale ucraino rappresentano una risposta necessaria agli atti terroristici che, come evidenzia Mosca, continuano a colpire la popolazione civile della Federazione Russa.


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Iran: cessate il fuoco regionale primo passo verso un accordo con gli USA

L'Iran ha messo sul tavolo una proposta articolata in quattro fasi per arrivare a un'intesa con gli Stati Uniti, delineando una roadmap che riflette i nuovi rapporti di forza emersi dopo mesi di tensioni e scontri nella regione. A rivelarlo è stato Saeed Ajorlou, membro del team di comunicazione della delegazione negoziale iraniana. Il primo punto del piano prevede la cessazione completa delle ostilità militari su tutti i fronti regionali.

Teheran considera imprescindibile anche un cessate il fuoco in Libano, sottolineando che nessun accordo potrà essere firmato senza la fine delle operazioni militari nell'area. La seconda fase riguarda misure concrete e immediatamente verificabili. L'Iran chiede il riconoscimento di un quadro giuridico per lo Stretto di Hormuz sotto gestione iraniana, la revoca delle restrizioni economiche e delle sanzioni sul settore petrolifero, oltre allo sblocco di almeno 12 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all'estero. Solo dopo l'attuazione di questi impegni si passerebbe alla terza fase, dedicata al negoziato sulle sanzioni più ampie e sul programma nucleare iraniano. La quarta e ultima tappa prevede invece la creazione di un meccanismo internazionale di supervisione, con la partecipazione di Paesi amici di Teheran, e la chiusura definitiva del dossier iraniano presso il Consiglio di Sicurezza dell'ONU. La proposta arriva in un contesto ancora estremamente instabile.

Nelle ultime ore si sono registrati nuovi scambi di attacchi tra le due parti. Gli Stati Uniti hanno colpito un'imbarcazione diretta verso un porto iraniano nel Golfo Persico e una struttura per le telecomunicazioni sull'isola di Qeshm. In risposta, Teheran ha lanciato attacchi contro installazioni militari statunitensi in Kuwait e Bahrein, accusando i due Paesi di aver partecipato all'operazione. Sul piano diplomatico, Washington continua a parlare della possibilità di un accordo imminente. Il segretario di Stato USA Marco Rubio ha dichiarato che un'intesa potrebbe essere raggiunta nei prossimi giorni.

Da Teheran, tuttavia, il messaggio resta improntato alla fermezza: secondo la leadership iraniana, saranno gli Stati Uniti a dover accettare le nuove condizioni imposte dall'evoluzione dei rapporti di forza sul terreno, mentre ogni nuova aggressione sarà contrastata con una risposta militare immediata.


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La svastica, la "svarga" e poi l'intelligenza artificiale: la scuola ucraina di Vinnytsia contraddice Open

 

di Comitato Donbass Antinazista


Un articolo pubblicato da Open a firma David Puente sostiene che le due foto scattate al Vinnytsia Technical College non mostrerebbero degli studenti disposti nel piazzale della scuola a rappresentare una svastica, ma una "svarga", simbolo tradizionale slavo, e che la percezione della svastica sarebbe il risultato del ribaltamento delle fotografie ad opera dei “filorussi”.

Tuttavia, l'argomentazione presenta numerosi punti critici.


1. Nessuno aveva contestato l'autenticità delle fotografie

Il primo elemento da osservare è che il dibattito iniziale non riguardava la genuinità delle immagini, ad eccezione del loro ribaltamento orizzontale. Esistono infatti almeno due fotografie scattate da angolazioni differenti che mostrano la medesima disposizione degli studenti. Le immagini risultano coerenti tra loro e non sono state individuate evidenti anomalie grafiche o incongruenze prospettiche tali da suggerire una manipolazione.

Di conseguenza, la questione non era se le immagini fossero reali, bensì cosa rappresentasse effettivamente la formazione umana visibile nelle fotografie.

2. Open si è basato sulle dichiarazioni dell'istituto

L'articolo di Open attribuisce particolare rilevanza al testo pubblicato dal Vinnytsia Technical College:

“Nel sito della scuola si legge che, in movimento continuo, gli studenti hanno riprodotto a turno i tradizionali «simboli del fuoco» del ricamo ucraino: la «danza storta», il sole, la croce, la stella, il «tre-corni» e una svarga dinamica. È, per ammissione degli stessi organizzatori, un repertorio etnografico di simboli popolari, non iconografia nazista.”

L'istituto dichiarava quindi che gli studenti erano stati disposti a forma di "svarga".


3. Il cambio versione dell’istituto

A seguito dello scandalo internazionale il Vinnytsia Technical College ha pubblicato una comunicazione nella quale afferma che le immagini sarebbero addirittura false e generate dall'intelligenza artificiale ad opera dei “servizi speciali russi”. Questa posizione appare difficilmente conciliabile con il testo pubblicato nel giorno dell’evento e si pone in contrapposizione all’argomentazione di Puente.

Inizialmente l'istituto rivendicava la rappresentazione della "svarga" durante l'evento. Se invece le immagini sarebbero state create con l'intelligenza artificiale, allora la rappresentazione della "svarga" non sarebbe mai avvenuta. Le due dichiarazioni non possono essere contemporaneamente vere.

A seguito della dichiarazione, tanto per alimentare i già forti dubbi sulle dichiarazioni dell’istituto, c’è la rimozione silenziosa del video dell’evento da loro caricato su Youtube. Lo stesso video citato da Puente nel suo articolo.


4. Le critiche di Ishchenko a Puente: “l’interpretazione della svarga è una cavolata”

Un ulteriore elemento ignorato nel dibattito italiano è che le contestazioni alla versione dell'istituto non provengono esclusivamente da ambienti “filorussi”. Il sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko, che studia proprio la società ucraina, ha definito pubblicamente "cavolata" la spiegazione di Puente secondo cui la figura sarebbe stata semplicemente una svarga mal interpretata. Una "stronzata", continua Ishchenko, al pari di chi dice che un Sieg Heil (col braccio teso) sia in realtà solo un saluto dell'antica Roma.

Secondo Ishchenko, gli organizzatori erano perfettamente consapevoli della forma realizzata e l'episodio andrebbe inserito nel più ampio contesto della crescente normalizzazione di simboli e riferimenti dell'estrema destra emersa in alcuni settori della società ucraina dopo Euromaidan dal 2014.


5. L’istituto e il nazionalismo ucraino

Che l’istituto possa aver realmente fatto inscenare agli studenti una rappresentazione della svastica nel piazzale è ancor più credibile per il fatto che figure legate al nazionalismo ucraino e al collaborazionismo col Terzo Reich sono elogiate dai professori dai vertici della struttura. In queste foto pubblicate dall’istituto notiamo delle grafiche su cui campeggia il volto dell’ormai noto Stepan Bandera e di Roman Shukhevych, comandante del Nachtigall Battalion della Germania nazista.

 

 

La direttrice dell’istituto è Svetlana Vasiluk, che vediamo qui sorridente in mezzo ai ragazzi tra le bandiere rossonere dell’Organizzazione dei Nazionalisti ucraini, collaboratori del Terzo Reich.

 

6. Il simbolo esiste anche nella cultura russa? L’uso manipolatorio delle fonti di Puente

Uno dei passaggi più curiosi della ricostruzione proposta da Open è il richiamo al fatto che la cosiddetta "svarga" sarebbe presente non soltanto nella cultura ucraina ma anche in quella russa. Le fonti citate da Open come La Grande Enciclopedia Russa e lo studio di Anna Bednarchik analizzano principalmente: ricami, asciugamani rituali, tessuti popolari, ornamenti tradizionali.

Dimostrano quindi una cosa molto specifica: che motivi a svastica erano presenti nell'ornamentazione popolare della Russia settentrionale. Ma questo non era il punto contestato. Nessuno ha sostenuto che la forma geometrica della svastica sia stata inventata dai nazisti tedeschi o che non esistesse nella tradizione slava.

La Grande Enciclopedia Russa specifica che il simbolo è stato successivamente associato al nazismo tedesco. Questo dettaglio è importante. L'enciclopedia non sostiene che il simbolo sia rimasto culturalmente neutro. Al contrario, riconosce che il XX secolo ne ha modificato profondamente la percezione pubblica.

Di conseguenza, le stesse fonti citate da Open rendono più complessa la difesa dell'episodio, non più semplice.

Conclusione

Il problema principale dell'articolo di Open non è tanto la difesa di una determinata interpretazione del simbolo, quanto il fatto che la sua ricostruzione si fonda su una versione fornita dall'istituto che successivamente è stata smentita dallo stesso istituto. Dalla tesi della "svarga” tradizionale alla tesi dell’immagine generata dai russi con l'intelligenza artificiale, ai video che scompaiono silenziosamente, il quadro della situazione sembra essere piuttosto chiaro.

Nel frattempo che siamo qui ad analizzare a fondo la vicenda, Open ha già sanzionato numerose pagine che hanno pubblicato questa notizia: il loro articolo è stato utilizzato dal social network per censurare la notizia in tutto il mondo, colpendo anche molti utenti stranieri, i quali sono stati ridirezionati sul sito di Open per farsi spiegare da questo sconosciuto David Puente perché avrebbero sbagliato a rilanciare questa o quella informazione.

Il nostro canale è già stato bannato nel 2022 a seguito di un articolo firmato proprio da Puente. Abbiamo perso 51mila iscritti nel giro di qualche ora, e tutta la documentazione sul conflitto che avevamo accumulato dal 2014. La promessa di Zuckerberg del gennaio 2025 di “liberarsi dei fact-checkers” “troppo condizionati politicamente” e di “sostituirli con note della comunità simili a X (ex Twitter)” è caduta nel vuoto, e con essa anche la possibilità di avere un’informazione più neutrale nel nostro paese (e in tutto l’occidente).

IL RAPPORTO TRA PETROLIO, GUERRA E IMPERIALISMO, IERI E OGGI

 

di Domenico Moro

 

Nonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “…le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente.”[i]

In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.

Il petrolio e le due guerre mondiali

Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante.  Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].

Il petrolio cominciò a essere importante nel corso dell’Ottocento per l’illuminazione, ma divenne fondamentale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo accadde sia per la nascita dell’industria automobilistica, con i suoi veicoli mossi da motori a combustione interna, sia per il passaggio delle navi da una propulsione mossa da una energia fornita dal carbone a una fornita dal petrolio. Furono soprattutto le flotte militari ad aver bisogno del petrolio. Infatti, la Gran Bretagna, che basava la sua egemonia economica mondiale anche sul possesso della flotta militare più potente, osservò all’inizio del Novecento che la Germania la stava raggiungendo non solo come potenza industriale, ma anche come potenza navale. Winston Churchilli, che all’epoca era Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, spinse pertanto per il passaggio dal carbone al petrolio, in modo da aumentare la velocità delle sue navi da guerra e avere la meglio sulla flotta tedesca. Churchill, inoltre, fu il primo a individuare il nesso tra controllo statale del petrolio e potenza militare. Dal momento che né in Gran Bretagna né nel suo impero esistevano giacimenti petroliferi importanti, per non dipendere dagli Usa, fece entrare lo Stato in una compagnia privata britannica, la Anglo Persian Oil company che controllava il petrolio iraniano.

La stretta vigilanza sulle fonti petrolifere divenne, quindi, di importanza strategica e fu una delle cause che determinarono lo scoppio della Prima guerra mondiale. In particolare, uno dei più importati motivi fu l’opposizione della Gran Bretagna alla Bagdadbahn, cioè alla ferrovia che la Germania si era accordata con governo turco di costruire tra Istambul e l’attuale Iraq, all’epoca parte dell’Impero ottomano, e, come oggi, ricchissimo di petrolio. La strada ferrata era pagata dal governo turco mediante la concessione alla Germania di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri dal percorso della ferrovia[iii]. Ad ogni modo, la Prima guerra mondiale, scoppiata soprattutto per la competizione tra Gran Bretagna e Francia, da una parte, e Germania, dall’altra, per la spartizione delle colonie e quindi per il controllo delle materie prime presenti in esse, sancì la strategica importanza del petrolio, che divenne sempre più necessario in una guerra che, per la prima volta vide l’utilizzo massiccio di camion, carri armati e aerei, tutti mossi grazie all’energia derivata dal petrolio.

Si può rintracciare Il petrolio anche all’origine della Seconda guerra mondiale. Hitler, già nel Mein Kampf, il suo manifesto politico risalente al 1925, molto tempo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, aveva scritto che una guerra a Ovest, contro la Francia e la Gran Bretagna, era da pensare solo per evitare di essere presi tra due fuochi, una volta che la Germania avesse attaccato a Est. L’Europa dell’Est, soprattutto la Russia, era il vero obiettivo di Hitler. Era quello il lebensraum, lo spazio vitale, necessario per dare alla Germania quella profondità di territorio e quelle materie prime necessarie a fargli assumere il ruolo di potenza industriale e politica mondiale. Fra i motivi che condussero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, coinvolgendola nel conflitto, c’era anche il petrolio. L’obiettivo di Hitler, infatti, era l’occupazione di Baku e degli altri giacimenti petroliferi del Caucaso sovietico, tra i più importanti del mondo. Fra l’altro, gli esperti economici di Hitler l’avevano avvertito che senza il petrolio del Caucaso la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Per questo, all’inizio del 1942 fu lanciata una grande offensiva in territorio russo, il cui obiettivo era il petrolio, quello del Caucaso e, sperando di proseguire l’avanzata nella profondità dell’Asia, anche quello iracheno e iraniano. Quando la Sesta armata tedesca fu accerchiata dai sovietici a Stalingrado, e il suo comandante, Von Paulus, chiese urgentemente rinforzi, Hitler glieli negò, per non sguarnire le colonne dirette verso il Caucaso. Malgrado ciò a gennaio 1943 i tedeschi furono costretti a ritirarsi dal Caucaso e a febbraio Von Paulus si arrese ai sovietici.

Il petrolio giocò un ruolo importante, anzi decisivo, anche nello scacchiere del Pacifico della Seconda guerra mondiale, in particolare nel generare la spinta imperialista del Giappone e nello scoppio della guerra tra questo e gli Usa. Come è risaputo, all’alba del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta statunitense ancorata nella base navale di Pearl Harbour, distruggendo una parte delle navi e degli aerei. L’attacco, avvenuto a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, suscitò una ondata di sdegno tale che gli Usa entrarono immediatamente in guerra, superando d’un balzo le posizioni neutralistiche che erano state prevalenti fino ad allora. Gli Usa erano enormemente più forti del Giappone da tutti i punti di vista, a partire dalla potenza industriale e dalla disponibilità di materie prime. Infatti, la guerra si concluderà con la piena e totale disfatta del Giappone, bersagliato anche da due bombe atomiche. Perché allora il Giappone decise, pur consapevole della sua netta inferiorità, di attaccare gli Usa?

Il Giappone, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu l’unico paese non bianco e non europeo (o di origine europea come gli Usa) a essere riuscito a darsi uno sviluppo industriale, mentre il resto dell’Asia era sottomessa alle potenze imperialiste europee o agli Usa. Il Giappone entrò, inoltre, all’interno della competizione tra imperi, cercando di costruirne uno proprio in Asia, a partire dall’invasione della Cina. Il Giappone, però, era allora, come lo è oggi, totalmente privo di materie prime e soprattutto della materia prima più importante, il petrolio, che importava per l’80% dagli Usa e per il 13% dalle Indie Olandesi. Quindi, il pericolo di un embargo petrolifero sul petrolio da parte statunitense spaventava le élite giapponesi che, per i loro progetti imperialisti, volevano essere indipendenti e autonomi da altre potenze. Nel luglio del 1941 il Giappone decise di attaccare l’Indocina, testa di ponte per le Indie Olandesi, ricche del petrolio che gli era necessario. Per risposta, il governo americano, seguito da quello britannico e olandese, decise l’embargo sul petrolio. Senza importazioni di petrolio le navi giapponesi avrebbero perduto la loro mobilità e le loro riserve non sarebbero durate più di due anni. A questo punto, i Giapponesi tentarono la via diplomatica, offrendo agli Usa persino la rottura con la Germania nazista. Ma gli Usa intimarono al Giappone di ritirarsi dall’Indocina e dalla Cina, una decisione che per i giapponesi sarebbe stata l’equivalente di una resa. Fu per questa ragione che i giapponesi tentarono una carta pericolosa: attaccare e distruggere la flotta Usa tutta in una volta, evitando un lungo conflitto che alla lunga avrebbe visto prevalere l’enorme apparato economico-militare statunitense. Secondo alcuni, in realtà gli Usa usarono l’embargo petrolifero per spingere alla guerra il rivale e regolare i conti una volta per tutte. Inoltre, il governo americano avrebbe saputo dell’imminente attacco giapponese e non fece trovare a Pearl Harbour le portaerei, le navi più importati della flotta. Lasciarono, dunque, che si realizzasse l’attacco per poter convincere l’opinione pubblica americana ad abbandonare la neutralità[iv]. Quindi, possiamo dire che il petrolio sia stata la motivazione principale dell’entrata in guerra del Giappone.

Dunque, il petrolio è stato alla base delle due guerre mondiali e di molte altre guerre, specialmente quelle che si sono svolte nel Medio-Oriente dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Il petrolio diventa, però, come abbiamo visto, causa di guerre perché siamo immersi in un sistema di relazioni economiche e politiche internazionali, che è l’imperialista. L’imperialismo si fonda sul dominio e sullo sfruttamento della maggior parte dell’umanità da parte di un pugno di nazioni capitalisticamente avanzate. È in questo quadro che diventa fondamentale per l’imperialismo il controllo del petrolio, da una parte, per garantire al proprio capitale profitti elevati grazie a energia a costi ridotti, e, dall’altra parte, per evitare che l’importante risorsa sia controllata dai concorrenti. Infatti, è caratteristica dell’imperialismo quella di cercare di egemonizzare territori ricchi di risorse non per proprie necessità di approvvigionamento, ma per impedire che se ne approprino i concorrenti. Questo era immediatamente evidente all’epoca dell’imperialismo coloniale, quando le potenze europee governavano direttamente i territori periferici. Oggi, invece, a distanza di almeno mezzo secolo dalla fine della decolonizzazione, qual è il rapporto tra petrolio e imperialismo? E, più specificatamente come c’entra il petrolio del Medio Oriente nella recente guerra di Usa e Israele contro l’Iran?


Il petrolio nella “terza guerra mondiale a pezzi”

Anche oggi il controllo delle risorse petrolifere è importante per l’imperialismo, in particolare per quello egemone, gli Usa. Soprattutto, perché gli Usa sono in una fase di decadenza dal punto di vista economico e politico, a fronte all’ascesa della Cina. Il Pil di quest’ultima, se calcolato a parità di potere d’acquisto, ha già superato quello degli Usa, e sul piano tecnologico, settore sul quale gli Usa conservavano un’ampia prevalenza, la Cina li ha ormai raggiunti. A questo si aggiunge il controllo cinese delle terre rare, che sono indispensabili per le produzioni tecnologicamente avanzate, dai chip alle auto elettriche all’industria bellica. Infatti, proprio a causa della minaccia di blocco delle esportazioni di terre rare cinesi, Trump ha dovuto mitigare i dazi che voleva imporre alla Cina, allo scopo ridurre il debito commerciale degli Usa verso la potenza asiatica. Probabilmente è anche per riequilibrare il dominio cinese sulle terre rare che Trump ha pensato di stringere la presa statunitense sull’offerta di petrolio, sottomettendo il Venezuela, con il rapimento di Maduro, e attaccando l’Iran. Infatti, il Venezuela è il singolo paese con le maggiori riserve mondiali di petrolio e l’Iran è un tassello fondamentale del Medio Oriente, che, come detto, ospita quasi la metà delle riserve di petrolio mondiale e il 40% di quelle di gas. Soprattutto, l’Iran e il Venezuela sono paesi molto legati alla Cina, che deriva una parte importante dei suoi approvvigionamenti di petrolio dal Medio Oriente e che assorbe la quasi totalità dell’export di greggio iraniano. Ristabilire il controllo sul petrolio venezuelano e del Medio-Oriente è, quindi, un passaggio di quella che papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”, che viene combattuta tra Usa e Cina non in modo diretto bensì attraverso proxy.

Ma il controllo del petrolio mondiale è importante per gli Usa anche per un’altra ragione, che è ancora più decisiva. Si tratta di una ragione che rimanda ai meccanismi economici di funzionamento e alla natura imperialistica degli Usa. Il modo di produzione capitalistico si fonda sull’accumulazione sempre più ampia di capitale attraverso la realizzazione del maggiore profitto possibile. Questo meccanismo a lungo andare produce una tendenza alla sovraccumulazione di capitale, cioè alla caduta del saggio di profitto. Ciò è tanto maggiore quanto più un paese è capitalisticamente avanzato. Gli Usa sono il paese più avanzato del mondo e, infatti, presentano al più alto grado la sovrapproduzione di capitale. Per risolvere questa situazione il capitale ha tre strade: ridurre il salario in patria, spostare la produzione in paesi dove i salari siano inferiori e il saggio di profitto sia più alto, e spostare i capitali dalla produzione alla finanza, creando profitto direttamente dal denaro, senza passare dalla produzione. Per queste ragioni, negli Usa si è generata una forte deindustrializzazione e uno sviluppo abnorme dei mercati finanziari. Gli Usa, quindi, consumano molti più beni di quanti ne producono, creando così un debito commerciale sempre più ampio. Inoltre, per sostenere le proprie imprese e le proprie banche nelle crisi che si sono succedute, e le enormi spese militari, necessarie a mantenere il loro ruolo di dominio mondiale, gli Usa hanno accumulato un debito pubblico sempre maggiore. Infine, gli Usa per finanziare il debito commerciale e pubblico e per alimentare i propri mercati finanziari hanno attirato ingenti masse di capitali da tutto il mondo. La posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese Net International Investment Position (NIIP) è l’indicatore che misura il rapporto tra capitali in uscita e in entrata in un dato paese. La NIIP degli Usa è da decenni negativa, cioè il capitale importato dall’estero è crescentemente maggiore di quello esportato. Quindi, gli Usa, con il debito commerciale, statale e finanziario più grandi del mondo, sono da tempo il più grande debitore internazionale, che sostiene la propria posizione debitoria solo succhiando capitali, merci, lavoro e ricchezze dal resto del mondo.


Il meccanismo di finanziamento degli Usa basato su dollaro e petrolio

La domanda, a questo punto, è: come riescono gli Usa a farsi pagare i loro debiti dal resto del mondo? La risposta è che ci riescono perché gli Usa hanno il dollaro, la valuta utilizzata come riserva mondiale. Ciò significa che le banche centrali di tutto il mondo devono detenere dollari nei loro bilanci, allo scopo di regolare il valore delle loro valute. Di conseguenza, acquistano titoli di stato americani (treasury), che, beneficiando di una domanda elevata, mantengono i tassi di interesse più bassi di quanto avverrebbe in base all’entità del debito statunitense. Il meccanismo, quindi, è semplice: gli Usa stampano dollari con i quali acquistano beni da paesi esteri, tra i quali la Cina, che accumulano enormi surplus commerciali. Che fine fanno questi surplus? Vanno a comprare i treasury. In questo modo, gli Usa finanziano nello stesso tempo debito commerciale e debito pubblico. Inoltre, sempre perché il dollaro è valuta mondiale, gli Usa riescono ad attirare capitali in investimenti in dollari, non solo in treasury, ma anche in azioni e altri prodotti finanziari, alimentando la loro borsa. In questo modo, i mercati finanziari americani continuano a essere i maggiori del mondo e le grandi imprese americane, oggi specialmente le big tech come Meta e Amazon, trovano investitori che finanziano i loro enormi investimenti, ad esempio in ricerca sull’IA, e garantiscono alti profitti. Quindi, grazie al dollaro gli Usa riescono a sostenere la loro posizione finanziaria netta negativa.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale il dollaro ha cominciato a ricoprire la funzione di moneta mondiale, grazie al fatto che gli Usa producevano all’epoca la metà del Pil mondiale, erano il maggiore esportatore mondiale di beni manufatti, possedevano gran parte delle riserve d’oro mondiali, ed erano la maggiore potenza militare mondiale. Per tutte queste ragioni, la loro moneta era considerata sicura e stabile e, quindi, di riferimento a livello internazionale. Tuttavia, col tempo la situazione economica degli Usa è peggiorata. A partire dal 1969, gli Usa hanno cominciato ad accumulare debito commerciale specie verso le economie, ripresesi dai disastri della guerra, di Europa occidentale e Giappone, che hanno cominciato ad accumulare surplus commerciali sempre più ampi. Va ricordato a questo punto, che il dollaro a quell’epoca era agganciato all’oro. Ora, sia perché gli Usa avevano fatto crescere il loro debito statale per la guerra in Vietnam sia perché i paesi che avevano un surplus commerciale con gli Usa potevano chiedere di essere pagati in oro al posto dei dollari, c’era il timore che le riserve d’oro statunitensi si assottigliassero. Per questo il presidente Nixon nel 1971 decise di sganciare il dollaro dall’oro, trasformandolo in valuta fiat, basata sulla fiducia.

C’era, quindi, bisogno di sostenere il dollaro in un altro modo. Questo fu trovato nel 1974, quando gli Usa fecero un accordo con l’Arabia Saudita, che fu seguito da altri accordi con paesi del Medio Oriente e dell’Opec. L’Arabia Saudita (e via via altri paesi) accettò di vendere il proprio petrolio esclusivamente in dollari, e, in cambio gli Usa promettevano di proteggerla militarmente. Era nato il petrodollaro. Quindi, gli Usa potevano ora finanziare il proprio debito e la propria accumulazione di capitale attraverso il dollaro, fondandosi sul monopolio mondiale della forza, ottenuto con le spese militari di gran lunga maggiori a livello mondiale. Oltre al circolo vizioso, descritto sopra, con i paesi detentori di ampi surplus commerciali, si realizzava un altro circolo vizioso: gli Usa con la loro forza militare garantivano il dominio del dollaro e con il dollaro finanziavano la loro forza militare.  Gli Usa in pratica diventarono “il” parassita mondiale. Tale parassitismo deriva la sua origine dai meccanismi economici del capitalismo, che, portati all’estremo limite, generano l’imperialismo, ossia il dominio di un paese, o di un pugno di paesi avanzati, sulla grande maggioranza dell’umanità. Il settore dominante del capitalismo statunitense è il capitale finanziario ossia l’integrazione di banche, istituzioni finanziarie e grandi imprese multinazionali monopolistiche. Il capitale finanziario si alimenta non solo attraverso i super-profitti delle multinazionali derivati dallo sfruttamento dei lavoratori a basso salario del Sud globale, ma anche attraverso l’attrazione di capitali dall’estero che alimentano i mercati finanziari degli Usa e l’investimento di capitale delle multinazionali americane verso l’estero.


Il giocattolo si sta rompendo: la tendenza alla dedollarizzazione

Ora, il problema è che questo meccanismo parassitario sta andando in crisi per molte ragioni. La prima è che le contraddizioni del capitalismo Usa si sono talmente divaricate che il loro debito è diventato senza controllo. Il debito col resto del mondo, nell’interscambio di beni e servizi, è quasi raddoppiato tra 2016 e 2025, passando da 479 a 911,6 miliardi di dollari[v]. Il debito pubblico all’inizio del 2026 è arrivato alla cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, pari al 125%, ma si prevede che arriverà nel 2030 al 140% e nel 2050 al 200%. La posizione finanziaria netta verso l’estero è risultata negativa per 12mila miliardi nel 2020 e, più che raddoppiata, per 27,6mila miliardi nel 2025[vi].  La seconda ragione è che sempre più paesi del Sud globale, spalleggiati da Cina e Russia, rifiutano la loro subordinazione all’imperialismo, specie a quello statunitense. A questo è legato il processo di dedollarizzazione, cioè di lento ma progressivo abbandono del dollaro come valuta di riserva e di scambio internazionale. Mentre fino a poco tempo fa il petrolio veniva venduto totalmente in dollari, oggi circa il 20% viene venduto in yuan cinesi, rubli russi e rupie indiane. Inoltre, molti paesi del Sud globale stanno aderendo al sistema di comunicazione bancaria della Cina, che è alternativo a Swift, controllato dal Belgio, ma dominato dal dollaro. La terza è che i treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo sono scesi da 2.933 miliardi di dollari a fine marzo 2025 a 2.712 miliardi a fine marzo 2026, con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[vii]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[viii]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari delle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale. 

La dedollarizzazione, ossia la fuga dal dollaro come valuta di scambio e di riserva è un prodotto della decadenza economica Usa e dell’ascesa cinese, ma è anche determinato dalle scelte di geopolitica e di politica economica di Biden e di Trump. Infatti, l’uso del dollaro e del sistema di comunicazione bancaria Swift come strumento per impartire sanzioni ai paesi recalcitranti nei confronti del dominio Usa si è rivelato un boomerang, perché molti paesi del Sud globale hanno perso fiducia negli investimenti in dollari e propendono per altre soluzioni. Anche la politica dei dazi di Trump sta avendo un effetto boomerang. Pubblicizzati presso l’opinione pubblica statunitense come strumento per reinternalizzare produzioni industriali e pensato in realtà come ulteriore strumento di pressione geopolitica verso alleati e avversari, i dazi dovevano condurre i paesi esteri ad acquistare treasury a lunga scadenza, persino centenaria (i matusalem bonds), secondo quanto progettato da Stephen Miran, consigliere economico di Trump e ora membro del board della Fed[ix]. Ma la politica dei dazi, oltre a essere stata sconfessata dalla Corte suprema statunitense, ha provocato per rappresaglia la fuga dai treasury dei Paesi minacciati dai dazi, soprattutto della Cina.  

Quindi, il meccanismo di finanziamento del debito attraverso il dollaro si è gravemente indebolito. Gli Usa sono, quindi, stretti da una contraddizione che si divarica sempre di più: mentre l’indebitamento si aggrava progressivamente, lo strumento che gli consente di finanziarlo, il dollaro, si indebolisce sempre di più. Questa divaricazione si produce da tempo, ma si è allargata specialmente da quando Trump è stato eletto presidente, nel corso del 2025. Questo può spiegare, perché l’attacco contro l’Iran sia avvenuto proprio ora. Anche se non bisogna dimenticare che l’Iran è una bestia nera degli Usa da quando, con la rivoluzione del 1979, si sottrasse alla loro area di influenza imperialista, e che si parla di un attacco contro l’Iran almeno a partire da Bush junior oltre venti anni fa. In sostanza, l’attacco contro l’Iran dipende dal fatto che gli Usa stanno cercando di ristabilire il controllo sul petrolio mondiale, e in particolare sul Medio Oriente, per puntellare il ruolo del dollaro come valuta internazionale e continuare così a finanziare la propria economia e il proprio enorme debito. Inoltre, attaccare l’Iran è un modo per colpire la Cina, l’avversario principale degli Usa, secondo la strategia inaugurata da Obama e fatta propria da Trump. Come abbiamo detto, l’Iran ha dei legami molto stretti con la Cina, che assorbe tutte sue esportazioni di petrolio, e che sta penetrando in tutto il Golfo Persico, area da cui dipende quasi interamente per l’approvvigionamento del petrolio. Senza contare che molti paesi del Golfo stanno aderendo al sistema di comunicazione interbancaria cinese, alternativo allo Swift, che permette di bypassare il dollaro e che, al contempo, lo yuan renmimbi cinese sta acquistando una importanza mondiale sempre di più maggiore.

A conclusione del nostro excursus, possiamo dire che la guerra contemporanea trova certamente una delle sue cause nel petrolio. Anzi, a volte il petrolio ne è la causa principale. Ma va compreso che, in realtà, il petrolio è causa di conflitto solo perché esso è inserito in un sistema di relazioni economiche e politiche di tipo imperialista. Infatti, è il parassitismo intrinseco all’imperialismo e il suo fondarsi sul dominio di pochi paesi capitalisticamente avanzati sulla maggioranza dell’umanità che rende necessario il controllo delle materie prime, a partire da quella che a oggi rimane la più importate, il petrolio. Di conseguenza, se vogliamo affrontare correttamente il problema della guerra, dobbiamo necessariamente confrontarci con il capitalismo, di cui l’imperialismo rappresenta la forma dominante.      


FONTI: 

[i] Ugo Tramballi, “Usa e Iran costretti alla pace da cause interne”, il Sole24ore, 18 aprile 2026.

[ii] International Energy Agency (IEA), Total energy supply, by source, https://www.iea.org/data-and-statistics.

[iii] Giorgio Ugolini, Il petrolio e noi, ristampa a cura di Luiss University Press, Roma 2004.

[iv] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.

[v] Bureau of Economic Analysis (US Department of commerce), Us international trade in goods and services.

https://www.bea.gov/sites/default/files/2026-04/trad0226-time-series.xlsx

[vi] Bureau of Economic (Us Department of commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025.

[vii] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026. 

[viii] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025.

[ix] Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, November 2024.

Saltate le trattative Iran-USA. Scambio di attacchi nel Golfo

 

di Francesco Corrado

 
Negli ultimi due giorni la situazione nel Golfo Persico sembra che stia di nuovo precipitando. L'Iran, dopo aver ribadito per l'ennesima volta quali sono le condizioni per avviare trattative, le quali condizioni peraltro tenderebbero ad un semplice ripristino della legalità internazionale, ha deciso di abbandonare le suddette trattative data l'irragionevolezza della posizione statunitense (o meglio israeliana?).
 
A questo fatto è seguita una burrascosa telefonata tra Trump e Netanyahu di cui ci sono diverse versioni. Quella trapelata dalla Casa Bianca racconta di un Trump inferocito che avrebbe inveito contro il premier israeliano per il comportamento del suo esercito in Libano. 
 
Ma tra ieri sera e stanotte c'è stata un'escalation e nel Golfo si è tornati ad usare le maniere forti con scambio di colpi USA-Iran/USA-Iran: facciamo una breve cronaca dell'accaduto.
 
Tutto è iniziato con un attacco statunitense ad una petroliera iraniana la cui sala macchine è stata colpita da un missile Hellfire. 
In risposta l'Iran ha attaccato la nave (definita sionista-statunitense) Panaya.
 
Fin qua, quindi, uno scambio di attacchi su navi commerciali.

Ma gli USA hanno rilanciato attaccando una torre di comunicazioni sull'Isola di Qeshm. A quel punto l'Iran ha effettuato un attacco ad ampio spettro su diversi obiettivi USA in Medio Oriente. Attacchi confermati da entrambe le parti in conflitto.
 
L'Iran ha attaccato due basi in Kuwait: una di aerei ed una di elicotteri. Lo spazio aereo del paese è stato successivamente chiuso al traffico civile per evitare ulteriori incidenti.
 
Ad essere attaccato è stato poi il centro di comando della 5a Flotta della Marina USA di stanza in Bahrein. Questi fatti, pur nella diversa narrativa, sono confermati da entrambe le forse in conflitto: ovviamente per l'Iran le azioni sono state coronate da successo mentre secondo il comando USA ogni missile è stato intercettato con successo anche se invece pare confermato che i missili iraniani siano andati a bersaglio.
 
Non ancora confermato né rivendicato dalla Guardia Rivoluzionaria dell'Iran sarebbe stato poi un attacco su postazioni curde dell'Iraq. Ricordiamo che i curdi dell'Iraq insieme ad organizzazioni che fanno riferimento all'ISIS potrebbero essere usate dagli USA per un attacco terrestre all'Iran.

Received — 3 June 2026 L'Antidiplomatico

Petro denuncia brogli elettorali in Colombia: “Il software modificato cinque giorni prima del voto”

A pochi giorni dalle elezioni del 31 maggio, il presidente colombiano uscente Gustavo Petro ha lanciato una denuncia pesante: il software di preconteggio gestito dai fratelli Bautista sarebbe stato manipolato. E non in un momento qualsiasi, ma il 26 maggio 2026, cinque giorni prima che i cittadini andassero alle urne, quando il sistema avrebbe dovuto restare sigillato.

Petro ha lanciato la sua denuncia tramite il social network X, come fa ormai abitualmente quando vuole bypassare i canali ufficiali. Ha affermato che il responsabile del registro, Hernán Penagos si è sempre rifiutato di consegnare il codice sorgente del software, nonostante una sentenza del Consiglio di Stato del 2018 avesse dichiarato quel programma vulnerabile sia da dentro che da fuori. La Registraduría, dal canto suo, ha risposto che un’alterazione è impossibile. Ma per il presidente proprio questa sicurezza dimostra che l’ente non ha affatto il controllo sul sistema.

Presento las bases comprobadas del posible fraude. Que puedo entregar a autoridad competente.

Dije que no reconocí los datos del preconteo del software de los hermanos Bautista es porque tengo datos.

Mi compromiso con mi pueblo y el amor a mi país por el que he luchado toda mi…

— Gustavo Petro (@petrogustavo) June 2, 2026

I numeri che Petro ha messo sul tavolo non sono vaghi. Secondo la sua ricostruzione, il corpo elettorale ufficiale di 41.421.973 elettori sarebbe stato modificato nel sistema DIVIPOL fino a raggiungere i 42.307.373 votanti. Una differenza di 885.409 schede che, sostiene il presidente, non si sarebbero iscritte nei termini di legge. Poi ci sarebbero stati anche aumenti nei seggi, passati da 13.742 a 14.438, e nei tavoli di voto, da 120.527 a 122.020. In totale 1.493 tavoli in più che probabilmente non sono mai stati scrutinati.

Ma il punto più esplosivo della denuncia riguarda 5.300 tavoli dove sarebbero comparsi più di 300 voti ciascuno, alcuni addirittura fino a 700. Una cifra che, per Petro, supera ampiamente il massimo teoricamente raggiungibile nelle ore di apertura dei seggi. Ed è proprio in quei tavoli, ha detto il presidente, che si concentrerebbe il vantaggio di 635.000 voti con cui Abelardo de la Espriella starebbe superando Iván Cepeda.

Il presidente ha usato parole che riportano la tensione di un passaggio cruciale per la Colombia. Ha detto che il suo amore per il paese e il suo impegno verso il popolo lo costringono a rischiare tutto trasmettendo queste informazioni. Ha ribadito che non ha riconosciuto i dati del preconteggio perché ha i suoi dati in mano. E ha annunciato che aspetterà i risultati dello scrutinio ufficiale che stanno svolgendo i giudici, quello che il Consiglio Nazionale Elettorale conta di rendere noto entro la settimana.

Mentre il governo uscente alza i toni, Iván Cepeda, il candidato del Pacto Histórico che ha ottenuto 9.688.361 voti, il 40,90 per cento dei voti validi, ha scelto una strada diversa. Ha fatto un appello alla calma, chiedendo ai suoi sostenitori di non ricorrere alla violenza contro chi professa altre idee politiche. Ha ricordato le ferite che il paese si è già portato dietro per colpa di chi semina odio, paura e voglia di distruzione. In democrazia, ha detto Cepeda, si possono avere differenze intense con gli avversari, si può discutere con fermezza, confrontare idee, difendere con convinzione le proprie posizioni. Ma non si deve mai ricorrere alla violenza. Né quella simbolica che semina paura e risentimento, né quella fisica che pretende di distruggere gli altri.

Il candidato di sinistra ha esortato i suoi sostenitori a non lasciarsi trascinare dall’odio o dalla provocazione. La sua ricetta è semplice: rispondere all’aggressione con gli argomenti, alla menzogna con la verità, alla violenza con la serenità. Questa è la forza della democrazia, ha detto. Per accompagnare il messaggio ha mostrato un’immagine che non è passata inosservata: De la Espriella che sorride mentre preme la schiena di Cepeda con un ginocchio, una tecnica simile a quelle usate dai corpi repressivi per immobilizzare i manifestanti, la stessa che l’ex poliziotto Derek Chauvin usò per uccidere George Floyd.

VIOLENCIA POLÍTICA

En democracia podemos tener diferencias intensas con nuestros contradictores. Podemos debatir con firmeza, confrontar ideas y defender con convicción nuestras posiciones.

Pero nunca debemos apelar a la violencia. Ni la violencia simbólica que siembra miedo y… pic.twitter.com/gXfZSkqgkI

— Iván Cepeda Castro (@IvanCepedaCast) June 3, 2026

Ma l’appello alla moderazione non ha impedito a Cepeda di tracciare un ritratto spietato del suo avversario. Ha definito De la Espriella un avvocato dei signori paramilitari a San José de Ralito. Ha ricordato che il padre del candidato di destra è stato un notaio che legalizzò i beni del paramilitare Salvatore Mancuso. Lo ha definito avvocato di narcotrafficanti, e anche "truffatore di truffatori", "truffatore di narcotrafficanti". Ha detto che rappresenta il fascismo mafioso, il progetto di quell’estrema destra fascista che in Colombia e nel mondo vuole distruggere tutto ciò che è stato conquistato sul piano sociale. Secondo Cepeda, se De la Espriella vincesse, il salario vitale verrebbe spazzato via, così come il sostegno all’istruzione pubblica e alla tassa zero, la riforma agraria, gli aiuti ai giovani. Al loro posto, ha detto, ci sarebbero solo i circoli più corrotti e potenti della società colombiana: plutocrazia e corruzione.

Non solo, ha aggiunto Cepeda, non ci si può aspettare nessuna misura favorevole all’ambiente, alla protezione dell’acqua o alla conservazione delle ricchezze naturali e dei santuari ecologici del paese. Sarebbe la distruzione totale della natura e della vita in Colombia. E poi ancora: De la Espriella è un omofobo e un misogino. Rappresenta il ritorno al passato parapolitico, narcotrafficante, mafioso, plutocratico e corrotto che il paese ha vissuto sotto i due mandati di Álvaro Uribe, adesso rafforzato dall’estrema destra internazionale.

Anche Gustavo Petro, dal canto suo, ha preso di mira De la Espriella senza mezzi termini. Dopo essere stato pesantemente attaccato dal candidato dell'estrema destra neoliberista, il presidente ha denunciato che gli viene promessa la prigione solo per la sua posizione politica progressista in favore del popolo. E ha ribadito che il progetto dietro De la Espriella è lo stesso che stava dietro a Uribe: il "fascismo mafioso" che ha già governato in Colombia. Petro ha detto che ogni popolo ha l’obbligo morale di sconfiggere il fascismo, e ha fatto un elenco storico: l’Olocausto in Europa, l’Olocausto in Cina, l’Olocausto in Cile, Uruguay e Argentina. E poi l’Olocausto in Colombia, ha detto, perché è stato il fascismo a governare al tempo di Laureano Gómez e Mariano Ospina, e poi con il governo dei paramilitari che ha lasciato 200.000 morti.

Petro ha rivendicato la sua storia personale come prova che il fascismo si può battere senza armi. "Io mi sono alzato con le mie parole pubbliche contro di loro e senza un’arma li ho sconfitti, ecco perché sono presidente", ha detto. Poi ha lanciato un avvertimento: ora parlano di vendetta perché credono di poter tornare al potere. Vogliono squartare il progressismo e incarcerarlo, che in realtà significa uccidere il suo leader.

Il presidente ha anche fatto un’accusa precisa sulla compravendita di voti. Ha detto di sapere quanti voti sono stati comprati a piene mani, da 150.000 a 200.000 pesos ciascuno. Ha detto che cercano la disfatta e stanno affilando i coltelli. Ma ha anche ammesso le debolezze della campagna progressista. Tuttavia, ha concluso, vinceremo e sconfiggeremo il fascismo.

Per sostenere la sua tesi, Petro ha usato anche un argomento territoriale. Ha detto che De la Espriella è nato a Córdoba come lui, ma a differenza del presidente, che viene da una famiglia umile, il candidato è di famiglia latifondista e difensore del paramilitarismo. Secondo Petro, De la Espriella è stato sonoramente sconfitto nel paese dove è nato, Sahagún, e in tutto il dipartimento di Córdoba. È stato sconfitto in tutti i Caraibi colombiani, ha detto. E perché? Perché nel suo paese lo conoscono e sanno cosa succederebbe se un fascista difensore del paramilitarismo arrivasse al potere.

 

Ryabkov: la Russia potrebbe rispondere agli attacchi alla sua integrità territoriale con armi nucleari

Qualsiasi azione contro l'integrità territoriale della Russia da parte di aggressori potrebbe, nel peggiore dei casi, innescare l'uso di armi nucleari, ha dichiarato, secondo quanto riporta l'agenzia TASS, il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF).

"Per quanto ci riguarda, queste ipotetiche situazioni estreme che potrebbero innescare l'uso di tali armi sono delineate in dettaglio nella dottrina militare russa e nei principi fondamentali della politica statale russa in materia di deterrenza nucleare", ha ricordato l'alto diplomatico russo.

"Per dirla in modo piuttosto diretto, questi documenti inviano un segnale che le violazioni della Russia o della sua integrità territoriale da parte di aggressori, compresi coloro che potrebbero possedere tali armi, potrebbero indurci a usarle nel peggiore dei casi", ha avvertito.

Tutto sullo SPIEF 2026, il simbolo di un isolamento che non ha funzionato

Dal 3 al 6 giugno, la vecchia Leningrado diventa per l’ennesima volta il crocevia degli affari globali. Si apre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, l’appuntamento più atteso per l’élite imprenditoriale russa e una delle piazze mondiali dove si annusano i venti dell’economia e degli investimenti. A patrocinarlo, ormai dal lontano 2006, è il presidente Vladimir Putin, il cui intervento in sessione plenaria rappresenta da sempre il momento clou di questo appuntamento, quello che genera più commenti, più attese, più interpretazioni.

L’edizione di quest’anno si presenta con un titolo ambizioso, quasi una dichiarazione d’intenti: “Dialogo pragmatico: la strada verso un futuro stabile”. Sotto questa etichetta, gli organizzatori hanno infilato oltre centocinquanta sessioni, incontri bilaterali e dibattiti. Si parlerà di economia, naturalmente, ma anche di tecnologia, energia, logistica. E di quei nuovi centri di crescita che, silenziosamente, stanno ridisegnando la geografia del potere globale.

La partecipazione, a guardare i numeri, è tutt’altro che scontata. Oltre ventimila persone da centotrenta paesi hanno già dato conferma. E le delegazioni governative arriveranno da settantasei nazioni, con vicepresidenti, ministri e sottosegretari pronti a sedersi attorno ai tavoli. Tra i nomi che contano, spiccano i presidenti di Uzbekistan e Tanzania, il vicepresidente cinese e il ministro dell’Energia saudita. Proprio l’Arabia Saudita, guarda caso, sarà il paese ospite d’onore. Un modo per celebrare cent’anni di relazioni diplomatiche tra Mosca e Riad, sanciti da una delegazione guidata dal ministro dell’Energia e composta da duecento rappresentanti tra fondi sovrani, aziende di stato e colossi dell’industria. Uno dei momenti più attesi sarà il dialogo d’affari tra Russia e Arabia Saudita, incentrato su investimenti, energia, trasporti e agricoltura.

Ma a suscitare un certo scalpore tra i cronisti e gli analisti è un’altra presenza, piccola nella forma ma pesante nel simbolo. Per la prima volta in sette anni, parteciperà un rappresentante in carica dell’amministrazione statunitense. Si chiama Rodney Mims Cook Jr., presidente della Commissione di Belle Arti degli Stati Uniti. L’uomo, tra le altre cose, ha avuto un ruolo nella supervisione dei lavori di ampliamento del salone da ballo della Casa Bianca di Trump. Lui stesso ha confermato all’agenzia russa Ria Novosti: “Il comitato organizzatore e il Dipartimento di Stato mi hanno invitato alla sessione plenaria e al discorso del presidente Putin. E io ci sarò”. E non è solo una passerella: sono previsti due eventi ufficiali tra Russia e Stati Uniti, un dialogo imprenditoriale e una sessione culturale, con il sostegno della Camera di Commercio statunitense e della fondazione Roscongress.

E poi c’è la Germania. Una delegazione di imprenditori tedeschi, guidata dal presidente della Camera di Commercio Estero Germanorumssa Matthias Schepp, che ha dichiarato senza troppi giri di parole: “Vogliamo mantenere il legame economico con la Russia e proteggere i nostri asset, che superano i cento miliardi di euro”. Una scelta in netto contrasto con la masochistica strategia occidentale di isolamento. Secondo un sondaggio citato dallo stesso Schepp, la stragrande maggioranza delle aziende tedesche non ha alcuna intenzione di abbandonare il mercato russo. Lo considerano ancora strategico per il lungo periodo.

A dare una lettura di fondo a questi movimenti ci prova Stanislav Tkachenko, economista e professore all’Università statale di San Pietroburgo. Il suo ragionamento è lineare: in Europa, spiega ai microfoni di RT, si sta facendo strada la consapevolezza che essere entrati in conflitto con Mosca è stato un errore, pagato a caro prezzo dai cittadini e dalle imprese. Quando l’economia russa ha resistito alle sanzioni e ha addirittura accelerato la crescita, il fronte occidentale ha cominciato a mostrare crepe. “La militarizzazione dell’interdipendenza economica”, dice Tkachenko, “si è rivelata una strategia senza uscita. Le aziende occidentali che hanno partecipato al tentativo di infliggere un danno strategico alla Russia si sono sparate sui piedi. Hanno subito perdite dirette, hanno perso l’accesso a un mercato promettente e hanno visto i loro posti occupati da imprese turche, cinesi, indiane, dei paesi del Sud-Est asiatico”. Insomma, il tentativo di isolare la Russia, a guardare i numeri e le presenze di San Pietroburgo, appare sempre più come una battaglia persa prima ancora di iniziare. Una scelta masochista basata su una russofobia irrazionale di cui è affetta l'attuale classe dirigente europea.

Trump conferma di aver definito Netanyahu un "fottuto pazzo"

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato di aver definito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un "fottuto pazzo" a causa dei suoi attacchi al Libano.

"Sì. Mi arrabbio sempre. Mi dava un po' fastidio che attaccasse sempre il Libano. Sai, a un certo punto gli ho detto: 'Bibi, mettiamo fine a tutto questo'", ha dichiarato.

Tuttavia, ha osservato di avere "ottimi rapporti" con Netanyahu. "Abbiamo lavorato molto bene insieme, Bibi mi piace molto", ha affermato.

Il presidente statunitense ha anche negato che Tel Aviv lo avesse ingannato per scatenare la guerra contro l'Iran. "Voglio dire, ho iniziato io tutto. Non voglio annoiare nessuno, ma l'ho iniziata io perché non possiamo permettere che abbiano un'arma nucleare. [...] Se non fosse per me, Israele non esisterebbe", ha affermato.

In precedenza, era stato riportato che Trump aveva criticato duramente Netanyahu durante una telefonata, definendolo "pazzo" per l'escalation contro il Libano. "Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando la pelle. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo", gli aveva detto. Secondo alcune fonti, avrebbe anche bloccato il piano israeliano di bombardare Beirut, avvertendo che farlo avrebbe "isolato ulteriormente Israele". Secondo Trump, Netanyahu aveva esacerbato la situazione in modo sproporzionato negli ultimi giorni.

Zakharova: l'Ucraina è uno "Stato terrorista" finanziato dall'Occidente

I media occidentali si stanno rendendo complici del "terrorismo" del regime di Kiev omettendo di riportare gli attacchi contro i civili in Russia, ha denunciato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

In un'intervista con Rick Sanchez a margine del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), la portavoce ha commentato l'attentato ucraino di mercoledì mattina contro un autobus di linea nella Repubblica Popolare di Donetsk, che ha causato otto morti, definendolo "di una crudeltà senza precedenti". Ha sottolineato che non si tratta di un episodio isolato, poiché questi "sanguinosi atti terroristici" si verificano quotidianamente, uccidendo e ferendo bambini, donne e anziani "in ogni regione" della Russia.

Non lo ha definito un singolo "attacco terroristico", bensì una "catena" di atti legati all'ideologia "terroristica" dell'Ucraina. "La cosa peggiore che possa accadere è quando uno Stato [...] si trasforma in un regime terroristico con un piano preciso per eliminare la popolazione civile", ha affermato, accusando il regime di Kiev di fare lo stesso in Nord Africa e in Medio Oriente.

In questo contesto, ha denunciato l'Ucraina come finanziata dai Paesi occidentali e da blocchi come la NATO. "Si tratta di vero terrorismo internazionale", ha sottolineato, avvertendo che questo scenario è possibile perché i media occidentali "lo permettono" evitando di riportare "ciò che sta realmente accadendo".

Per questo motivo, ha spiegato, "il pubblico occidentale non comprende che, proprio nel cuore dell'Europa, esiste uno Stato terrorista" che "opera con i soldi che riceve dai Paesi occidentali". "Se i cittadini di Italia, Spagna, Francia e Germania si rendessero conto che denaro viene prelevato dalle loro tasche [...] per finanziare l'omicidio di civili [...] in un paese vicino, non voterebbero mai a favore", ha concluso.

 

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