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Received — 3 June 2026 L'Antidiplomatico

Petro denuncia brogli elettorali in Colombia: “Il software modificato cinque giorni prima del voto”

A pochi giorni dalle elezioni del 31 maggio, il presidente colombiano uscente Gustavo Petro ha lanciato una denuncia pesante: il software di preconteggio gestito dai fratelli Bautista sarebbe stato manipolato. E non in un momento qualsiasi, ma il 26 maggio 2026, cinque giorni prima che i cittadini andassero alle urne, quando il sistema avrebbe dovuto restare sigillato.

Petro ha lanciato la sua denuncia tramite il social network X, come fa ormai abitualmente quando vuole bypassare i canali ufficiali. Ha affermato che il responsabile del registro, Hernán Penagos si è sempre rifiutato di consegnare il codice sorgente del software, nonostante una sentenza del Consiglio di Stato del 2018 avesse dichiarato quel programma vulnerabile sia da dentro che da fuori. La Registraduría, dal canto suo, ha risposto che un’alterazione è impossibile. Ma per il presidente proprio questa sicurezza dimostra che l’ente non ha affatto il controllo sul sistema.

Presento las bases comprobadas del posible fraude. Que puedo entregar a autoridad competente.

Dije que no reconocí los datos del preconteo del software de los hermanos Bautista es porque tengo datos.

Mi compromiso con mi pueblo y el amor a mi país por el que he luchado toda mi…

— Gustavo Petro (@petrogustavo) June 2, 2026

I numeri che Petro ha messo sul tavolo non sono vaghi. Secondo la sua ricostruzione, il corpo elettorale ufficiale di 41.421.973 elettori sarebbe stato modificato nel sistema DIVIPOL fino a raggiungere i 42.307.373 votanti. Una differenza di 885.409 schede che, sostiene il presidente, non si sarebbero iscritte nei termini di legge. Poi ci sarebbero stati anche aumenti nei seggi, passati da 13.742 a 14.438, e nei tavoli di voto, da 120.527 a 122.020. In totale 1.493 tavoli in più che probabilmente non sono mai stati scrutinati.

Ma il punto più esplosivo della denuncia riguarda 5.300 tavoli dove sarebbero comparsi più di 300 voti ciascuno, alcuni addirittura fino a 700. Una cifra che, per Petro, supera ampiamente il massimo teoricamente raggiungibile nelle ore di apertura dei seggi. Ed è proprio in quei tavoli, ha detto il presidente, che si concentrerebbe il vantaggio di 635.000 voti con cui Abelardo de la Espriella starebbe superando Iván Cepeda.

Il presidente ha usato parole che riportano la tensione di un passaggio cruciale per la Colombia. Ha detto che il suo amore per il paese e il suo impegno verso il popolo lo costringono a rischiare tutto trasmettendo queste informazioni. Ha ribadito che non ha riconosciuto i dati del preconteggio perché ha i suoi dati in mano. E ha annunciato che aspetterà i risultati dello scrutinio ufficiale che stanno svolgendo i giudici, quello che il Consiglio Nazionale Elettorale conta di rendere noto entro la settimana.

Mentre il governo uscente alza i toni, Iván Cepeda, il candidato del Pacto Histórico che ha ottenuto 9.688.361 voti, il 40,90 per cento dei voti validi, ha scelto una strada diversa. Ha fatto un appello alla calma, chiedendo ai suoi sostenitori di non ricorrere alla violenza contro chi professa altre idee politiche. Ha ricordato le ferite che il paese si è già portato dietro per colpa di chi semina odio, paura e voglia di distruzione. In democrazia, ha detto Cepeda, si possono avere differenze intense con gli avversari, si può discutere con fermezza, confrontare idee, difendere con convinzione le proprie posizioni. Ma non si deve mai ricorrere alla violenza. Né quella simbolica che semina paura e risentimento, né quella fisica che pretende di distruggere gli altri.

Il candidato di sinistra ha esortato i suoi sostenitori a non lasciarsi trascinare dall’odio o dalla provocazione. La sua ricetta è semplice: rispondere all’aggressione con gli argomenti, alla menzogna con la verità, alla violenza con la serenità. Questa è la forza della democrazia, ha detto. Per accompagnare il messaggio ha mostrato un’immagine che non è passata inosservata: De la Espriella che sorride mentre preme la schiena di Cepeda con un ginocchio, una tecnica simile a quelle usate dai corpi repressivi per immobilizzare i manifestanti, la stessa che l’ex poliziotto Derek Chauvin usò per uccidere George Floyd.

VIOLENCIA POLÍTICA

En democracia podemos tener diferencias intensas con nuestros contradictores. Podemos debatir con firmeza, confrontar ideas y defender con convicción nuestras posiciones.

Pero nunca debemos apelar a la violencia. Ni la violencia simbólica que siembra miedo y… pic.twitter.com/gXfZSkqgkI

— Iván Cepeda Castro (@IvanCepedaCast) June 3, 2026

Ma l’appello alla moderazione non ha impedito a Cepeda di tracciare un ritratto spietato del suo avversario. Ha definito De la Espriella un avvocato dei signori paramilitari a San José de Ralito. Ha ricordato che il padre del candidato di destra è stato un notaio che legalizzò i beni del paramilitare Salvatore Mancuso. Lo ha definito avvocato di narcotrafficanti, e anche "truffatore di truffatori", "truffatore di narcotrafficanti". Ha detto che rappresenta il fascismo mafioso, il progetto di quell’estrema destra fascista che in Colombia e nel mondo vuole distruggere tutto ciò che è stato conquistato sul piano sociale. Secondo Cepeda, se De la Espriella vincesse, il salario vitale verrebbe spazzato via, così come il sostegno all’istruzione pubblica e alla tassa zero, la riforma agraria, gli aiuti ai giovani. Al loro posto, ha detto, ci sarebbero solo i circoli più corrotti e potenti della società colombiana: plutocrazia e corruzione.

Non solo, ha aggiunto Cepeda, non ci si può aspettare nessuna misura favorevole all’ambiente, alla protezione dell’acqua o alla conservazione delle ricchezze naturali e dei santuari ecologici del paese. Sarebbe la distruzione totale della natura e della vita in Colombia. E poi ancora: De la Espriella è un omofobo e un misogino. Rappresenta il ritorno al passato parapolitico, narcotrafficante, mafioso, plutocratico e corrotto che il paese ha vissuto sotto i due mandati di Álvaro Uribe, adesso rafforzato dall’estrema destra internazionale.

Anche Gustavo Petro, dal canto suo, ha preso di mira De la Espriella senza mezzi termini. Dopo essere stato pesantemente attaccato dal candidato dell'estrema destra neoliberista, il presidente ha denunciato che gli viene promessa la prigione solo per la sua posizione politica progressista in favore del popolo. E ha ribadito che il progetto dietro De la Espriella è lo stesso che stava dietro a Uribe: il "fascismo mafioso" che ha già governato in Colombia. Petro ha detto che ogni popolo ha l’obbligo morale di sconfiggere il fascismo, e ha fatto un elenco storico: l’Olocausto in Europa, l’Olocausto in Cina, l’Olocausto in Cile, Uruguay e Argentina. E poi l’Olocausto in Colombia, ha detto, perché è stato il fascismo a governare al tempo di Laureano Gómez e Mariano Ospina, e poi con il governo dei paramilitari che ha lasciato 200.000 morti.

Petro ha rivendicato la sua storia personale come prova che il fascismo si può battere senza armi. "Io mi sono alzato con le mie parole pubbliche contro di loro e senza un’arma li ho sconfitti, ecco perché sono presidente", ha detto. Poi ha lanciato un avvertimento: ora parlano di vendetta perché credono di poter tornare al potere. Vogliono squartare il progressismo e incarcerarlo, che in realtà significa uccidere il suo leader.

Il presidente ha anche fatto un’accusa precisa sulla compravendita di voti. Ha detto di sapere quanti voti sono stati comprati a piene mani, da 150.000 a 200.000 pesos ciascuno. Ha detto che cercano la disfatta e stanno affilando i coltelli. Ma ha anche ammesso le debolezze della campagna progressista. Tuttavia, ha concluso, vinceremo e sconfiggeremo il fascismo.

Per sostenere la sua tesi, Petro ha usato anche un argomento territoriale. Ha detto che De la Espriella è nato a Córdoba come lui, ma a differenza del presidente, che viene da una famiglia umile, il candidato è di famiglia latifondista e difensore del paramilitarismo. Secondo Petro, De la Espriella è stato sonoramente sconfitto nel paese dove è nato, Sahagún, e in tutto il dipartimento di Córdoba. È stato sconfitto in tutti i Caraibi colombiani, ha detto. E perché? Perché nel suo paese lo conoscono e sanno cosa succederebbe se un fascista difensore del paramilitarismo arrivasse al potere.

 

Ryabkov: la Russia potrebbe rispondere agli attacchi alla sua integrità territoriale con armi nucleari

Qualsiasi azione contro l'integrità territoriale della Russia da parte di aggressori potrebbe, nel peggiore dei casi, innescare l'uso di armi nucleari, ha dichiarato, secondo quanto riporta l'agenzia TASS, il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF).

"Per quanto ci riguarda, queste ipotetiche situazioni estreme che potrebbero innescare l'uso di tali armi sono delineate in dettaglio nella dottrina militare russa e nei principi fondamentali della politica statale russa in materia di deterrenza nucleare", ha ricordato l'alto diplomatico russo.

"Per dirla in modo piuttosto diretto, questi documenti inviano un segnale che le violazioni della Russia o della sua integrità territoriale da parte di aggressori, compresi coloro che potrebbero possedere tali armi, potrebbero indurci a usarle nel peggiore dei casi", ha avvertito.

Tutto sullo SPIEF 2026, il simbolo di un isolamento che non ha funzionato

Dal 3 al 6 giugno, la vecchia Leningrado diventa per l’ennesima volta il crocevia degli affari globali. Si apre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, l’appuntamento più atteso per l’élite imprenditoriale russa e una delle piazze mondiali dove si annusano i venti dell’economia e degli investimenti. A patrocinarlo, ormai dal lontano 2006, è il presidente Vladimir Putin, il cui intervento in sessione plenaria rappresenta da sempre il momento clou di questo appuntamento, quello che genera più commenti, più attese, più interpretazioni.

L’edizione di quest’anno si presenta con un titolo ambizioso, quasi una dichiarazione d’intenti: “Dialogo pragmatico: la strada verso un futuro stabile”. Sotto questa etichetta, gli organizzatori hanno infilato oltre centocinquanta sessioni, incontri bilaterali e dibattiti. Si parlerà di economia, naturalmente, ma anche di tecnologia, energia, logistica. E di quei nuovi centri di crescita che, silenziosamente, stanno ridisegnando la geografia del potere globale.

La partecipazione, a guardare i numeri, è tutt’altro che scontata. Oltre ventimila persone da centotrenta paesi hanno già dato conferma. E le delegazioni governative arriveranno da settantasei nazioni, con vicepresidenti, ministri e sottosegretari pronti a sedersi attorno ai tavoli. Tra i nomi che contano, spiccano i presidenti di Uzbekistan e Tanzania, il vicepresidente cinese e il ministro dell’Energia saudita. Proprio l’Arabia Saudita, guarda caso, sarà il paese ospite d’onore. Un modo per celebrare cent’anni di relazioni diplomatiche tra Mosca e Riad, sanciti da una delegazione guidata dal ministro dell’Energia e composta da duecento rappresentanti tra fondi sovrani, aziende di stato e colossi dell’industria. Uno dei momenti più attesi sarà il dialogo d’affari tra Russia e Arabia Saudita, incentrato su investimenti, energia, trasporti e agricoltura.

Ma a suscitare un certo scalpore tra i cronisti e gli analisti è un’altra presenza, piccola nella forma ma pesante nel simbolo. Per la prima volta in sette anni, parteciperà un rappresentante in carica dell’amministrazione statunitense. Si chiama Rodney Mims Cook Jr., presidente della Commissione di Belle Arti degli Stati Uniti. L’uomo, tra le altre cose, ha avuto un ruolo nella supervisione dei lavori di ampliamento del salone da ballo della Casa Bianca di Trump. Lui stesso ha confermato all’agenzia russa Ria Novosti: “Il comitato organizzatore e il Dipartimento di Stato mi hanno invitato alla sessione plenaria e al discorso del presidente Putin. E io ci sarò”. E non è solo una passerella: sono previsti due eventi ufficiali tra Russia e Stati Uniti, un dialogo imprenditoriale e una sessione culturale, con il sostegno della Camera di Commercio statunitense e della fondazione Roscongress.

E poi c’è la Germania. Una delegazione di imprenditori tedeschi, guidata dal presidente della Camera di Commercio Estero Germanorumssa Matthias Schepp, che ha dichiarato senza troppi giri di parole: “Vogliamo mantenere il legame economico con la Russia e proteggere i nostri asset, che superano i cento miliardi di euro”. Una scelta in netto contrasto con la masochistica strategia occidentale di isolamento. Secondo un sondaggio citato dallo stesso Schepp, la stragrande maggioranza delle aziende tedesche non ha alcuna intenzione di abbandonare il mercato russo. Lo considerano ancora strategico per il lungo periodo.

A dare una lettura di fondo a questi movimenti ci prova Stanislav Tkachenko, economista e professore all’Università statale di San Pietroburgo. Il suo ragionamento è lineare: in Europa, spiega ai microfoni di RT, si sta facendo strada la consapevolezza che essere entrati in conflitto con Mosca è stato un errore, pagato a caro prezzo dai cittadini e dalle imprese. Quando l’economia russa ha resistito alle sanzioni e ha addirittura accelerato la crescita, il fronte occidentale ha cominciato a mostrare crepe. “La militarizzazione dell’interdipendenza economica”, dice Tkachenko, “si è rivelata una strategia senza uscita. Le aziende occidentali che hanno partecipato al tentativo di infliggere un danno strategico alla Russia si sono sparate sui piedi. Hanno subito perdite dirette, hanno perso l’accesso a un mercato promettente e hanno visto i loro posti occupati da imprese turche, cinesi, indiane, dei paesi del Sud-Est asiatico”. Insomma, il tentativo di isolare la Russia, a guardare i numeri e le presenze di San Pietroburgo, appare sempre più come una battaglia persa prima ancora di iniziare. Una scelta masochista basata su una russofobia irrazionale di cui è affetta l'attuale classe dirigente europea.

Trump conferma di aver definito Netanyahu un "fottuto pazzo"

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato di aver definito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un "fottuto pazzo" a causa dei suoi attacchi al Libano.

"Sì. Mi arrabbio sempre. Mi dava un po' fastidio che attaccasse sempre il Libano. Sai, a un certo punto gli ho detto: 'Bibi, mettiamo fine a tutto questo'", ha dichiarato.

Tuttavia, ha osservato di avere "ottimi rapporti" con Netanyahu. "Abbiamo lavorato molto bene insieme, Bibi mi piace molto", ha affermato.

Il presidente statunitense ha anche negato che Tel Aviv lo avesse ingannato per scatenare la guerra contro l'Iran. "Voglio dire, ho iniziato io tutto. Non voglio annoiare nessuno, ma l'ho iniziata io perché non possiamo permettere che abbiano un'arma nucleare. [...] Se non fosse per me, Israele non esisterebbe", ha affermato.

In precedenza, era stato riportato che Trump aveva criticato duramente Netanyahu durante una telefonata, definendolo "pazzo" per l'escalation contro il Libano. "Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando la pelle. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo", gli aveva detto. Secondo alcune fonti, avrebbe anche bloccato il piano israeliano di bombardare Beirut, avvertendo che farlo avrebbe "isolato ulteriormente Israele". Secondo Trump, Netanyahu aveva esacerbato la situazione in modo sproporzionato negli ultimi giorni.

Zakharova: l'Ucraina è uno "Stato terrorista" finanziato dall'Occidente

I media occidentali si stanno rendendo complici del "terrorismo" del regime di Kiev omettendo di riportare gli attacchi contro i civili in Russia, ha denunciato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

In un'intervista con Rick Sanchez a margine del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), la portavoce ha commentato l'attentato ucraino di mercoledì mattina contro un autobus di linea nella Repubblica Popolare di Donetsk, che ha causato otto morti, definendolo "di una crudeltà senza precedenti". Ha sottolineato che non si tratta di un episodio isolato, poiché questi "sanguinosi atti terroristici" si verificano quotidianamente, uccidendo e ferendo bambini, donne e anziani "in ogni regione" della Russia.

Non lo ha definito un singolo "attacco terroristico", bensì una "catena" di atti legati all'ideologia "terroristica" dell'Ucraina. "La cosa peggiore che possa accadere è quando uno Stato [...] si trasforma in un regime terroristico con un piano preciso per eliminare la popolazione civile", ha affermato, accusando il regime di Kiev di fare lo stesso in Nord Africa e in Medio Oriente.

In questo contesto, ha denunciato l'Ucraina come finanziata dai Paesi occidentali e da blocchi come la NATO. "Si tratta di vero terrorismo internazionale", ha sottolineato, avvertendo che questo scenario è possibile perché i media occidentali "lo permettono" evitando di riportare "ciò che sta realmente accadendo".

Per questo motivo, ha spiegato, "il pubblico occidentale non comprende che, proprio nel cuore dell'Europa, esiste uno Stato terrorista" che "opera con i soldi che riceve dai Paesi occidentali". "Se i cittadini di Italia, Spagna, Francia e Germania si rendessero conto che denaro viene prelevato dalle loro tasche [...] per finanziare l'omicidio di civili [...] in un paese vicino, non voterebbero mai a favore", ha concluso.

 

Il bivio del 2 Giugno: tra parate militari e il vincolo UE che impone all'Italia le energie green

 

Sta per arrivare una mini-clausola di salvaguardia per rendere flessibili le spese energetiche alla voce investimenti. Ne abbiamo parlato negli ultimi giorni e, nelle ultime ore, è arrivata la notizia che Bruxelles avrebbe inserito una richiesta esplicita all'Italia: investire nelle energie green. Questa indicazione si inserisce proprio all'interno della clausola di salvaguardia per la difesa, quella che consente di scorporare dai vincoli di bilancio gli investimenti in armi e che viene utilizzata, in piccola parte, anche per le spese energetiche.

La domanda che sorge spontanea è come il Governo riuscirà a coniugare il sogno nucleare – spinto anche da Confindustria – con questa avvertenza "ecologista". In effetti, i 4 miliardi risparmiati in tre anni dovrebbero essere usati esclusivamente per investimenti nella transizione energetica. Riusciremo, or dunque, a sfruttare questa opportunità o, una volta fallito l'obiettivo, il Governo se la prenderà con la burocrazia europea?

Nella giornata del 2 Giugno sono in molti a chiedersi quale sarà la Repubblica italiana del futuro, sapendo che ad attenderci non saranno anni facili. La parata sui Fori Imperiali è da tempo contestata dai movimenti pacifisti, storicamente critici verso le ostentazioni di carattere militarista. Cavarsela invocando il senso di responsabilità e la riconoscenza verso quanti costituirono la Repubblica – nata dalla cacciata del fascismo, come ricordato dalla Presidente del Consiglio in occasione della festa nazionale – è l'ennesima dimostrazione di come dichiarazioni affrettate producano talvolta effetti indesiderati. La difesa d'ufficio della sfilata militare, in tempi di guerra e militarismo diffuso, non sembra cogliere la fondatezza delle critiche emerse da quanti ricordano come l'aumento delle spese per il riarmo rappresenti una concreta minaccia a quell'idea di Repubblica nata in antitesi alla guerra.

Le suggestioni presidenzialiste, appena frenate dal Referendum, torneranno presto in auge: fermarle presuppone avere un'idea alternativa a quella delle destre, che non sia la semplice salvaguardia dello status quo. Se i giudizi negativi sul Premierato sono un elemento comune a innumerevoli forze politiche e sociali, l'analisi sul ruolo dell'Unione Europea o sul sistema elettorale maggioritario potrebbero invece riservare divisioni insanabili. È proprio il 2 Giugno, tra rigurgiti militaristi e l'oblio in cui sono finite le aspettative di tanti decenni fa, la data in cui porsi le domande più scomode.

In questi giorni l'Esecutivo tenta di districare la matassa prendendo le distanze tanto da Bruxelles quanto dalla Nato: i soliti equilibrismi a cui dovremmo essere abituati. L'Italia aveva chiesto di estendere all’energia lo scorporo dal deficit delle spese per la difesa; una richiesta non certo rivoluzionaria, subito accolta, almeno in parte, dall'UE.

In soldoni, ci si accontenta di ridurre la spesa militare di qualche miliardo di euro per spendere i fondi risparmiati sul fronte energetico, magari per lanciare il progetto nuclearista italiano. Tuttavia, questa riduzione non potrà tradursi nei tanto cari sussidi e bonus a cui il governo Meloni ci ha abituato. La richiesta esplicita dell'UE va nella direzione di privilegiare investimenti strutturali, che potrebbero appunto tradursi in centrali nucleari. Ironia della sorte, sarà possibile ridurre (seppur di poco) le spese per la guerra investendo i risparmi nel nucleare, mentre l'Italia continuerà a essere sotto sorveglianza comunitaria per aver superato il parametro del 3% nel rapporto deficit/PIL.

Sempre in queste ore si continua a parlare di competitività e transizione energetica, dimenticando che lo stesso Consiglio dei Ministri aveva previsto un percorso di consolidamento dei conti per rientrare nei parametri richiesti da Bruxelles. In questo viatico, tuttavia, non viene ricordato che è stata fissata, anno per anno, una soglia massima alla spesa sociale. Una decisione che arriva in tempi in cui il morso della crisi si fa sentire per tante famiglie, alle prese con rincari generalizzati e spese sanitarie e di istruzione sempre più insostenibili.

Raúl è un guerrigliero


di Hernando Calvo Ospina

Si dice che Raúl sia rintanato nelle profondità di una caverna, tremante di terrore, perché è stato citato in giudizio negli Stati Uniti.

Potrebbe essere così se fosse come la stragrande maggioranza dei presidenti del mondo, che non hanno nemmeno prestato servizio militare, come Trump, per esempio. Quelli che ai primi spari si nascondono sotto il letto, si rifugiano nel bunker o si mettono in coda alle truppe.

Raúl è un guerrigliero. Insieme a Fidel e ad altri, si è formato da giovane come guerrigliero per condurre la lotta armata clandestina contro uno dei governi più violenti dell'America Latina, che aveva il sostegno di Washington. Ben presto ha addestrato altri giovani come guerriglieri. E li ha anche formati politicamente, cosa essenziale in quelle lotte. Dopo diversi anni di combattimenti sulle montagne, rischiando la vita ogni minuto, quei guerriglieri presero il potere.

Ed è lì che è iniziata la vera guerra: hanno dovuto imparare a costruire uno Stato rivoluzionario. E se già questo era complicato, farlo nel bel mezzo di aggressioni militari e terroristiche orchestrate dagli Stati Uniti ha reso la sfida ancora più ardua. Lo hanno fatto come guerriglieri. E in quanto tali hanno affrontato il tentativo di invasione della Baia dei Porci. Fidel, il Che, Raúl e gli altri dirigenti non comandarono le truppe, mentre si rifugiavano nei bunker, circondati da guardie del corpo, come forse fece il presidente Kennedy, nel caso in cui un proiettile avesse raggiunto la Casa Bianca. E quelli che in quel momento erano soldati alle prime armi inflissero agli Stati Uniti la prima sconfitta militare della loro storia. Con l'esperienza e il coraggio dei guerriglieri.  

Gli Stati Uniti decisero che dovevano eliminare Fidel, il Che e Raúl per porre fine a quella fastidiosa rivoluzione. E tutte le loro agenzie di morte, sostenute da sicari e mercenari, diedero inizio a una caccia implacabile che durò anni, decenni. Il Che fu catturato, ma mentre combatteva. L’ordine di ucciderlo, disarmato, a terra ferito, fu dato da criminali in giacca e cravatta seduti a Washington. Avevano il terrore di quel guerrigliero. E anche da morto continuò a togliere loro il sonno.  

Il Guinness dei primati dice che Fidel subì quasi 700 attentati. Morì con gli stivali ai piedi: come guerrigliero non riuscirono mai a sconfiggerlo.

Un giorno Fidel disse che dovevano prendersi più cura di suo fratello Raúl. Immagino fosse per via di tutti i segreti relativi alla sicurezza dello Stato e alla rivoluzione di cui Raúl era a conoscenza. Mentre Raúl, con l’anima da guerrigliero in ogni fibra del suo essere, si prendeva cura di suo fratello Fidel e degli altri uomini e donne che erano alla guida della rivoluzione. E dell’intero Paese.

Mi è piaciuto molto ascoltare Raúl raccontare storie, perché narra i fatti come se fosse un vicino di casa, con o senza uniforme. Mi dispiace che fino ad oggi non sia riuscito ad ascoltarlo dal vivo, come si suol dire. Quando ho pensato a cosa avrei potuto chiedergli, ho concluso che nulla. Solo dirgli che il mio compleanno è tre giorni dopo il suo.  

Quindi, se Trump e i suoi nefandi seguaci che lo circondano credono che Raúl sia terrorizzato dalle loro minacce, sappiano che è quasi nato guerrigliero. Da guerrigliero ha vissuto, ha aiutato a governare, ha guidato le Forze Armate e di sicurezza. E un guerrigliero di quella stirpe non si toglie gli stivali nemmeno per fare la doccia. Si è vaccinato contro la paura con i primi colpi sparati sulle montagne da guerrigliero. Fino all'ultimo momento della sua vita, questo guerriero terrà il dito sul grilletto in attesa che arrivino gli inviati del nemico che, come ogni codardo, dà ordini di uccidere da lontano. E pronto non tanto a difendere il proprio petto: a combattere per il suo popolo.  

Buon compleanno, Raúl.

Fonte : Raúl, es ejemplo de guerrillero. Por Hernando Calvo Ospina – Con la verdad, por la paz y la justicia social

Pedro Sánchez e la crisi della politica europea su Gaza

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il dibattito che circonda Pedro Sánchez viene sempre più presentato come un dibattito sulla corruzione, e giornali, programmi televisivi e avversari politici descrivono il Primo Ministro spagnolo come un leader sommerso dagli scandali e travolto da una crisi politica intensa.

Eppure questa narrazione nasconde una realtà più profonda.

La questione non riguarda soltanto il futuro di Sánchez. Riguarda il modo in cui il genocidio a Gaza sta ridefinendo la politica europea.

Le accuse che coinvolgono figure vicine al governo meritano di essere indagate con rigore e in totale trasparenza. Nessuna democrazia può funzionare senza che il potere sia chiamato a rendere conto del proprio operato. Tuttavia la politica democratica richiede anche la capacità di distinguere tra procedimenti giudiziari e conflitti di natura politica.

Pedro Sánchez è diventato uno dei pochi leader socialdemocratici europei capaci di sopravvivere a una successione di crisi senza perdere centralità politica. La pandemia, la crisi energetica, l'inflazione e le tensioni territoriali non hanno prodotto il collasso che molti prevedevano. In un continente dove gran parte della sinistra ha perso terreno, la sua posizione e il suo impegno sono diventati un punto di riferimento, soprattutto per chi ha ancora a cuore la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani.

Il suo successo e la sua popolarità hanno scatenato una reazione di un'intensità esagerata e inspiegabile, un'opposizione nei suoi confronti che non trova facile spiegazione.

Sánchez è diventato un simbolo. Per la destra spagnola rappresenta la normalizzazione delle alleanze con le forze autonomiste. Per alcuni settori economici rappresenta una concezione più interventista del ruolo dello Stato nell'economia, e suscita per questo diffidenza. Per altri ancora rappresenta una crescente disponibilità a mettere in discussione principi consolidati della politica estera occidentale. E forse è questo il punto più importante, quello che si preferisce ignorare.

Attori diversi, mossi da obiettivi diversi, possono concorrere a creare un clima che genera instabilità.

Ma è sulla Palestina che questa dinamica diventa più evidente.

Per decenni la Palestina ha occupato una posizione particolare nel dibattito europeo. La simpatia e la solidarietà dell'opinione pubblica verso i palestinesi, e il sostegno al loro diritto all'autodeterminazione, erano spesso molto più sentiti dalla gente di quanto non fossero rappresentati dalle posizioni adottate dai governi. Ma questo divario raramente produceva conseguenze politiche rilevanti.

Gaza ha cambiato questa equazione. Gaza, dove si sta consumando il peggiore dei crimini, e che vediamo in mondovisione dai nostri telefoni, è davvero diventata il centro nevralgico del futuro del sistema democratico, del rispetto della legalità internazionale e dell'umanità stessa.

Le immagini provenienti dalla Striscia di Gaza hanno reso sempre più difficile sostenere una distinzione tra valori proclamati e pratiche politiche effettive. Il linguaggio dei diritti umani, del diritto internazionale e della protezione dei civili è uscito dagli spazi dell'attivismo per entrare nel cuore del dibattito pubblico europeo.

In questo contesto la Spagna ha assunto una posizione singolare e fondamentale. Il riconoscimento della Palestina da parte di Spagna, Irlanda, Norvegia e perfino della Gran Bretagna ha segnato una rottura con la prudenza che per anni aveva caratterizzato molte capitali europee. Per Madrid non si trattava soltanto di un gesto simbolico. Era il riconoscimento che continuare a promettere uno Stato palestinese futuro senza riconoscere l'esistenza politica palestinese nel presente stava diventando sempre meno sostenibile: una beffa ormai troppo evidente, troppo ridicola e troppo irritante.

Ancora più significativa è stata la scelta del linguaggio politico. Sánchez ha sollevato ripetutamente questioni relative alla proporzionalità, all'accesso umanitario, alla protezione dei civili e al rispetto del diritto internazionale, temi che molti governi europei hanno preferito affrontare con estrema cautela, e con grande ipocrisia.

Ciò non significa che ogni accusa o ogni inchiesta che coinvolge il Primo Ministro spagnolo sia una conseguenza della sua posizione sulla Palestina.

Tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che, in tutta Europa, figure politiche che hanno assunto posizioni particolarmente critiche nei confronti di Israele si sono spesso trovate esposte a campagne di pressione politica, mediatica e lobbistica. Gaza ha reso la Palestina una questione interna alla politica europea, e il costo politico di una posizione indipendente su Israele appare oggi molto più elevato di quanto fosse in passato.

La Spagna di Sánchez resiste a questi attacchi e a queste trasformazioni.

Di fatto si tratta del neoliberismo che si scontra con il socialismo democratico e che mina le fondamenta dello Stato di diritto e della legalità internazionale, lì dove Gaza è diventata la cartina di tornasole.

Quello che si può affermare è che Gaza ha cambiato il significato politico delle controversie che circondano Sánchez. Egli non viene più percepito soltanto come il leader del suo partito o come il capo del governo spagnolo. È diventato il punto di incontro di un dibattito più ampio sul futuro dell'Europa, sulla credibilità del diritto internazionale e sulla coerenza morale delle democrazie occidentali.

Questa realtà dovrebbe indurre alla prudenza sia i sostenitori sia i critici di Sánchez. Il valore simbolico di un leader non lo rende immune da eventuali responsabilità, ma allo stesso tempo i critici dovrebbero riconoscere che l'intensità dell'opposizione nei suoi confronti non può essere spiegata soltanto attraverso le singole inchieste. La reazione riguarda non soltanto ciò che egli ha fatto, ma anche ciò che è arrivato a rappresentare. Si tenta di annientare una figura politica che ha tenuto le redini di un'Europa dei valori democratici e della legalità.

Il significato più profondo del caso Sánchez va quindi oltre la Spagna. Gaza ha reso visibile una crescente distanza tra le élite politiche e ampi settori dell'opinione pubblica europea. La vera domanda non è soltanto come l'Europa debba rispondere alla tragedia palestinese. La domanda è se le istituzioni europee siano ancora capaci di adattarsi a cambiamenti profondi dell'opinione pubblica senza entrare in crisi.

L'esito della vicenda politica di Pedro Sánchez non determinerà il futuro di Gaza. Potrebbe però influenzare il modo in cui altri leader europei valuteranno il costo politico di una posizione indipendente sulla Palestina.

Per questa ragione il dibattito su Pedro Sánchez non è più soltanto un dibattito spagnolo. È diventato parte di una più ampia discussione europea sulla democrazia, sulla sovranità, sul diritto internazionale e sulla Palestina. La questione decisiva non è se Pedro Sánchez sopravviverà politicamente. La questione decisiva è se Gaza sia ormai diventata una delle principali linee di frattura della politica europea contemporanea.

"Fino alla morte": la dura risposta dell'Iran all'aggressione di USA-Israele

 

Nel giorno della doppia e sentita ricorrenza della scomparsa dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini (3 giugno) e della storica rivolta del 15 Khordad del 1963 — considerata il nucleo fondativo della Repubblica Islamica —, le forze armate iraniane hanno formalizzato una durissima dichiarazione congiunta. Attraverso una nota ufficiale dello Stato Maggiore delle Forze Armate e del Comando Centrale di Khatam al-Anbiya, diffusa dall'emittente di Stato IRIB, Teheran ha proclamato la propria determinazione a difendere la Rivoluzione e i confini nazionali di fronte a quella che definisce una sistematica campagna di aggressione condotta da Stati Uniti e Israele.

Nel comunicato, i vertici militari iraniani affermano che le recenti azioni militari dell'asse Washington-Tel Aviv avrebbero "svelato al mondo il vero volto di coloro che si spacciano per paladini dei diritti umani". A sostegno di questa tesi, il documento cita l'uccisione di oltre 170 civili durante un raid contro un istituto scolastico a Minab, descritto come uno dei "centinaia di crimini" attribuiti alle forze avversarie.

"La nazione iraniana non si ritirerà di fronte alle minacce e all'aggressione. Le forze armate difenderanno gli ideali della Rivoluzione Islamica fino alla morte. Washington e Tel Aviv non avranno altra scelta che arrendersi alla volontà divina delle nostre forze armate e di una nazione conscia e illuminata."

La dottrina della responsabilità condivisa: il monito di Teheran ai paesi vicini

Parallelamente, il Ministero degli Esteri iraniano ha declinato la propria risposta in termini geopolitici e legali, lanciando un severo avvertimento diplomatico ai paesi della regione. L'Iran accusa l'esercito statunitense di operare come un "esercito terroristico", responsabile di aver alimentato i disordini e alterato la sicurezza nel Golfo Persico attraverso attacchi mirati contro una nave mercantile e una torre di telecomunicazioni.

Attraverso l'agenzia di stampa Fars, la diplomazia di Teheran ha chiarito la propria postura strategica rispetto ai paesi terzi che ospitano installazioni occidentali:

  • La violazione del diritto: Qualsiasi nazione che conceda l'utilizzo del proprio spazio terrestre, marittimo o aereo, o che metta a disposizione le proprie basi per agevolare azioni militari contro l'Iran, sarà considerata in palese violazione del principio di buon vicinato e delle regole internazionali.
  • La ritorsione: Il Ministero degli Esteri ha sancito che la responsabilità civile e militare delle conseguenze di tali operazioni ricadrà non solo sugli "aggressori americano-sionisti", ma anche sui governi regionali che offrono loro supporto logistico e territoriale.

Il fronte del Golfo: gli Emirati Arabi Uniti chiedono una coalizione unitaria

La fermezza di Teheran ha già trovato riscontro pratico sul terreno, innescando una forte reazione politica tra le monarchie del Golfo. Le recenti offensive di rappresaglia condotte dall'Iran — che hanno colpito e gravemente danneggiato il terminal principale dell'aeroporto internazionale del Kuwait, provocando il ferimento di diverse persone e la conseguente paralisi del traffico aereo —, unitamente ai raid in Bahrein, hanno spinto gli Emirati Arabi Uniti a chiedere una forte presa di posizione collettiva.

Anwar Gargash, consigliere strategico del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha espresso tramite i canali social la necessità impellente di una risposta di coalizione:

"Le ripetute aggressioni iraniane contro il Kuwait e il Bahrein esigono una posizione ferma e saggia da parte di tutto il Consiglio di Cooperazione del Golfo. Nessuno Stato può essere lasciato solo a fronteggiare questa minaccia. La nostra sicurezza è interconnessa, i nostri interessi sono condivisi e il nostro destino è unico: questo attacco non è mirato a un singolo Paese, ma colpisce la stabilità di tutti noi."

La Cina esorta USA e Iran a rispettare il cessate il fuoco

 

Nella giornata di mercoledì, la Cina ha rivolto un esplicito e fermo invito agli Stati Uniti e all'Iran affinché rispettino l'accordo di cessate il fuoco in vigore, esortando tutte le parti coinvolte nel conflitto a non riprendere le ostilità sul campo.

"La Cina esprime profonda preoccupazione per l'attuale evoluzione della situazione", ha dichiarato a Pechino la portavoce del Ministero degli Esteri, Mao Ning, durante il consueto incontro con la stampa.

La presa di posizione del governo cinese è giunta all'indomani delle dichiarazioni di Washington, con cui il Pentagono ha confermato di aver condotto attacchi mirati sull'isola iraniana di Qeshm, descritti come una "risposta ai tentativi di attacco perpetrati dall'Iran in tutto il Medio Oriente". Le autorità statunitensi hanno inoltre precisato che le proprie forze militari, in sinergia con gli eserciti alleati, hanno intercettato una massiccia ondata di droni e missili balistici iraniani.

Nelle stesse ore, anche il Kuwait ha confermato che i propri sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione prima dell'alba per respingere attacchi ostili condotti con vettori e velivoli senza pilota.

Il valore dei negoziati nell'era post-escalation

Commentando la fragilità del quadro di sicurezza regionale, la portavoce Mao Ning ha rimarcato che "la ripresa delle operazioni belliche non serve gli interessi di nessuno".

"Ci auguriamo che le parti interessate sappiano valorizzare gli spiragli di pace, onorino gli impegni presi con il cessate il fuoco e mantengano vivo lo slancio dei negoziati. È fondamentale attenersi alla risoluzione delle controversie attraverso canali politici e diplomatici, al fine di giungere al più presto a una tregua globale e duratura che crei le condizioni necessarie al ripristino della pace e della stabilità in Medio Oriente."

Le diplomazie internazionali tentano così di arginare una nuova spirale di violenza: gli Stati Uniti e l'Iran hanno infatti effettuato recenti attacchi aerei reciproci, mettendo a dura prova il regime di cessate il fuoco formalmente in vigore dall'8 aprile, giunto a seguito del conflitto aperto tra l'asse USA-Israele e la Repubblica Islamica scoppiato il 28 febbraio.

 

Pioggia di droni sulla Russia e l'ombra della NATO: il duro avvertimento di Mosca ai Paesi Baltici

 

Diversi feriti si registrano a seguito di attacchi condotti con droni ucraini contro San Pietroburgo, avvenuti nella giornata inaugurale del più importante forum sugli investimenti in Russia ospitato dalla città. Lo ha riferito il governatore locale, Aleksandr Beglov.

I veicoli aerei senza pilota (UAV) hanno preso di mira infrastrutture nei distretti di Kirovsky e Krasnoselsky, oltre che nel porto di Kronstadt, anch'esso parte dell'area metropolitana di San Pietroburgo, ha scritto Beglov in un post su Telegram mercoledì mattina. Squadre di emergenza sono state dispiegate presso le strutture danneggiate dagli attacchi, ha aggiunto.

La 29ª edizione del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026), spesso definita la "Davos russa", si svolge tra il 3 e il 6 giugno. Al forum di quest'anno è prevista la partecipazione di circa 20.000 imprenditori, politici e figure pubbliche provenienti da oltre 100 nazioni. Il presidente russo Vladimir Putin terrà il suo discorso all'assemblea venerdì.

Nella regione di Leningrado, che circonda San Pietroburgo, almeno 59 droni ucraini sono stati abbattuti durante la notte, secondo quanto dichiarato dal governatore locale, Aleksandr Drozdenko. Diverse abitazioni private hanno subito lievi danni a causa della caduta di frammenti, ma non si registrano feriti, ha aggiunto.

In totale, 345 UAV ucraini sono stati abbattuti in tutta la Russia nel corso della notte, mentre il Paese veniva colpito da un altro attacco su vasta scala, ha riferito il Ministero della Difesa. Le intercettazioni sono avvenute sopra le regioni di Mosca, Leningrado, Belgorod, Brjansk, Voronež, Kaluga, Kursk, Novgorod, Orël, Pskov, Rostov, Smolensk, Tver, Tula e Krasnodar, oltre che sulla Crimea e sul Mar d'Azov, ha specificato il ministero.

Nella Repubblica Popolare di Donetsk, sette civili sono rimasti uccisi e altri 11 feriti quando un drone ucraino ha colpito un autobus passeggeri in viaggio dalla Crimea verso Mosca.

Negli ultimi mesi, gli UAV ucraini hanno preso di mira a più riprese la regione di Leningrado, in particolare le sue infrastrutture energetiche, con droni carichi di esplosivo che spesso raggiungono la Russia nord-occidentale transitando attraverso Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia. Alcuni di essi si sono schiantati all'interno dei paesi NATO.

Il Segretario del Consiglio di Sicurezza russo, Sergey Shoigu, aveva precedentemente avvertito che, qualora emergesse che i Paesi Baltici e la Finlandia "concedono deliberatamente il proprio spazio aereo" agli UAV ucraini, Mosca avrebbe il diritto alla legittima difesa in risposta a un "attacco armato", ai sensi dell'Articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite.

Guerra e miliardi: il record shock di Israele che vende armi "collaudate in combattimento" per 19 miliardi

 

Lo scorso anno, le esportazioni israeliane di armi "collaudate in combattimento" hanno raggiunto un livello record, superando la soglia dei 19 miliardi di dollari, come annunciato dal Ministero della Guerra israeliano in un comunicato del 2 giugno. 

"Il record assoluto di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quinto anno consecutivo, raggiungendo i 19,2 miliardi di dollari nel 2025, con un incremento di quasi il 30% rispetto all'anno precedente, più che raddoppiando in cinque anni e quadruplicando in un decennio", ha annunciato il ministero. 

Ha inoltre aggiunto che i sistemi missilistici, di razzi e di difesa aerea sono rimasti in testa per tutto il 2025, rappresentando oltre un quarto (29%) del volume totale delle transazioni. 

La maggior parte di questi accordi (il 53 percento) erano "mega-accordi del valore di 100 milioni di dollari o più ciascuno", ha proseguito il Ministero della Guerra israeliano. 

"Gli straordinari successi operativi, tra cui quelli ottenuti durante l'Operazione Rising Lion contro l'Iran nel giugno 2025, unitamente alle comprovate prestazioni in combattimento dei sistemi israeliani in tutti i teatri operativi, hanno generato una forte domanda internazionale di tecnologia di difesa israeliana. Il 2025 ha confermato la traiettoria ascendente delle esportazioni nel settore della difesa, superando per la prima volta la soglia dei 19 miliardi di dollari", ha aggiunto. 

Israele è impegnato in una guerra su diversi fronti dal 7 ottobre 2023, e negli ultimi anni ha condotto brutali attacchi a Gaza, in Yemen, in Libano, in Siria e in Iran. 

Le armi collaudate in battaglia a cui faceva riferimento il ministero israeliano sono state utilizzate nel corso di queste campagne, molte delle quali sono tuttora in corso, soprattutto in Libano

Tra le aziende israeliane che producono armi letali utilizzate da Israele in tutta l'Asia occidentale c'è Xtend. 

È documentato che diversi tipi di droni della Xtend abbiano partecipato ad attacchi e uccisioni mirate durante il genocidio di Gaza. Alcune fonti affermano che un drone della Xtend sia stato utilizzato per trovare il defunto leader di Hamas Yahya Sinwar, ucciso in battaglia nell'ottobre del 2024.

All'inizio di quest'anno, Eric Trump, figlio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha annunciato  che avrebbe investito ingenti somme nella tecnologia di Xtend e nella fusione tra l'azienda israeliana e la società JFB Construction Holdings, con sede in Florida.

L'uso di droni da parte di Israele, con conseguenti danni letali, è stato diffuso e ha causato numerose vittime civili sia a Gaza che in Libano.

Negli ultimi mesi, oltre 3.400 persone sono state uccise in Libano da bombe e sistemi d'arma israeliani. Migliaia di persone hanno perso la vita anche nella guerra tra Stati Uniti e Israele in Iran. 

Secondo prestigiose riviste mediche come The Lancet, il bilancio totale delle vittime del genocidio israeliano a Gaza potrebbe ammontare a centinaia di migliaia, includendo anche i decessi indiretti. 

Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sostenuto Israele nelle sue brutali guerre contro Gaza e l'Iran, sono diventati un importante importatore di sistemi d'arma di fabbricazione israeliana. Negli ultimi cinque anni, lo stato del Golfo ha acquistato armi israeliane per miliardi di dollari. Abu Dhabi e Tel Aviv hanno istituito un fondo per l'acquisizione e lo sviluppo congiunto di nuovi sistemi d'arma, come hanno riferito due funzionari statunitensi a Middle East Eye (MEE) il 18 maggio. 

Mentre Tel Aviv commercializza le sue armi e i suoi sistemi di difesa aerea "collaudati in combattimento", i droni FPV di Hezbollah continuano a colpire con precisione le batterie dell'Iron Dome negli insediamenti israeliani e nelle postazioni militari vicino al confine con il Libano. L'esercito israeliano non è stato in grado di fermare gli attacchi. Decine di soldati israeliani sono stati uccisi da Hezbollah dal 2 marzo di quest'anno.

Perché continuiamo a sostenere il Venezuela (di João Pedro Stedile)

 

di João Pedro Stedile*

L'attuale situazione politica del Venezuela non può essere spiegata solo dagli avvenimenti successivi al 3 gennaio.

Dobbiamo contestualizzare ciò che sta accadendo negli ultimi 4 decenni. Negli anni '90 c'era una totale egemonia degli Stati Uniti nel continente, che ci impose l'accordo NAFTA e successivamente voleva imporre l'ALCA, come un'area sotto il totale controllo del capitale statunitense. Tutti i governi, tranne Cuba, sostenevano i gringos.

Ma il popolo di alcuni paesi insorse. Ci fu il Caracazo nel 1989, poi la ribellione militare e infine la vittoria elettorale di Chávez, che assunse il potere nel '99 e spezzò l'onda neoliberista, aprendo un nuovo ciclo di governi progressisti – proseguito con Lula, Correa, Evo, Kirchner – che alterò la correlazione delle forze nel continente. Ora si proponeva un'altra integrazione al posto dell'ALCA (sconfitta formalmente nel 2005): avremmo avuto l'ALBA.

L'imperialismo statunitense, i governi democratici e repubblicani e la classe dominante degli Stati Uniti non hanno perdonato l'audacia di Chávez. E in questi 4 decenni hanno imposto tutte le tattiche possibili all'interno del ricettario descritto dal ricercatore Andrew Korybko, basato sui documenti ufficiali delle forze armate statunitensi, come nuove tattiche delle GUERRE IBRIDE.

In questo lungo periodo hanno cercato in tutti i modi possibili di sconfiggere il processo bolivariano in Venezuela. Ricordiamo:

  • Il colpo di stato che rimosse Chávez dal governo per due giorni, in cui la ripercussione internazionale e l'immediata mobilitazione popolare impedirono ai golpisti di fucilarlo. Ricordiamo che persino il cardinale di Caracas gli aveva dato l'estrema unzione in prigione, sull'isola di Orchila, dov'era prigioniero!
  • Lo sciopero politico dei petrolieri per smantellare la PDVSA (l’industria petrolifera venezuelana ndr). La mancanza di carburante e il caos furono risolti grazie all'aiuto dell'allora governo di Fernando Henrique Cardoso in Brasile.
  • Successivamente arrivarono le guarimbas con una totale violenza di piazza, che causò terrorismo, incendi di scuole, ospedali, carestia pianificata a tavolino e decine di morti. Molti prigionieri sono stati ora amnistiati.
  • La morte di Chávez, causata da uno strano cancro che non reagiva ai farmaci, rimane ancora oggi un mistero. Coincidenza vuole che anche Lugo, Dilma, Kirchner e Lula abbiano affrontato un cancro nello stesso periodo.
  • Subito dopo, il riconoscimento del governo fantoccio di Guaidó, al quale trasferirono tutti i depositi in dollari e l’oro dello Stato venezuelano, affinché la borghesia parassita venezuelana si arricchisse.
  • Hanno provocato un'inflazione incontrollata basata sulla manipolazione del tasso di cambio da Miami.
  • Hanno bloccato tutti i conti del paese all'estero. Hanno impedito gli investimenti nel settore petrolifero e la produzione è scesa a livelli inferiori al 30%, con un crollo del PIL fino al 90%.

Tutto ciò ha causato molti problemi economici a tutta la popolazione e ha generato una migrazione di lavoratori venezuelani senza precedenti. Hanno contestato la rielezione di Maduro, con il sostegno e l'illusione di alcuni personaggi considerati progressisti. Tutto questo sommato a una campagna mediatica permanente e consistente, che è certamente costata milioni di dollari nell'uso di reti, computer e dei cosiddetti influencer pagati dalla CIA e dalle sue agenzie. Una campagna che prosegue tuttora.

Il colpo finale è arrivato con il secondo governo Trump che, assetato di petrolio e perdendo l'egemonia economica a favore dell'Eurasia, ha rieditato la dottrina Monroe, volendo trasformare di nuovo il continente nel proprio cortile di casa e imponendo un controllo economico, politico e militare.

E il 3 gennaio, dopo aver mobilitato tutta la sua forza militare, ha invaso il paese per via aerea, sequestrando il Presidente Maduro e la deputata Cilia Flores. C'è stata resistenza, combattimenti e più di 100 morti. Solo tra qualche anno sapremo quanti soldati americani sono morti. Sappiamo solo che erano per la maggior parte latini del gruppo d'élite Delta Force, armati con le migliori armi del pianeta.

Il Venezuela, il suo popolo e le forze armate sono stati sconfitti. Hanno perso vite umane e il loro presidente. Ma l'impero non aveva nessuno da mettere al suo posto, poiché la sua agente, María Corina Machado, è screditata nella società venezuelana, e con lei tutta l'opposizione traditrice della Patria. La via d'uscita è stata quindi quella di trattenere il presidente sequestrato e negoziare con il governo chavista, con la corda al collo o nel mirino del fucile.

Alcuni settori della sinistra istituzionale e coloro che seguono la politica solo attraverso i social si sono affrettati a parlare di tradimento. O a dire che non c'è stata resistenza. E proprio ora si inizia a propagandare che ci sia una divisione tra i governi di Venezuela e Cuba. Queste tesi fanno solo parte delle tattiche degli Stati Uniti, diffuse dai media influenzati dalla CIA per dividere la sinistra e l'opinione pubblica.

Il popolo venezuelano, nella sua ampia maggioranza chavista, va avanti con la propria vita, lavorando, producendo e organizzando le comuni. Pur addolorato, continua a sostenere il governo chavista, avendo coscienza di tutto ciò che è accaduto.

Il nostro movimento ha legami storici con il movimento contadino venezuelano, con le comuni produttive e con il governo chavista. Abbiamo molti progetti di cooperazione nella produzione di sementi, alimenti e scambi nella formazione di quadri tecnici. Saremo eternamente grati per le borse di studio presso l'ELAM Salvador Allende, che permettono a decine di giovani contadini, poveri, di formarsi come medici.

Il popolo venezuelano continua a essere vittima della guerra ibrida dell'impero. Il governo chavista ha il sostegno del suo popolo. Il nostro movimento sarà sempre solidale con il popolo chavista.

Speriamo che la correlazione delle forze internazionali cambi a favore dell'umanità e della pace. Speriamo che la correlazione delle forze interne agli Stati Uniti cambi, e che le forze progressiste riescano a mutare la loro politica estera e la loro vocazione bellicista di aggressione ai popoli. Che la Dottrina Monroe venga sepolta.

Speriamo che il governo e il popolo chavista trovino le strade migliori per aumentare la produzione di petrolio e di altri beni di cui hanno bisogno. Che mantengano la sovranità sul petrolio, sui minerali e sul loro territorio.

Difendere il Venezuela e Cuba è un obbligo morale e politico di tutte le forze progressiste e democratiche del nostro continente. E non illudetevi: se loro venissero sconfitti, l'impero aumenterebbe la sua pressione su Messico, Brasile, Colombia e su tutto il continente. Prima hanno usato lo spettro del comunismo e dell'URSS, poi sono passati ai terroristi islamici (che loro stessi hanno finanziato), e ora hanno creato lo spauracchio del narcotraffico, come se non fossero proprio loro il mercato più grande… e si scagliano anche contro i migranti.

Lotteremo affinché il Presidente Maduro e la deputata Cília Flores siano liberati, poiché non hanno commesso alcun crimine e gli Stati Uniti non hanno il diritto né la morale per condannarli a nulla. Al contrario, spero che in futuro il tribunale dell'Aia giudichi e condanni gli attuali governanti degli Stati Uniti per le loro bombe e i loro crimini a Gaza, in Iran, in Siria, in Sudan, nei Caraibi, in Venezuela, a Cuba e all'interno del loro stesso paese, per le persecuzioni contro i poveri e i migranti.

La storia della lotta di classe vive di fasi alterne, alti e bassi, progressi e ritirate, ma l'umanità camminerà sempre verso la costruzione di società più giuste e ugualitarie, con la sovranità dei popoli e la pace.

*João Pedro Stedile, militante del MST e dirigente di ALBA MOVIMENTOS e della Assemblea Internazionale dei Popoli – AIP

3 giugno 2026

L'ordine di Netanyahu e il "no" di Trump: cosa c'è dietro il misterioso stop ai raid su Beirut

 

I media e i funzionari israeliani hanno reagito con rabbia all'annuncio unilaterale di cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele da parte del presidente statunitense Donald Trump, con i coloni del nord che si lamentano di essere ancora "bersagli facili".

"Dal caos nelle strade al fango libanese, Israele sembra essere un Paese in cui ogni attore detta legge: gli Haredim in patria, Hezbollah dall'esterno e Trump al di sopra di tutti", ha scritto Avi Ashkenazi del quotidiano Maariv il 2 giugno.

“In un Paese serio e responsabile, stamattina sarebbero successe diverse cose… Il primo ministro e il governo si sarebbero dimessi e sarebbero tornati a casa [e] l’aeronautica militare avrebbe continuato l’ondata di attacchi in tutto il Libano – una campagna che avrebbe dovuto iniziare ieri alle 9:00 e proseguire senza interruzioni fino a quando Hezbollah non avesse alzato bandiera bianca”, ha aggiunto.

Ha inoltre criticato aspramente la comunità ultraortodossa (Haredim) e si è lamentato del fatto che truppe e riservisti stiano sopportando il peso maggiore della guerra. 

“Ma noi non viviamo in un vero e proprio Paese. Questo è lo Stato di Israele, dove ogni facinoroso può fare ciò che vuole e imporre nuove regole allo Stato. Questo accade sia dall'interno che dall'esterno.”

Ashkenazi ha scritto che l'annuncio di Netanyahu di lunedì di colpire la capitale libanese era una manovra.

"La paura di Netanyahu nei confronti di Donald Trump è maggiore della pressione che subisce dagli abitanti del nord di Israele e dell'indignazione pubblica per il fatto che i soldati se ne stiano seduti come bersagli in un poligono di tiro in Libano. E l'esercito, nonostante sia estate, rimane impantanato fino al collo nel fango libanese", ha continuato Ashkenazi. 

Anche l'agenzia di stampa israeliana Walla ha citato fonti della sicurezza secondo cui la marcia indietro di Tel Aviv sugli attacchi a Beirut ha minato l'occupazione israeliana nel sud del Libano e ha rafforzato i legami tra Hezbollah e l'Iran, collegando i due teatri operativi.

Una fonte della sicurezza avrebbe affermato che astenersi dal colpire Beirut danneggia gli sforzi di Israele per recidere il legame tra Hezbollah e Teheran, che i funzionari israeliani considerano un obiettivo centrale della guerra.

Tuttavia, la fonte ha aggiunto che l'esercito è pronto a sferrare un attacco a Beirut se la leadership politica lo approverà. 

Sia i membri dell'opposizione che quelli della coalizione di governo hanno criticato aspramente la decisione di non colpire Beirut. 

Il leader dell'opposizione Yair Lapid ha descritto Israele come uno "stato protettorato" degli Stati Uniti, mentre Avigdor Lieberman si è lamentato dicendo che "non siamo una repubblica delle banane".

"Dahiye deve essere rasa al suolo immediatamente, e non dobbiamo fermarci finché non sarà stato abbattuto l'ultimo edificio", ha dichiarato Lieberman.

Anche l'ex primo ministro israeliano Naftali Bennett ha accusato il governo di aver perso il controllo della sovranità israeliana, mentre il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha esortato Netanyahu a respingere le pressioni statunitensi e a procedere con gli attacchi contro Hezbollah. 

«Avete detto che un primo ministro forte dice al Presidente degli Stati Uniti: "sì" quando possibile e "no" quando necessario. È giunto il momento di dire al nostro amico, il Presidente Trump, "no". È giunto il momento di fare ciò che è necessario per colpire Hezbollah, per dare slancio ai nostri combattenti e per ripristinare la sicurezza nel nord», ha affermato Ben Gvir. 

Secondo il quotidiano Haaretz, le minacce di attaccare Beirut erano "vuote" – anche prima dell'intervento statunitense.

Lunedì sera, dopo l'emissione degli ordini di sfollamento forzato per tutti i sobborghi meridionali di Beirut, Trump ha rilasciato una dichiarazione. Il presidente ha affermato che era stato raggiunto un cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele. 

Nel tentativo di dichiarare che non ci sarebbero stati attacchi su Beirut, Trump ha affermato che le "truppe" israeliane non erano più in viaggio verso la città. 

L'esercito israeliano ha incontrato una forte resistenza nel sud del Libano e, di fatto, non era mai stato diretto a Beirut. 

L'annuncio del presidente statunitense è giunto mentre la Repubblica islamica dell'Iran minacciava di colpire Israele e di far fallire i negoziati con Washington. 

Teheran ha inoltre emesso ordini formali di evacuazione per gli insediamenti israeliani del nord, esortandoli a fuggire immediatamente nel caso in cui Beirut venisse bombardata. 

Nel frattempo, il governo libanese ha tentato di attribuirsi il merito di aver sventato l'attacco.

L'ambasciata libanese a Washington ha affermato lunedì sera, in una dichiarazione, che Hezbollah ha accettato una proposta statunitense che prevede una cessazione reciproca degli attacchi, in base alla quale Israele si asterrà dal colpire solo la capitale, in cambio dell'astensione di Hezbollah dagli attacchi contro Israele.

L'ambasciata ha aggiunto che i negoziati diretti previsti per martedì e mercoledì mireranno ad estendere il quadro del cessate il fuoco a tutto il territorio libanese. La dichiarazione, diffusa anche dalla Presidenza libanese, afferma che il quadro verrà ampliato per includere tutti i territori libanesi, sebbene non vengano forniti né una tempistica né un meccanismo per tale estensione.

Hezbollah ha respinto qualsiasi cessate il fuoco che non preveda la completa cessazione degli attacchi israeliani in tutto il Libano. Il deputato di Hezbollah Hassan Fadlallah ha affermato che la proposta statunitense non è accettabile. 

Lunedì sera Netanyahu ha minacciato di procedere con gli attacchi pianificati su Beirut se Hezbollah non avesse cessato le sue offensive. 

Hezbollah ha continuato a resistere alle truppe di occupazione nel sud del Libano da quando Netanyahu ha lanciato quella minaccia. Gli attacchi oltre confine sono cessati per la maggior parte, con l'eccezione di un'incursione di droni di Hezbollah a Kiryat Shmona martedì mattina. 

Sono proseguiti anche i brutali raid aerei israeliani nel sud del Libano.

L'allarme dell'ammiraglio Gurdeniz: la NATO sta trascinando l'Europa in una catastrofe nucleare inevitabile?

 

L'ammiraglio in pensione Cem Gürdeniz — già capo del Dipartimento di Strategia della Marina turca, mente dietro la celebre dottrina marittima della Patria Blu (Mavi Vatan) e fondatore della Fondazione Hamit Naci — traccia un quadro drammatico dell'attuale escalation globale, analizzando i rischi sistemici che minacciano l'Eurasia e la Turchia.

Il suo pensiero si articola in quattro punti fondamentali:

1. La Nuova Fase della Guerra e la "Cecità" Europea

Secondo Gürdeniz, il conflitto in Ucraina ha superato la dimensione regionale. L'Europa sta vivendo la crisi di sicurezza più profonda dal 1945, ma soffre di una totale cecità strategica. I leader europei alimentano una retorica bellicista aggressiva pur non avendo le infrastrutture produttive, le scorte di munizioni e la resilienza sociale per sostenere una guerra vera. Priva di reale forza, l'Europa adotta comportamenti provocatori (come l'ipotesi di blocco sull'oblast' russo di Kaliningrad), rischiando di innescare una catastrofe nucleare in zone calde come il corridoio di Suwa?ki.

2. Il Cambio di Paradigma di Mosca

Gürdeniz evidenzia come il recente lancio del missile ipersonico Oreshnik da parte di Mosca sia un messaggio di deterrenza psicologica rivolto direttamente alla NATO, non a Kiev. La Russia ha modificato la sua strategia: non cerca più solo un accordo di neutralità con l'Ucraina, ma è pronta a colpire obiettivi industriali e militari nei paesi NATO europei se questi continueranno a sostenere gli attacchi ucraini sul proprio territorio. Mosca scommette sulle crepe interne dell'Alleanza, consapevole che molti paesi europei non vorranno rischiare una guerra totale per difendere i Paesi Baltici o la Polonia.

3. La Pressione Multidimensionale sulla Turchia

In quanto massimo teorico della Mavi Vatan (la dottrina che rivendica la sovranità marittima turca sui propri mari), Gürdeniz guarda con estrema preoccupazione al vertice NATO previsto in Turchia il 7 e 8 luglio 2026. Secondo l'ammiraglio, Ankara è sotto una pressione coordinata della NATO su due fronti:

  • Nell'Egeo e Mediterraneo Orientale: Dove la Grecia si riarma e la compagnia Chevron calpesta i diritti energetici turco-ciprioti.

  • Nel Mar Nero: Dove i recenti attacchi di droni contro navi mercantili al largo di Kilyos (Istanbul) e il caso della petroliera Altura (marzo 2026) dimostrano il tentativo atlantista di trascinare la Turchia nel conflitto contro la Russia, rompendo la sua storica politica di equilibrio.

4. Il Pericolo del Fronte Interno e la Soluzione di Montreux

Richiamando la sua esperienza di capo della Divisione Pianificazione e Politiche navali, Gürdeniz lancia un monito storico: il punto più fragile di uno Stato non è il fronte esterno, ma quello interno. Come accadde nel 1925, quando la Gran Bretagna sfruttò una ribellione interna per sottrarre Mosul alla Turchia, oggi le divisioni e l'inerzia del principale partito di opposizione turco rischiano di indebolire il Paese.

La conclusione di Gürdeniz è netta: la priorità assoluta di Ankara deve essere la difesa a oltranza della Convenzione di Montreux e il mantenimento di una rigorosa neutralità attiva. La Turchia non deve farsi coinvolgere nelle provocazioni della NATO e non deve permettere che il Mar Nero si trasformi in un "lago atlantista", poiché preservare l'asse geopolitico e commerciale con la Russia è un interesse vitale per la sicurezza nazionale.

Perché continuiamo a sostenere il Venezuela

 

di João Pedro Stedile*

L'attuale situazione politica del Venezuela non può essere spiegata solo dagli avvenimenti successivi al 3 gennaio.

Dobbiamo contestualizzare ciò che sta accadendo negli ultimi 4 decenni. Negli anni '90 c'era una totale egemonia degli Stati Uniti nel continente, che ci impose l'accordo NAFTA e successivamente voleva imporre l'ALCA, come un'area sotto il totale controllo del capitale statunitense. Tutti i governi, tranne Cuba, sostenevano i gringos.

Ma il popolo di alcuni paesi insorse. Ci fu il Caracazo nel 1989, poi la ribellione militare e infine la vittoria elettorale di Chávez, che assunse il potere nel '99 e spezzò l'onda neoliberista, aprendo un nuovo ciclo di governi progressisti – proseguito con Lula, Correa, Evo, Kirchner – che alterò la correlazione delle forze nel continente. Ora si proponeva un'altra integrazione al posto dell'ALCA (sconfitta formalmente nel 2005): avremmo avuto l'ALBA.

L'imperialismo statunitense, i governi democratici e repubblicani e la classe dominante degli Stati Uniti non hanno perdonato l'audacia di Chávez. E in questi 4 decenni hanno imposto tutte le tattiche possibili all'interno del ricettario descritto dal ricercatore Andrew Korybko, basato sui documenti ufficiali delle forze armate statunitensi, come nuove tattiche delle GUERRE IBRIDE.

In questo lungo periodo hanno cercato in tutti i modi possibili di sconfiggere il processo bolivariano in Venezuela. Ricordiamo:

  • Il colpo di stato che rimosse Chávez dal governo per due giorni, in cui la ripercussione internazionale e l'immediata mobilitazione popolare impedirono ai golpisti di fucilarlo. Ricordiamo che persino il cardinale di Caracas gli aveva dato l'estrema unzione in prigione, sull'isola di Orchila, dov'era prigioniero!
  • Lo sciopero politico dei petrolieri per smantellare la PDVSA (l’industria petrolifera venezuelana ndr). La mancanza di carburante e il caos furono risolti grazie all'aiuto dell'allora governo di Fernando Henrique Cardoso in Brasile.
  • Successivamente arrivarono le guarimbas con una totale violenza di piazza, che causò terrorismo, incendi di scuole, ospedali, carestia pianificata a tavolino e decine di morti. Molti prigionieri sono stati ora amnistiati.
  • La morte di Chávez, causata da uno strano cancro che non reagiva ai farmaci, rimane ancora oggi un mistero. Coincidenza vuole che anche Lugo, Dilma, Kirchner e Lula abbiano affrontato un cancro nello stesso periodo.
  • Subito dopo, il riconoscimento del governo fantoccio di Guaidó, al quale trasferirono tutti i depositi in dollari e l’oro dello Stato venezuelano, affinché la borghesia parassita venezuelana si arricchisse.
  • Hanno provocato un'inflazione incontrollata basata sulla manipolazione del tasso di cambio da Miami.
  • Hanno bloccato tutti i conti del paese all'estero. Hanno impedito gli investimenti nel settore petrolifero e la produzione è scesa a livelli inferiori al 30%, con un crollo del PIL fino al 90%.

Tutto ciò ha causato molti problemi economici a tutta la popolazione e ha generato una migrazione di lavoratori venezuelani senza precedenti. Hanno contestato la rielezione di Maduro, con il sostegno e l'illusione di alcuni personaggi considerati progressisti. Tutto questo sommato a una campagna mediatica permanente e consistente, che è certamente costata milioni di dollari nell'uso di reti, computer e dei cosiddetti influencer pagati dalla CIA e dalle sue agenzie. Una campagna che prosegue tuttora.

Il colpo finale è arrivato con il secondo governo Trump che, assetato di petrolio e perdendo l'egemonia economica a favore dell'Eurasia, ha rieditato la dottrina Monroe, volendo trasformare di nuovo il continente nel proprio cortile di casa e imponendo un controllo economico, politico e militare.

E il 3 gennaio, dopo aver mobilitato tutta la sua forza militare, ha invaso il paese per via aerea, sequestrando il Presidente Maduro e la deputata Cilia Flores. C'è stata resistenza, combattimenti e più di 100 morti. Solo tra qualche anno sapremo quanti soldati americani sono morti. Sappiamo solo che erano per la maggior parte latini del gruppo d'élite Delta Force, armati con le migliori armi del pianeta.

Il Venezuela, il suo popolo e le forze armate sono stati sconfitti. Hanno perso vite umane e il loro presidente. Ma l'impero non aveva nessuno da mettere al suo posto, poiché la sua agente, María Corina Machado, è screditata nella società venezuelana, e con lei tutta l'opposizione traditrice della Patria. La via d'uscita è stata quindi quella di trattenere il presidente sequestrato e negoziare con il governo chavista, con la corda al collo o nel mirino del fucile.

Alcuni settori della sinistra istituzionale e coloro che seguono la politica solo attraverso i social si sono affrettati a parlare di tradimento. O a dire che non c'è stata resistenza. E proprio ora si inizia a propagandare che ci sia una divisione tra i governi di Venezuela e Cuba. Queste tesi fanno solo parte delle tattiche degli Stati Uniti, diffuse dai media influenzati dalla CIA per dividere la sinistra e l'opinione pubblica.

Il popolo venezuelano, nella sua ampia maggioranza chavista, va avanti con la propria vita, lavorando, producendo e organizzando le comuni. Pur addolorato, continua a sostenere il governo chavista, avendo coscienza di tutto ciò che è accaduto.

Il nostro movimento ha legami storici con il movimento contadino venezuelano, con le comuni produttive e con il governo chavista. Abbiamo molti progetti di cooperazione nella produzione di sementi, alimenti e scambi nella formazione di quadri tecnici. Saremo eternamente grati per le borse di studio presso l'ELAM Salvador Allende, che permettono a decine di giovani contadini, poveri, di formarsi come medici.

Il popolo venezuelano continua a essere vittima della guerra ibrida dell'impero. Il governo chavista ha il sostegno del suo popolo. Il nostro movimento sarà sempre solidale con il popolo chavista.

Speriamo che la correlazione delle forze internazionali cambi a favore dell'umanità e della pace. Speriamo che la correlazione delle forze interne agli Stati Uniti cambi, e che le forze progressiste riescano a mutare la loro politica estera e la loro vocazione bellicista di aggressione ai popoli. Che la Dottrina Monroe venga sepolta.

Speriamo che il governo e il popolo chavista trovino le strade migliori per aumentare la produzione di petrolio e di altri beni di cui hanno bisogno. Che mantengano la sovranità sul petrolio, sui minerali e sul loro territorio.

Difendere il Venezuela e Cuba è un obbligo morale e politico di tutte le forze progressiste e democratiche del nostro continente. E non illudetevi: se loro venissero sconfitti, l'impero aumenterebbe la sua pressione su Messico, Brasile, Colombia e su tutto il continente. Prima hanno usato lo spettro del comunismo e dell'URSS, poi sono passati ai terroristi islamici (che loro stessi hanno finanziato), e ora hanno creato lo spauracchio del narcotraffico, come se non fossero proprio loro il mercato più grande… e si scagliano anche contro i migranti.

Lotteremo affinché il Presidente Maduro e la deputata Cília Flores siano liberati, poiché non hanno commesso alcun crimine e gli Stati Uniti non hanno il diritto né la morale per condannarli a nulla. Al contrario, spero che in futuro il tribunale dell'Aia giudichi e condanni gli attuali governanti degli Stati Uniti per le loro bombe e i loro crimini a Gaza, in Iran, in Siria, in Sudan, nei Caraibi, in Venezuela, a Cuba e all'interno del loro stesso paese, per le persecuzioni contro i poveri e i migranti.

La storia della lotta di classe vive di fasi alterne, alti e bassi, progressi e ritirate, ma l'umanità camminerà sempre verso la costruzione di società più giuste e ugualitarie, con la sovranità dei popoli e la pace.

*João Pedro Stedile, militante del MST e dirigente di ALBA MOVIMENTOS e della Assemblea Internazionale dei Popoli – AIP

3 giugno 2026

"Non rivendicate diritti": come la sinistra ha dimenticato Marx

 

di Leonardo Sinigaglia

 

La prassi politica della moderna sinistra occidentale si basa sulla rivendicazione di “diritti” per gruppi di minoranza presentati come oppressi e marginali all’interno della società.

Tale prospettiva è condivisa anche con i settori più radicali della sinistra, che si limitano unicamente ad accentuare la radicalità delle rivendicazioni: se i moderati chiedono l’estensione del diritto all’interruzione di gravidanza, i radicali chiedono la fine di ogni limite in merito; se i moderati vogliono l’apertura dei confini ai flussi migratori, i radicali esigono l’abbattimento di ogni frontiera; se i moderati denunciano il cosiddetto “patriarcato”, i radicali arrivano a parlare di “decostruzione del maschio” e a presentare ogni uomo come un potenziale violentatore.

Tutto ciò è perfettamente coerente con la visione “intersezionale” fondata sulla credenza post-moderna dell’esclusiva validità di ogni prospettiva soggettiva rispetto a una realtà oggettiva in realtà inesistente, oltre che con l’individualismo estremo proprio del tardo liberalismo. Si tratta di posizioni però incompatibili con il marxismo e con la visione materialista-dialettica, al di là delle credenze degli esponenti della sinistra radicale e delle coloriture retoriche con le quali infarciscono i propri discorsi.

Già nel 1844, Karl Marx, nella sua Critica alla filosofia del Diritto di Hegel, arrivava a vedere nella classe lavoratrice quel “soggetto universale” la cui emancipazione avrebbe significato l’emancipazione generale dell’Umanità, e non la semplice sostituzione di una nuova gerarchia sociale a quella abbattuta, come accaduto per ogni rivoluzione precedente a quella proletaria-socialista. Il proletariato sostiene l’intera società tramite il suo lavoro, e nelle sue condizioni ricade progressivamente ogni altra classe sociale. Il suo compito storico è quindi quello di un’emancipazione universale. Esso non ha interessi particolari da difendere, ma rappresenta nella sua lotta per il superamento del sistema borghese-capitalista gli interessi generali dell’Umanità. Essendo il proletariato “la perdita completa dell’uomo”, esso riacquista sé stesso attraverso “il completo riacquisto dell’uomo” [1].

Al contrario, la visione post-moderna fatta propria dalla sinistra, propone la visione di un’emancipazione collettiva raggiungibile solo tramite la somma di particolari “emancipazioni” individuali, che non hanno per base l’oggettiva realtà economica e sociale del capitalismo, ma anzi vincoli e restrizioni culturali e di costumi. L’emancipazione così teorizzata si riduce quindi alla liberazione dai vincoli, presunti o reali, che vincolano l’individuo, permettendogli di esprimere pienamente una propria individualità estetica, di apparire come vuole senza timore di giudizi o di richiami alla realtà. Un caleidoscopio di identità che assomiglia più a un centro commerciale americano che al socialismo, ma che la sinistra identifica come orizzonte al quale aspirare.

Costituendo “se stesso in nazione” [2], il proletariato riconosce politicamente questo suo compito universale. Si tratta quindi di qualcosa inseparabile dall’esercizio del potere e dalla costruzione di una nuova autorità che rimpiazzi quella della decadente classe borghese. Ma nelle teorizzazioni dell’estrema sinistra a noi contemporanea non esiste traccia del tema del potere. Figlia della più miope tradizione anarchica, la sinistra condanna l’autorità in quanto tale, preferendo alla prassi rivoluzionaria fondata sull’edificazione del potere della classe lavoratrice le “lotte” cosmopolite delle “moltitudini”.

Non il potere proletario, non la trasformazione dell’esistente, ma la semplice “critica” ai costumi che si concretizza nell’apparenza degli individui. Tutto ciò non ha legami col marxismo, che viene tuttalpiù ridotto anch’esso a una forma estetico-identitaria, a un significante privo di significato.

Non bisogna confondere la difesa dei “diritti” delle numerose minoranze identificate dalla sinistra con la lotta per quelle che Lenin definì “libertà borghesi”. Non esiste continuità tra lotta per l’acquisizione degli strumenti democratici necessari a far avanzare la rivoluzione socialista con quelle aventi per scopo l’affermazione della “fluidità” sessuale, relazionale, e nazionale. Le seconde riprendono anzi in maniera parodistica alcuni termini e concezioni dell’analisi marxista: la critica alla famiglia borghese, vista come prodotto di determinate condizioni storiche, diviene ripudio della famiglia in quanto tale, con l’esaltazione della poligamia, del “libero amore” e della denatalità; le analisi sulla questione nazionale vengono distorte e ricondotte all’esaltazione di qualsiasi particolarismo fin tanto che si muova lungo una traiettoria anti-statale, dal “land back” in voga nell’estrema sinistra statunitense all’esaltazione di ogni tipo di indipendentismo regionalista che vediamo in Italia; e così via dicendo.

Dietro la lotta per i “diritti” della sinistra non vi è nessun progetto emancipatorio, ma solo un individualismo collettivamente espresso. Non si tratta di far avanzare la rivoluzione socialista, ma di tornare paradossalmente alla situazione premoderna dell’affermazione di una molteplicità di “libertà” differenziate e connesse all’esistenza di numerosi “corpi” distinti all’interno della società. Non si tratta infatti nemmeno della lotta per i “diritti” in senso astratto e generale promossa dalla borghesia durante la sua fase eroica, ma di una nuova degenerazione individualista strettamente connessa alla realtà post-moderna, al tardo liberalismo e al potere del capitale monopolistico finanziario.

Tale ideologia non va respinta solo sulla base delle sue premesse, ma anche per la sua nocività per qualsiasi progetto di reale emancipazione. Quella collettivizzazione dell’individualismo più egoista che è la cosiddetta “intersezionalità” forma persone incapaci di portare avanti qualsiasi lotta, e che conseguentemente preferiranno l’innocua critica culturale alla prassi rivoluzionaria. Da un punto di vista morale, aveva ragione Giuseppe Mazzini nel tracciare un distinguo tra “gli uomini dei Diritti” e gli “uomini del Dovere”: “Eccovi, in lui e negli uomini de’ quali ho parlato, rappresentata la differenza tra gli uomini dei diritti e quei del Dovere. Ai primi la conquista dei loro diritti individuali, togliendo ogni stimolo, basta perché s'arrestino: il lavoro dei secondi non s'arresta qui in terra che colla vita” [3]. Solo chi trascenda la sua dimensione individuale e fonda la sua prassi sul Dovere è capace di perseguire attivamente la trasformazione dell’esistente.

Per essere rivoluzionari non bisogna chiedere diritti. Bisogna compiere il proprio dovere, e accettare ogni sacrificio necessario alla conquista del potere da parte delle forze progressive della Storia e alla creazione di una più alta forma sociale.



NOTE:

[1] Marx K., Per la critica della filosofia del Diritto di Hegel, introduzione, 1844.

[2] Marx K., Engels F., Manifesto del Partito Comunista, 1848.

[3] Mazzini G., Dei Doveri dell’Uomo, 1861.

Quello che non vogliono che voi sappiate sulla risposta dell'Iran (di Pepe Escobar)

 

di Pepe Escobar Strategic Culture 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

L'Iran detiene un vantaggio schiacciante in termini di escalation rispetto agli Stati Uniti. E questo sta facendo dare di matto il farneticante Imperatore di Barbaria.

Ricapitoliamo rapidamente i momenti salienti della scorsa settimana. In diretta rappresaglia per un attacco aereo del CENTCOM alla periferia dell'aeroporto di Bandar Abbas – una rottura diretta della finzione del "cessate il fuoco" – lo stesso giorno in cui l'IRGC lanciò un attacco mirato contro una base statunitense in Kuwait. L'IRGC è stato inequivocabile: "Se dovesse ripetersi, la nostra risposta sarà più decisa."

La risposta estremamente calibrata dell'IRGC è stata presentata come un avvertimento deliberato, segnalando senza mezzi termini che qualsiasi provocazione statunitense sarà risposta a un attimo, ma senza scatenare il ritorno di una guerra totale.

All'inizio della scorsa settimana, due navi militari statunitensi hanno tentato un "transito oscuro" attraverso lo Stretto di Hormuz: transponder spenti, eludendo il monitoraggio della Marina IRGC e ignorando ripetuti avvertimenti di navigazione.

Eppure l'intelligence delle segnalazioni omanita ha segnalato le navi e, dopo che gli avvertimenti sono stati esplicitamente ignorati, la Marina IRGC ha effettuato un attacco mirato con droni.

Traduzione: si trattava dell'applicazione rigorosa delle nuove leggi che regolavano il corridoio di navigazione controllato dall'Iran, al punto di strozzatura marittimo più sensibile al mondo.

L'asse sionista non ha mancato di dipingere l'azione di contrasto dell'Iran come un attacco diretto alla «supremazia americana». Di conseguenza, com'era prevedibile, la Casa Bianca ha autorizzato attacchi contro le installazioni iraniane di droni.

Washington, ancora una volta prevedibilmente, ha presentato la risposta cinetica come una riaffermazione proporzionata della deterrenza. Teheran, dal canto suo, lo ha interpretato come un palese attacco statunitense durante un cessate il fuoco attivo.

Così l'attacco di rappresaglia dell'IRGC sulla base kuwaitiana ha consegnato, ancora una volta, un messaggio inequivocabile: le basi avanzate americane nel Golfo – quelle non ancora distrutte – continuano a essere obiettivi legittimi e non riacquisteranno mai più lo status di santuari.

Il CENTCOM, prevedibilmente, non si è tirato indietro. Ci sono stati altri attacchi martedì e mercoledì, e giovedì si sono accompagnati di sanzioni contro la nuova agenzia iraniana di vigilanza dello Stretto, la PGSA.

Il CENTCOM ha presentato gli attacchi ai radar e ai siti di comando iraniani a Goruk e sull'isola di Qeshm come "attacchi di autodifesa". La Forza Aerospaziale dell'IRGC ha preso di mira la base aerea kuwaitiana da cui sono partiti gli attacchi statunitensi – e ha dichiarato che "i bersagli previsti sono stati distrutti", aggiungendo che la responsabilità "spetta al regime statunitense".

Un pericoloso ciclo di escalation è tornato. Trump e il CENTCOM potrebbero vederlo come una deterrenza tattica. Teheran lo vede come una cattiva fede strategica.

 

Quello che non vogliono che voi sappiate

La risposta dell'Iran alla provocazione americana ha reso chiarissimo che l'attuale incarnazione del quadro proposto per il cessate il fuoco di 60 giorni non regge. La Cina, ufficialmente, sostiene un cessate il fuoco di 60 giorni. Eppure, a tutti gli effetti, gli Stati Uniti continuano a violare l'attuale e instabile cessate il fuoco.

Le conversazioni della scorsa settimana a Shanghai hanno rivelato che la Cina mantiene una comunicazione molto stretta con l'Iran e adatta costantemente i fatti sul campo – e nell'aria – nei suoi calcoli strategici molto più ampi e a lungo termine, in particolare riguardo ai flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz.

Inoltre, ciò che conta davvero su questa grande scacchiera strategica è che Cina e Pakistan, in prima linea, insieme a Russia e DPRK sullo sfondo, continuino a fornire supporto materiale e strategico all'Iran attraverso diversi livelli di ambiguità intenzionale e di negabilità plausibile. L'intensità della coordinazione è aumentata, senza sosta.

Gli attacchi della scorsa settimana contro l'Iran servono solo un attore: il culto della morte in Asia occidentale, che strategicamente vuole degradare le infrastrutture militari iraniane e mantenere Teheran perennemente sulla difensiva – a prescindere dagli enormi rischi per i reali interessi statunitensi e la stabilità dell'Asia occidentale.

La prospettiva è evidente: i generali del Pentagono, in tesi, potrebbero voler esplorare le uscite, ma la leadership politica di quella che si può definire la Sindacata Epstein vuole la guerra.

Nessuna delle petro-monarchie del Golfo – ad eccezione degli Emirati Arabi Uniti, abbreviazione per "sionisti arabi" – vuole che gli Stati Uniti riprendano la guerra. La loro preoccupazione è ovviamente esistenziale. Sanno che l'IRGC, e il possibile ingresso nel teatro di guerra di Ansarallah in Yemen, porterebbero a un grande disastro di ritorsione – con attacchi ai loro porti e ai loro beni energetici. I giocatori del CCG vivono ancora nella paura perpetua.

La risposta dell'Iran a ciò che ora è di dominio pubblico – attacchi diretti degli Emirati Arabi Uniti durante la guerra – arriverà a tempo debito. Ciò che è ancora più urgente è il vero crollo del semi-monopolio della navigazione degli Emirati Arabi Uniti in Asia occidentale.

Iran e Pakistan hanno strettamente interconnesso i loro snodi regionali di transito in poche settimane, con l'apertura di sette strati di corridoi terrestri, direttamente collegati al Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC).

Dopotutto, sia l'Iran che il Pakistan sono partner della Nuova Via della Seta, e questo vale anche per i porti: Chabahar nel Sistan-Baluchistan e Gwadar nel Mar Arabico, separati da soli 80 km, stanno godendo di una nuova e imprevista simbiosi. Il semi-monopolio marittimo degli Emirati Arabi Uniti in Asia occidentale è diventato privo di significato.

Quando si tratta del cuore dell'azione – lo Stretto di Hormuz – abbiamo superato un'altra soglia. Se il CENTCOM decidesse di ricorrere a ulteriori provocazioni, inasprendo ulteriormente la situazione, la prossima risposta dell’IRGC sarebbe un colpo mortale, che distruggerebbe completamente le risorse aeree statunitensi.

Quindi spetta agli attori che vogliono moderazione – Cina, Pakistan, petro-monarchie del Golfo, pragmatisti iraniani – esercitare la leva necessaria per fermare la strada di ritorno alla guerra.

I fatti sono nudi. Trump ha praticamente meno di zero leva con l'Iran. E l'Iran detiene un vantaggio schiacciante in termini di escalation.

Quello che è successo la scorsa settimana va ben oltre una temporanea escalation di tensione nello Stretto di Ormuz; si tratta piuttosto di una grave e persistente frattura strutturale in Asia occidentale, di un assetto molto più profondo e instabile che sta alla base dell’intero dramma.

Ed è proprio questo contesto volatile – illustrato dalla divulgazione di informazioni esclusive – che inizierà ad essere analizzato in una nuova piattaforma indipendente, Power Shift.

“Power Shift” debutta a livello globale questo lunedì 1° giugno alle 17:30 EST, con un primo episodio speciale intitolato “Iran: quello che non vogliono che voi sappiate". Gli spettatori di tutto il mondo stanchi delle narrazioni manipolate e pronti a conoscere la verità possono seguirlo in diretta. Io mi collegherò da Mosca. In esclusiva. Senza filtri. Senza censure

Attacchi incrociati USA-Iran e il nodo di Qeshm: cosa sta succedendo davvero nello Stretto di Hormuz?

 

Nuove e pericolose tensioni scuotono l’Asia occidentale. Nelle ultime ore si è assistito a uno scontro diretto tra Washington e Teheran.

Lo scontro militare e il giallo della petroliera

Il Pentagono ha dichiarato di aver intercettato e abbattuto una serie di droni e missili balistici iraniani. Secondo le fonti americane, i vettori erano diretti contro le basi statunitensi in Kuwait e in Bahrein. Come contromisura, le forze USA hanno condotto attacchi definiti di "autodifesa" sull'isola iraniana di Qeshm, situata in una posizione strategica nello Stretto di Hormuz.

Di contro, la versione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) delinea uno scenario opposto:

  • La tesi iraniana: Teheran sostiene che le forze statunitensi abbiano dato il via alle ostilità colpendo una petroliera iraniana nei pressi dello Stretto di Hormuz, danneggiandone gravemente la sala macchine.
  • La rappresaglia: Secondo l'IRGC, i successivi attacchi iraniani contro gli avamposti americani nella regione sarebbero stati una risposta a questa prima aggressione. L'Iran ha inoltre rivendicato un raid contro il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, un'affermazione che l'esercito americano ha però smentito categoricamente.

Diplomazia e politica: i colloqui Israele-Libano e le primarie USA

Nonostante l'inasprimento del conflitto nell'area del Golfo, restano aperti i canali diplomatici su altri fronti caldi. Il Dipartimento di Stato americano ha annunciato che la prima giornata di colloqui bilaterali tra Israele e Libano, inaugurata martedì a Washington DC, si è conclusa registrando alcuni progressi. I negoziati proseguiranno immediatamente con un secondo round di discussioni.

Sul fronte interno americano, si registra un voto dal forte valore simbolico: Adam Hamawy, chirurgo di fama noto per aver prestato servizio come medico volontario nella Striscia di Gaza, ha vinto le primarie democratiche. Correrà per rappresentare il 12° distretto congressuale del New Jersey.

Perché l'esercito statunitense ha preso di mira l'isola di Qeshm?

Un tempo nota come area di libero scambio e paradiso naturalistico globale — celebre per il suo Geoparco protetto dall'UNESCO —, l'isola iraniana di Qeshm ha subito una radicale mutazione antropica e strategica, trasformandosi in una vera e propria fortezza militare d'avanguardia.

Con una superficie di circa 1.445 km², Qeshm è l'isola più grande del Golfo Persico e sorge in una posizione geografica cruciale: domina l'ingresso dello Stretto di Hormuz, il corridoio energetico più critico del pianeta. La scelta del Pentagono di colpire questo specifico territorio risiede in precisi fattori strategici:

  • La "portaerei inaffondabile" e le reti sotterranee: L'isola funge da hub militare permanente per l'Iran. Sotto la superficie si snoda un labirinto di gallerie e grotte di sale che l'intelligence occidentale ritiene nascondano batterie missilistiche costiere classificate e imbarcazioni rapide d'attacco.
  • Le 'Città missilistiche': Teheran ha pesantemente fortificato il sottosuolo dell'isola con installazioni concepite specificamente per la guerra navale, il cui obiettivo primario è il controllo o l'eventuale blocco totale del traffico marittimo nello Stretto.
  • Il controllo dei flussi energetici globali: Utilizzando Qeshm come base operativa, l'Iran ha già dimostrato in passato di poter intercettare o limitare il transito delle petroliere internazionali. Per gli Stati Uniti, l'isola rappresenta il centro nevralgico della guerra energetica nell'area.
  • L'asse della rappresaglia: Qeshm è ormai il bersaglio designato nei cicli di azione-reazione tra Washington e Teheran. Gli attacchi di "autodifesa" statunitensi mirano sistematicamente a degradare le infrastrutture di comunicazione e le postazioni delle Guardie Rivoluzionarie sull'isola, riducendo la capacità iraniana di proiettare forza e interrompere la libera navigazione.

Scontro a fuoco tra Stati Uniti e Iran dopo lo stallo dei negoziati. Il comunicato dell'IRGC

 

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato che le sue forze hanno effettuato "attacchi di rappresaglia contro una nave nemica, il quartier generale della Quinta Flotta degli Stati Uniti in Bahrein e una base aerea americana nella regione, in risposta a due atti di aggressione da parte degli Stati Uniti contro beni iraniani." Lo riporta Press Tv.

In una dichiarazione rilasciata mercoledì dal proprio Ufficio Relazioni Pubbliche, l'IRGC ha ricostruito la sequenza degli eventi, iniziata a tarda notte quando una petroliera iraniana è stata colpita nei pressi dello Stretto di Hormuz. Secondo la dichiarazione ufficiale, «a tarda notte, l'aggressivo esercito statunitense ha colpito una petroliera iraniana con un proiettile aereo nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, causando danni alla sala macchine della nave».

L'IRGC ha affermato che l'incidente ha provocato una immediata risposta da parte delle proprie forze navali. «In risposta a questa aggressione e alla violazione delle norme che regolano lo Stretto di Hormuz, una nave nemica americano-sionista denominata Panaya è stata colpita da missili lanciati dalla Marina dell'IRGC», ha dichiarato il Corpo.

Il comunicato ha poi descritto un secondo atto di aggressione. «In un rinnovato atto di aggressione, il nemico americano ha preso di mira una torre di comunicazione dell'IRGC nella parte meridionale dell'isola di Qeshm con proiettili aerei». L'IRGC ha affermato che l'attacco è stato seguito da operazioni di ritorsione condotte dalla sua Forza Aerospaziale. «In risposta a questa aggressione, la loro base aerea ed elicotteristica di stanza in uno dei paesi della regione, così come il quartier generale della Quinta Flotta degli Stati Uniti, sono stati oggetto di attacchi missilistici e con droni da parte della Forza Aerospaziale dell'IRGC».

Il Corpo ha affermato che le operazioni di rappresaglia erano in linea con i suoi precedenti avvertimenti. «Avevamo precedentemente avvertito che qualsiasi atto di aggressione avrebbe ricevuto una risposta diversa e più pesante, e abbiamo agito di conseguenza. Queste risposte dovrebbero servire da lezione». «Ribadiamo che compromettere la sicurezza dello Stretto di Hormuz comporterà un prezzo pesante per l'aggressivo esercito statunitense», conclude la dichiarazione.

 

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