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Nessuno sa più fare il proprio lavoro, e pretendiamo che sia normale

10 June 2026 at 03:45

A febbraio ci fu quella storia tremenda del bambino cui avevano trapiantato un cuore che si era rovinato nel trasporto. Mi era sembrato uno di quei casi in cui una non vuole aver ragione – nessuno sa più fare nessun lavoro – e invece finisce per avercela.

Avevo parlato con amici medici ed erano tutti piuttosto perplessi: per fare un trapianto di cuore su un bambino di due anni devi essere l’eccellenza, mica prendono un fattorino delle pizze e lo mettono a trasportare cuori, quindi sembrava inspiegabile.

Adesso la tragedia diventa farsa col caso del dipinto, di cui si può parlare con più allegria non essendoci di mezzo bambini morti ma solo proprietà preziose buttate via per la cialtronaggine degli adulti.

La storia inizia nel 2020, quando si chiede l’esportazione d’un quadro in Svizzera, dove sarà messo all’asta. I tecnici del ministero della Cultura, ricopio da Artribune, danno il 3 luglio «il benestare, con tanto di nota: “Si tratta di un’opera di qualche interesse in rapporto alla devozione locale a questa venerata immagine; dal punto di vista della qualità è un lavoro modesto che può ottenere l’attestato di libera circolazione”. La datazione? Ben leggibile sul retro, grazie a un’iscrizione che menzionava anche (presunto) autore e luogo: “Dipinta da Alfonso Martorelli Fiori, Bologna, anno 1850”» (ti pareva che non ci fosse di mezzo Bologna).

Danno il benestare, dunque, «i tecnici del ministero», qualunque cosa significhi tecnico. Da una prossima edizione della Treccani, tecnico è il tizio che scambia per Martorelli del 1850 un dipinto rispetto cui poi «gli studiosi concordano sulla mano anonima, identificata però con il Maestro del Battistero di Parma (o “Maestro del 1302”) attivo in Emilia nella prima metà del XIV secolo».

Di che tecnica saranno tecnici, questi signori che danno il benestare convinti che un quadro del quattordicesimo secolo sia di cinquecento anni più tardi? Cioè, io non sono del mestiere, ecco, ma cinquecento anni non sono tantini come arrotondamento?

«Era stata presentata, del resto, come un’opera dell’Ottocento di scuola italiana, una tempera su tavola che riprendeva lo stile bizantino, aggiudicata per appena 38.000 euro. Dunque un oggetto moderno, dipinto alla maniera trecentesca, con valore più documentale che artistico, connesso agli usi e le pratiche religiose del territorio di provenienza».

Quelli di Artribune hanno evidentemente più tolleranza di me per il fatto che nessuno sappia fare il proprio lavoro, e quindi riferiscono come fosse normale il modo in cui poi si scopre la datazione effettiva dell’opera: «Le operazioni di pulitura rivelano infatti un dettaglio decisivo: non era affatto “1850” ma “1350”. Un 3 un po’ malmesso, consumato, che a uno sguardo distratto era apparso un 8. Da lì l’ipotesi del dipinto ottocentesco che riprendeva stile e iconografia medievali». Cioè gente che si occupa di restauri non ha altro modo di sapere che un quadro è di cinquecento anni prima e non di cinquecento anni dopo se non la data che l’autore dichiara sul retro della tela? Ma cos’è, la serie che Virzì non ha mai girato sullo scherzo delle teste di Modigliani?

Insomma, pare che i tecnici di Sangiuliano abbiano cercato di invalidare la vendita autorizzata dai tecnici di Franceschini (nella drammaturgia che vorrei, i tecnici sarebbero gli stessi, e nel compilare il ricorso darebbero degli incompetenti ai loro stessi d’un governo precedente), ma il Consiglio di Stato ha dato loro torto: dovevano ricorrere entro un anno.

Non è neanche la prima volta, apprendo dal Corriere. A Verona c’è un architetto che nel 2015 ha venduto per 65mila euro un quadro a un collezionista tedesco. Lì non avevano sbagliato di cinquecento anni l’attribuzione, ma pensavano fosse d’un qualunque pittore sconosciuto del Cinquecento, e invece era un Vasari.

Quando lo scoprono – dagli inglesi, che l’hanno messo in un museo con la sua brava attribuzione – al ministero provano a revocare il nulla osta alla libera circolazione delle opere, concesso perché scambiato per un quadro non di gran valore. Anche lì la richiesta viene bocciata dal Consiglio di Stato, che spiega pure che sono dei ciucci a non aver capito la provenienza del quadro, visto che su una pietra c’è scritto «“diuturnia tolerantia”, vale a dire il motto del vescovo di Arezzo del 1550 che è noto essere il committente delle opere d’arte dedicate alla pazienza da parte di Giorgio Vasari».

Ora, io ho due domande. La prima è: ma solo io vengo da una famiglia di mitomani che facevano valutare qualunque crosta perché vedi mai che questo quadro che abbiamo comprato al mercatino delle pulci è un Tintoretto e non lo sappiamo? Questa gente che ha in casa roba da milioni e non se ne accorge cos’è, una nicchia d’umanità che non passa il tempo a fantasticare su quando erediterà dallo zio d’America?

La seconda domanda è: io non stavo attenta nelle ore di storia dell’arte e non saprei distinguere tra un quadro rinascimentale e uno impressionista, ma voi che di mestiere fate questo e immagino aveste buoni voti a scuola e poi vi siate persino laureati in qualche materia contigua, voi che scusa avete?

Ora scusate, devo concludere questo articolo e andare a prendere un taxi, che non saprà portarmi in stazione senza navigatore, perché sarebbe vessatorio pretendere che i tassisti conoscessero le strade. Prenderò un treno che sarà in ritardo, perché sarebbe classista pretendere che i ferrovieri sapessero far arrivare e partire i treni agli orari giusti. Una volta arrivata, andrò da un parrucchiere che mi sbaglierà la piega, perché sarebbe schiavista esigere che qualcuno che di mestiere fa il parrucchiere compisse senza errori l’audace impresa di asciugare i capelli a una cliente.

Tutto questo lo farò col beato sorriso di chi sa che poteva andar molto peggio, che il tizio che fa il tassista o il tizio che fa il parrucchiere almeno non causeranno danni da milioni: pensa se invece avessero deciso di fare i tecnici del ministero (o i ferrovieri: quelli credo che, pur non avendo a che fare con dei Vasari, possano comunque fare dei bei danni, se si sommano i ritardi di migliaia di passeggeri ognuno dei quali rappresenta una frazione di Pil ferma su un Frecciarossa invece che al lavoro dovunque dovesse essere).

Tutto questo lo farò dopo aver inviato questo articolo, che spero sia pieno di refusi che spero nessuno in redazione corregga, acciocché esso sia più in sintonia con lo spirito del tempo, e con le scarsissime pretese d’un pubblico che, se vede una cosa ben fatta, si complessa e s’innervosisce, mentre invece prova grande sollievo di fronte ai tecnici del ministero della Cultura: lo vedi, se neanche loro sanno di quando siano i quadri, ho ragione io che nei musei mi annoio, ti aspetto al bar così intanto gioco a Candy Crush, poi prima di andar via prendiamo la borsina di tela così lo vedono tutti che abbiamo fatto il turismo culturale.

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I lettori fittizi dei giornali, le offerte speciali, e il successo percepito

6 June 2026 at 03:45

Ho un amico che non ascolta mai. Ho molti amici che non ascoltano mai, ma questo appartiene a un sottinsieme ancora più fastidioso: quelli che fanno le domande e non ascoltano le risposte. Tu ti sbatti ad articolare una risposta che non ti frega niente di dare, solo perché loro hanno chiesto e non vuoi essere cafona, e dopo un po’ ti accorgi che non ti stanno ascoltando. Oppure non te ne accorgi lì per lì, ma una settimana dopo ti rifanno la stessa domanda.

Questo amico negato per l’arte della conversazione ieri mi ha mandato uno screenshot, ma prima di dirvi cosa mi aveva immortalato devo riferirvi un’altra conversazione, una di qualche mese fa, una durante la quale – indovinate un po’ – non mi aveva ascoltata.

Gli stavo raccontando che in Francia c’era una polemica che riguardava Hélène Mercier, pianista ma soprattutto moglie di Bernard Arnault, uno degli uomini più ricchi del mondo. Aveva dato un’intervista nella quale aveva detto che essere senzatetto era una scelta di vita: l’opinione pubblica era ovviamente insorta, lei aveva ovviamente dato la colpa ai tagli di montaggio dell’intervistatore.

Non ne sono sicura, ma mi sa che glielo stavo raccontando solo perché mi aveva fatto molto ridere scoprire che anche i francesi cianciano di tribunal médiatique. Fatto sta che lui, che non mi ascolta mai, mi ha chiesto dove l’avessi letto, e per una volta ha ascoltato mentre gli rispondevo: su Libération.

«Ma quanti abbonamenti hai?», aveva obiettato, che è un’obiezione che ricevo spesso, perché sono effettivamente abbonata a un numero ridicolo di giornali, e la domanda successiva è sempre quella che mi aveva formulato anche l’amico non ascoltante: «Ma quanto spendi?».

La risposta è sempre «pochissimo», e sempre procedo a illustrare a tutti i curiosi anche quel che, inascoltata, avevo in quell’occasione detto a lui. L’abbonamento a Libération era in offerta: un euro per tre mesi. Certo, poi sperano che ti dimentichi di disdire, e che paghi almeno un mese a prezzo pieno, e a volte succede.

Il Boston Globe? Otto mesi a un dollaro, un po’ più costoso di quando, l’anno scorso, mi ero abbonata per leggere un’intervista al figlio di Bob Dylan: allora era un anno a un dollaro. Quando gli interlocutori ascoltano, vedo accendersi nei loro occhi la possibilità di essere anche loro gente che può leggere ciò che vuole invece di elemosinare lo screenshot d’un articolo da chi è abbonato.

«C’è un’intervista delirante a Marc Jacobs sullo Style del Sunday Times». «Uh, me la mandi?» «Io se vuoi te la mando, ma c’è un’offerta a una sterlina al mese per sei mesi». «E quando finisce poi come faccio?».

Quando finisce dipende, la maggior parte dei giornali esteri ti supplicano di restare, ci manca poco che ti diano dei soldi loro. Il mese scorso finiva la mia offerta a un dollaro al mese per il Washington Post, non è che mi sarebbe costato uno sproposito a prezzo pieno, diventavano 6 al mese, ma è il principio (figurarsi: dietro le questioni di principio ci son sempre i soldi): ho cliccato per disdire, e mi hanno rinnovato lo sconto.

C’era una pubblicità di divani in tv anni fa, erano sempre gli ultimi giorni di offerte che sarebbero finite alla fine di quella settimana, e passavano gli anni ed erano sempre lì, sempre gli ultimi giorni di offerte, sempre l’ultima occasione di Mina.

Il New York Times alla fine dell’anno in offerta ti rinnova l’abbonamento al prezzo normale, tu clicchi sulla disdetta e loro, col tono con cui Natasha in “Sesso senza amore” diceva «Vabbuo’, tras’», ti concedono di restare scontata: facciamo che ti concediamo un altro anno a due euro al mese, dai. Saranno vent’anni che andiamo avanti così: mai pagata una cifra sensata.

Un mese fa il New York Times ha annunciato d’aver superato i tredici milioni di abbonamenti. Tutti probabilmente simili a me, non dico gratis ma poco ci manca, e in questo modello che più che economico è comunicativo a me manca un tassello per la comprensione. D’accordo, vi serve dire che avete molto traffico, perché molto traffico significa molta appetibilità per gli inserzionisti, ma poi il sistema come sta su? Le seimila persone che tu giornale stipendi (numeri ufficiali del NYT), come le paghi? Coi miei due euro al mese?

Ogni tanto mi arriva una notifica di Substack che mi dice che sono, chessò, la ventitreesima più in crescita sulla piattaforma. Gli abbonati di Substack sono come le vendite dei libri autopubblicati: li controlli in tempo reale. Tizio si abbona, e a te arriva una mail, e l’interfaccia del sistema di pagamenti ti dice che i suoi soldi ti sono stati accreditati. Quando Substack mi dice che sono la ventitreesima, di solito è perché si sono abbonate, quel giorno, un paio di persone. Il quarantesimo avrà un nuovo abbonato al mese, il centesimo due all’anno.

L’economia del giornalismo digitale sembra ricalcare quel che una quindicina d’anni fa erano le serie di Hbo. Su tutte le copertine, al centro di tutti i dibattiti, e poi i dati d’ascolto dicevano che “Girls” lo guardavano un milione e poco più di americani. Che poi sono gli stessi numeri che adesso, in America, fanno i varietà condotti dai comici in seconda serata, e infatti Cbs ha potuto agevolmente dire che chiudeva Colbert perché col “Late Show” perdevano quaranta milioni di dollari l’anno.

Il New York Magazine ha in copertina Jimmy Kimmel, che conduce l’ancora non chiuso programma analogo sulla Abc, e dice che secondo lui sono numeri inventati, figurati se perdono tutti quei soldi; lo dice non potendo dire: ma quindi anche noi siamo una voragine di bilancio? Come può reggere l’economia d’un varietà che costa come un varietà e fa gli ascolti della Gruber?

Tutti i comunicati ormai dicono siamo trending topic, siamo i più visti nelle clip social, siamo i più amati ovunque tranne che dove si fanno i soldi, e tutti sembrano dimenticare che l’economia dei giornali non vive di quanti commentano il titolo su Twitter (o come si chiama ora): quello al massimo fa guadagnare Elon Musk; tutti sembrano dimenticare che il bilancio dei programmi televisivi non vive di «guarda quanti like su Instagram» (di nuovo: traffico regalato a Zuckerberg).

Però il traffico è illusione d’esistenza, e quindi se vai sulla classifica di quelli che hanno più abbonati su Substack trovi che gente con la spunta viola (che nel codice di Substack significa: ha più di diecimila abbonati paganti) è sotto, in classifica, a gente con la spunta arancione (che significa: ha più di mille abbonati paganti). Il che mi pare interpretabile in un solo modo: una volta che Substack ti ha dato il bollino viola, non te lo leva più, anche se in novemila lasciano scadere l’abbonamento ai tuoi penzierini senza rinnovarlo, perché non vuole si capisca che quella piattaforma è una nicchia e non c’è poi tutto ’sto traffico.

Il mio amico che non ascolta (mica vi sarete già dimenticati di lui? ma allora non mi ascoltate!) quel giorno mi ha risposto che il futuro stava nel dare la possibilità ai lettori di far pagare il singolo articolo. Ma, amico, ti ho detto che mi sono abbonata per tre mesi a un euro all’intero giornale, l’articolo quanto me lo devono far pagare, una frazione di nichelino?

Non mi ha risposto perché non mi stava ascoltando, ma poi ieri mi ha mandato uno screenshot che gli era comparso cliccando su un link del Corriere. Un anno a un euro, c’era scritto. Ma come un anno a un euro, mi ha domandato. Allora non mi ascolti, gli ho risposto io.

Sono stata lieta di vedere che il Corriere adotti i metodi dei giornali forestieri, ma continuo a non capire poi da dove vengano i soldi per stipendiare i giornalisti, mandarli in giro, far fare dei pezzi interessanti: dagli inserzionisti che illudi col doping del traffico?

Magari funziona, eh. Magari il sistema regge. Chissà cosa ne pensa Hélène Mercier, il cui marito è diventato fantastiliardario non scontando mai le borse di Vuitton. Chissà se viene prima l’uovo del farsi pagare a prezzo pieno la merce e se non ve la potete permettere peggio per voi, o la gallina del fatto che per permetterti prezzi alti devi vendere merce che tutti vogliano, e incredibilmente la gente vuole i ciondoli di Tiffany più di quanto voglia leggere le pagine culturali.

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Un Paese che si indigna per qualsiasi stronzata, ma non per i braccianti bruciati vivi

5 June 2026 at 03:45

Questo non è un articolo sui problemi miei di donna, anche se so che i problemi miei di donna – cioè: l’illusione di conoscermi – sono la ragione per cui lo leggerete. Questo è un articolo sulla tizia di quella canzone di Carboni, quella che «vuole fragole buone buone, vuole fragole più mature». Ma dopo. Prima, mercoledì.

Vi illustrerò ora abbastanza in dettaglio la mia giornata di mercoledì, che è stata una giornata piena dei problemi miei di donna, problemi che somigliano ai vostri. Innanzitutto, sono andata a procurarmi un cappuccino, che non prendo più nel bar sotto casa perché hanno ridotto la misura della tazza. Far pagare quanto prima un cappuccino che è intanto diminuito d’un terzo della quantità mi pare una truffa inaccettabile: occorre che come città ci ribelliamo alle vessazioni.

Visto che c’ero, ho portato giù il vetro, perché non ero in una città civile ma a Bologna, dove non vengono a prenderti la spazzatura nel capanno in cortile come nel mondo avanzato ma ci sono i cassonetti. Forse. Mercoledì mattina, il cassonetto del vetro era sparito. È inaccettabile, il sindaco organizza festival con messaggi video di Mamdani, pensando che se la gente è disposta a tenersi una città senza gestione della spazzatura a New York, lo sarà anche a Bologna. Torno a casa borbottando contro le vessazioni che l’amministrazione comunale impone ai bolognesi.

Poco dopo scendo in attesa del taxi che ho prenotato, e che è in ritardo. Io non so come mai non facciamo la rivoluzione, neanche prenotando i taxi non rischi di perdere il treno. Arrivo in stazione, e tutti i treni sono in ritardo. Io non so cosa aspettiamo a prendere la Bastiglia, non ci sono più treni puntuali.

In treno di solito leggo i quotidiani, sono le uniche occasioni in cui li leggo invece di pagare abbonamenti di cui poi non usufruisco. Ma sono stanca per queste giornate di lavoro usurante a promuovere un libro, e quindi no. Leggo invece il libro del momento negli Stati Uniti, il memoir d’una divorziata che spiega che le donne sono sempre vessate economicamente dai mariti, anche il suo non ha fatto la comunione dei beni e quindi lei si è ritrovata a doversela cavare coi soli 66 milioni di dollari che le avevano intestato i suoi genitori.

Arrivata a Roma, vado a prendere un taxi al posteggio di via Marsala, che è stato riorganizzato rispetto a quando vivevo a Roma e funzionava male, e quindi ora funziona malissimo. Ci metto venti minuti a prendere un taxi, e poi ce ne mettiamo dieci a uscire da via Marsala. È inaccettabile, viviamo ormai in condizioni di disagio che ci vorrebbe non so bene chi per raccontare, forse Pasolini, forse Primo Levi.

Sto a tavola solo due ore e mezza a spettegolare, mi tocca tagliar corto perché devo andare in uno studio televisivo, io francamente non credo che nessuno abbia mai sofferto quanto me, guardami che lavoratrice indefessa, guarda quanti sacrifici. Telefono a Roberto Gagnor, perché ho letto su Instagram che Topolino ha revocato la sua collaborazione dato che si era messo a baccagliare con alcuni lettori su un forum denominato Papersera a proposito di Paperinik. La cancel culture causata da Paperinik? È forse questa la rinascita della commedia all’italiana?

Prima che possa capire se voglio occuparmi di questo gravissimo caso di violazione dei diritti d’un lavoratore, mi chiamano al trucco, e purtroppo il restauro di quella Cappella Sistina che è la mia faccia ha la priorità sui diritti del fumettista lavoratore. Mentre sono seduta al trucco, si sente il programma nel quale interverrò tra un po’ e dove ora ci sono altri ospiti. Stanno parlando di un caso di caporalato: hanno dato fuoco a una macchina dentro la quale c’erano quattro lavoratori clandestini. Hanno dato fuoco a una macchina con quattro persone dentro? Ho sicuramente capito male.

Aspetto cinque minuti un taxi sotto il sole: è praticamente una tortura, dove sono i miei diritti. Arrivo in stazione e incontro un brillante intellettuale con cui lavorai trent’anni fa. Ci lamentiamo dei nostri treni entrambi in ritardo, del paese che va a rotoli, ci ripromettiamo di vederci non appena saremo meno stanchi a causa dei nostri lavori usuranti.

In treno guardo i social. Protestano tutti per i violati diritti dei lavoratori: pare che gli animatori d’un cartone di Zerocalcare siano stati pagati poco. L’internet si mobilita, diamine. Mica si può sfruttare il ragazzo che insegue il suo sogno di fare cartoni animati.

Il tempo di qualche pettegolezzo sullo Strega, qualche battuta sul licenziamento causa forum di Papersera che ci precipita in un rifacimento di “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”, qualche lamentela perché il vino sul Frecciarossa non è quello che avrei scelto io, ed eccoci arrivati. Per fortuna c’è un autista che mi porta a casa, perché sono proprio stanchissima, domani voglio stare a letto tutto il giorno per riprendermi, che giornata sfiancante.

La mattina dopo, eroica, mi alzo dopo aver dato un’occhiata al Financial Times. C’è un pezzo di Nigella Lawson sul grave problema di quando le fragole non sono buone come te le aspettavi. Finalmente una che capisce le mie afflizioni: non c’è niente di peggio della frutta estiva attesa tutto l’anno e poi insapore, e ha ragione lei, l’aceto balsamico non è una soluzione.

Eroica mi alzo e preparo le cose che deve venire a ritirare il lavasecco, sto ben attenta a non dimenticare niente altrimenti poi mi tocca la somma fatica di dover portare lì qualcosa io, per carità, senza fattorini la mia vita sarebbe insostenibile. Mentre lo faccio, metto su il podcast di Luca Bizzarri.

Racconta la storia dei quattro braccianti cui hanno dato fuoco in provincia di Cosenza. Ma quindi è successo davvero. Non ce ne frega niente, dice Luca, perché garantire diritti ai lavoratori alzerebbe il prezzo delle fragole, e noi le fragole non le vogliamo pagare di più. Buone buone, più mature, e pure a prezzi stracciati.

Vado ad aprire i miei abbonamenti, ed effettivamente la storia sta sulle prime pagine da tre giorni, forse ogni tanto non dovrei fidarmi che ciò che serve sapere mi arrivi filtrato dai social, cioè dall’opinione pubblica che questo secolo può permettersi.

Martedì, sul Corriere, il catenaccio in prima pagina era “La pista di una vendetta tra gruppi di immigrati”. C’era una striscia di Pericoli e Pirella, una cinquantina d’anni fa. Un giornalista batteva a macchina un titolo. “Uomo investe giovane donna”. Poi correggeva: “Meridionale investe giovane donna”. Poi ancora: “Meridionale investe donna meridionale”. E arrivava alla versione definitiva: “Regolamento di conti tra meridionali”.

Ma questo non è un articolo sui giornali che il primo giorno sbagliano interpretazione (escono tutti i giorni proprio per poter aggiustare il tiro, oltre che per dare ai perdigiorno dell’internet occasione d’insultarli). Questo è un articolo su quella cosa che diceva Canetti, quell’osservazione sull’essere uno dei segni d’una forte personalità l’amore per l’impersonale. Siamo un tempo senza forti personalità, e quindi tutto dev’essere personale. Cianciamo continuamente di empatia, che dovrebbe essere il mettersi nei panni dell’altro, ma ci avviciniamo al sentire l’ingiustizia subita da altri solo se l’altro siamo noi. Se l’altro è nostro figlio, nostro nipote, il nostro vicino di pianerottolo che da grande vuole fare lo Zerocalcare, e allora guai a violarne i diritti, anzi i sogni.

Se l’altro è uno dei nuovi schiavi, dei braccianti che facciamo arrivare da qualche terzo mondo e dormire negli slum in zone nelle quali non andremo mai neppure a fare un safari, beh, non abbiamo proprio lo spazio mentale per occuparcene: siamo occupati coi diritti dei fattorini della pizza, quelli li vediamo tutti i giorni e non vogliamo saperli sfruttati ché poi non digeriamo la doppia bufala.

Ieri ho passato la giornata a chiedere a tutti quelli con cui ho parlato come sia possibile vivere in un paese in cui succede che dei caporali diano fuoco a quattro poricristi, gli diano fuoco, santiddio, dar fuoco a qualcuno è una tale iperbole che io la uso cinquanta volte al giorno in ogni conversazione, dare fuoco a qualcuno è un’ipotesi dell’irrealtà, dare fuoco a qualcuno è un film di quelli che io non vedo perché io i poveri non li voglio vedere – com’è possibile che sia successo e non ci siano cento manifestazioni per le strade, mille scioperi, nessuna di quelle cose che poi proclamiamo appena qualcuno ci mette gli hashtag giusti e la colonna sonora emotiva su una buona causa? Com’è possibile che, per una cosa così, un paese decente non si fermi, percosso e attonito?

Mi state dicendo che un referendum sulle mansioni dei magistrati o sulle loro carriere o su cosa cazzo era, mi state dicendo che quella roba lì valeva più partecipazione popolare e risveglio delle coscienze e sussulto della cittadinanza di quattro poricristi cui hanno, santiddio mi fa impressione pure scriverlo, dato fuoco?

Io non lo so come si risolva una roba così, con una guerra civile, commissariando l’intera provincia di Cosenza, riformando il codice penale e punendo il caporalato col 41 bis così vediamo se vi passa la voglia, vietando il commercio di fragole.

Però so che, finché siete me che vivo una vita di rigorosa superficialità, finché siete me che penso che il problema delle fragole sia che non sono abbastanza dolci, finché siete me che ho come unica priorità me stessa, nessuno si aspetta niente.

Ma se siete di quelli che si mobilitano per i diritti dei fumettisti, se siete di quelli che si preoccupano dei problemi dell’umanità, se siete di quelli che pensano agli altri, che pensano ai più deboli, che pensano al mondo, voialtri che scusa avete per non essere da quattro giorni per strada con dei cartelli grandi il doppio di quelli che sventolate per qualunque stronzata per cui vada di moda protestare?

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Lo sbriciolamento di tutto, e la fine del mondo ogni quarto d’ora

4 June 2026 at 03:45

Scrivo questo articolo dopo aver cercato invano, per mezza giornata, di ricordarmi chi, e quando, e a proposito di cosa, avesse detto «I problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione». Potrebbe essere stato Alastair Campbell ma anche Daniele De Rossi, Loredana Berté ma anche Elena Ferrante. E qui già c’è un pezzo del problema. 

Un pezzo del problema è quel Grande Indifferenziato per cui un capo del mondo non si esprime diversamente da un comico, una soubrette articola le stesse preoccupazioni d’un premio Strega, e a me una volta a settimana tocca il pezzo sulla società dello spettacolo in cui stiamo tutti con lo stesso telefono in mano ad accenderci la stessa telecamera in faccia e forse persino Giovanni Gronchi, con l’intelligenza artificiale nel telefono, si sarebbe messo a fare i video in cui buttava Vianello e Tognazzi nel cassonetto, come ha fatto Trump con Colbert. 

Forse pensiamo che Trump abbia sfasciato tutto così come abbiamo per i più scemi anni della nostra vita creduto che il cattivo gusto l’avesse inventato Berlusconi, e invece era già tutto lì, era già tutto sfasciato, e loro somigliavano solo più di altri al presente, erano più bravi a rispecchiarlo. 

Forse stiamo, ormai da anni, scambiando retrospettivamente per rispettabilità e contegno e senso delle istituzioni quella che era semplicemente mancanza di occasioni. Non avevano più rispetto del ruolo: avevano il telefono a disco. 

I problemi di comunicazione, dunque, non sono problemi di comunicazione. 

Di che natura è il problema per cui ho da giorni i commenti Instagram pieni di gente che ritiene che, se un ospite della Gruber, incarnando in maniera perfettissima il cliché dell’ospite della Gruber, dice che l’Italia è complice del genocidio, di gente che ritiene che quell’ospite non sia la copia di mille riassunti ma un eroico controcorrentista che dice che il re è nudo? 

Di che natura è il problema per cui Francesco De Gregori non può dire che lui non vuole fare il juke-box delle opinioni politiche così i direttori di giornale son contenti perché le opinioni politiche li attizzano più delle canzonette e i cronisti hanno la soddisfazione rara di vedere il pezzo di spettacoli strillato in prima pagina, di che natura è il problema per cui non può dirlo senza trovarsi coi postulanti di sinistra che non smetteranno di dirsi delusi finché non scandirà ge-no-ci-dio come un ospite della Gruber, e quelli di destra scriveranno che lui dice che ha le idee confuse ma mica è quel che pensa, macché, è una frase in codice che significa che trova Netanyahu un simpaticone, loro lo sanno, loro hanno la crittografia? 

Di che natura è il problema dei feticisti della parola genocidio, convinti che se tutti diranno tutti insieme la parola più detta del momento, la parola più instagrammata, più pronunciata pubblicamente, più slabbrata, più ripetuta allo sfinimento, se invece dell’ottantacinque per cento dell’opinione pubblica italiana la ripeterà il cento per cento, allora sì avremo la pace nel mondo? 

Di che natura è il problema per cui in ventisei anni siamo passati da “Miss Detective”, film in cui Sandra Bullock era un’infiltrata dell’FBI a un concorso di miss e sbeffeggiava le reginette di bellezza che tutte, come massimo cliché analfabeta e velleitario, nel loro discorsetto dicevano di volere la pace nel mondo, a questo presente in cui la pace nel mondo la sospirano come miss Molise intellettuali e artisti ed editorialisti e gente che si accende la telecamera del telefono in faccia? 

Di che natura è il problema per cui se la spari grossissima – tipo: se per iperbole e gusto della battuta ipotizzi che tutto il casino sulla grazia alla Minetti discenda dall’aver il Quirinale visto i tweet di Vongola75 e aver per ciò messo in dubbio il lavoro della procura, senza che siano necessariamente veritiere le notizie che hanno scandalizzato la cara Vongola – poi finisce che la battuta era una cronaca? (Hanno prima iniziato a essere le battute mere cronache o i fatti di cronaca a essere buffonate?). 

Di che natura è il problema di quelli, giornalisti americani perlopiù, che l’altro giorno, due ore dopo la notizia del giudice che stabiliva che il nome di Trump venisse tolto dal Kennedy Center, ripostavano come potesse esser vero il video delle gru che toglievano le cinque lettere dalla facciata e sotto c’erano gli elettori democratici che applaudivano? (L’intelligenza americana scarsissima in colonne sonore non aveva aggiunto «e cancello il tuo nome dalla mia facciata, e confondo i miei alibi e le tue ragioni»). 

E soprattutto di che natura è il problema mio, che da svariati paragrafi sento riecheggiare la voce di Monica Vitti che in “Dramma della gelosia” chiede allo psicologo della mutua «di che natura è il mio male: è un disturbo neurovegetativo o è che sono mignotta?», e spero che nessuna delle persone citate abbia familiarità con la filmografia di Scola e mi faccia quindi scrivere da un avvocato che m’accusi d’aver neanche troppo velatamente dato della mignotta al suo cliente. 

Non sono riuscita a ricordarmi chi avesse detto che i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione, però ho letto su Chi un’intervista in cui Dalia Gaberscik parla di tutti i cantanti e non solo sulla cui comunicazione ha lavorato per anni, e non la cito per chiedere di che natura sia il problema per cui l’intervistatore, quando lei racconta l’emozione di lavorare con Paul McCartney, sceglie di interromperla con un nome dello stesso identico preciso campionato di leggendarietà, «Ha anche lavorato con Ibrahimovic a Sanremo». 

La cito perché, pur non ricordandomi chi fosse quello o quella per cui i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione, mi pare che a un certo punto la Gaberscik dia una risposta al problema che abbiamo, che forse è di sopravvalutazione di roba che ormai viene guardata al cesso e non sappiamo cosa sia vero, cosa sia artificiale, cosa sia barzelletta, cosa sia enciclica, e non ce ne frega niente di capirlo perché nello sbriciolamento di tutto sarà arrivata una nuova fine del mondo entro un quarto d’ora che ci farà dimenticare quella d’un quarto d’ora fa: «Il mondo è pieno di gente che comunica anche male e ha una carriera radiosa, non è mica detto».

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Edoardo Prati, De Gregori, e la solita tragedia degli adulti infantilizzati

2 June 2026 at 03:45

Ho un amico che di recente ha speso la cifra con cui avrebbe potuto comprare un rene al mercato nero degli organi per andare a un concerto di Springsteen. Non per le ragioni per cui nella vita sono andata a decine di concerti di Springsteen io – squarciagolare “Glory Days”, piangere su “Thunder Road” – ma perché a questo giro Springsteen fa i pistolotti contro Trump.

Il mio amico è imbecille? Certo, ma non più della media d’imbecillità dei miei coetanei: uno dei modi in cui ci conserviamo quindicenni ben dopo i cinquant’anni è farci rassicurare da quella fiaba della buonanotte costituita dalla gente famosa che ci dice che i cattivi sono cattivi. Sono indispensabili entrambi gli elementi: chi parla dev’essere famoso (Slavoj Žižek vale Kim Kardashian: se sei famoso, sarai speciale); e la cosa detta non dev’essere più complessa di «i cattivi sono cattivi».

«Il paese è allo sfascio e attende risposte non equivoche, per restituire dignità alla convivenza tra gli uomini, punto: finale di articolo che ho già scritto un centinaio di volte dal 1969», diceva Mastroianni scrivendo a macchina nella redazione d’un settimanale in una scena d’un film del 1980, “La terrazza”, e non è che sia cambiato granché, solo che usiamo TikTok invece dei settimanali.

«Mi telefonavano e mi dicevano: una barca di immigrati clandestini è naufragata, ti va di scriverne? Lo chiedevano a me come ad altri per altri giornali. E io e gli altri scrivevamo un articolo indignato e addolorato in cui dicevamo che era molto brutto che la barca fosse naufragata, che le barche sarebbe molto meglio che non naufragassero; che era molto brutto che gli immigrati non venissero accolti, che era molto brutto in generale che la gente nel mondo soffrisse di fame e di povertà e fosse costretta a prendere barche per andare a cercare fortuna in Paesi più ricchi e che poi queste barche naufragassero. […] Ci eravamo perfino spinti a scrivere, alcuni di noi, che era molto brutto che Israele e Palestina fossero in guerra da così tanto tempo, e che bisognava trovare una soluzione; non avevamo idea quale, ma nessuno ne aveva idea, quindi il proposito era sufficiente»: sono passati tredici anni da quando Francesco Piccolo pubblicò “Il desiderio di essere come tutti”, e siamo ancora lì, che il paese è allo sfascio e paghiamo il biglietto perché qualcuno dal palco ce lo ripeta.

Somigliamo a una pagina qualunque di “Un paese senza”, che è un libro del 1980 (che annata, fu quella) ma si può aprire in punti a caso che facciano da breviario del presente: «Appena si delinea un divertimento di moda o un nuovo fenomeno di costume o da baraccone, subito l’immediato e interminabile “dibbattito” che provoca ostilità belligeranti e scelte conflittuali, oltre che disseminare noia, tedio, “che palle”? Dover prendere partito (“rock duro contro disco music”) anche su frivolezze, dunque magari battersi per scioccaggini?».

È passata una settimana da quando Francesco De Gregori ha fatto portare a casa una settimana di articoli a dei giornalisti di spettacoli che normalmente vanno a morire di noia sentendo presentare dischi e concerti, e lui invece ha detto che il re è nudo e che se Dylan vuol fare proclami politici «saranno cazzi di Bob Dylan», e a tutti non sembra vera la pacchia.

Ai giornali, che hanno finalmente una cosa di cui parlare che non siano le dimensioni del palco o lo sventolio delle bandiere della Palestina o gli altri riempitivi d’una critica culturale che non sa più fare il suo mestiere. Ai commentatori dilettanti, che si dividono in quelli dell’offesa e quelli del sollievo.

Quelli del sollievo sono quelli che ai concerti ci vanno per le canzoni, non gliene frega niente di cosa pensino i cantanti di come vada salvato il mondo, vogliono solo sapere se faranno i pezzi famosi, e se – cortesemente – glieli faranno senza stravolgerli fino a farglieli risultare incantabili.

Quelli dell’offesa sono tutti gli altri, quelli cui Edoardo Prati deve spiegare quanto siano privi di vita interiore, e non vi dirò per la trecentesima volta che un adulto che deve farsi spiegare la vita da un ventenne è un segno della fine del mondo, anche perché Edoardo Prati ha un precedente, e quel precedente si chiama Francesco De Gregori.

Accadeva nel 1976, il che fa venir voglia di citare di nuovo quell’Arbasino del’80 («Ah, il ’77. Ma nel ’78 era già finito»). Francesco De Gregori, lo sanno anche quelli che del Novecento sanno solo ciò che gli dice Wikipedia, veniva sottoposto a una sceneggiata di processo popolare dopo un concerto milanese. Aveva venticinque anni «forse ventisei, la sua casa discografica dice di non avere “una biografia vera e propria”», riportava il Corriere.

Le cronache dell’epoca riferiscono che i rivoluzionari da concerto gli avessero detto che Majakovskij si era suicidato e quindi avrebbe dovuto farlo anche lui (oggi ci toccherebbero centoventisette articoli sulla salute mentale), e che al pubblico di sedicenni comunque non fosse piaciuta la nuova “Bufalo Bill” (tra bufalo e sedicenne la differenza salta agli occhi – scusate).

Rispetto al signore «con la barba bianca» che lo esorta a suicidarsi, il venticinquenne De Gregori che dice «non voglio dare messaggi» risalta come un gigante del pensiero e dell’azione, e dimostra che come sempre il problema sono gli adulti e la loro infantilizzazione, una verità vieppiù valida cinquant’anni dopo.

Cinquant’anni dopo, il figlio sessantenne d’un grande attore fa il suo bravo post su Instagram per dire che questo manifesto del disimpegno degregoriano è una vergogna, puntesclamativo. Il post è scritto in uno straziante chatgippittese, col suo bravo elenchino di gente invece impegnata: Martin Luther King, Nelson Mandela, Malala Yousafzai, tutti coniugati allo stesso passato remoto perché che può saperne l’intelligenza artificiale di come si parla d’una vivente, e tutti nomi sensatissimi, essendo il loro specifico professionale mettere le rime in musica.

Cinquant’anni dopo, Edoardo Prati, ventidue anni, registra un paio di minuti sull’affaire De Gregori – ma soprattutto su di noi, ché siamo sempre noi il problema – che sono, ahimé, perfetti. Ahimé perché insomma, se un ventiduenne capisce il mondo meglio di noialtri che abbiamo avuto decenni in più per studiarlo, siamo messi malino. Se il margine di fraintendibilità che distingue l’opera d’arte dal predicozzo deve spiegarvelo un ventiduenne, forse è meglio che torniate a scuola.

Il problema siamo noi, e infatti i commenti sull’Instagram di Prati sono pieni di miei coetanei disperatissimi, che fingono di contestare il merito con sofisticate affermazioni tipo «eh ma Trump è cattivo», ma quel che stanno davvero dicendo è: ma come, noi ci rimbecilliamo per non farci dire «boomer», noi investiamo tempo ed energie in relazioni parasociali per sentirci coetanei delle quindicenni coi poster, noi chiediamo immedesimabilità personale e ideologica ai cantanti come liceali idioti per sentirti più vicino, e tu ci dici che siamo cretini? È stato dunque tutto inutile?

Edoardo, scusaci se siamo adulti disastrosi che difficilmente potranno insegnarti qualcosa, e infatti diciamo in continuazione che impariamo molto dai nostri figli: non possiamo insegnar loro ad allacciarsi le scarpe, ma magari riusciremo a imparare da te a trattare i cantanti come cantanti e non come sacerdoti del pensiero.

Scusaci se abbiamo le priorità tutte sballate, se siamo terrorizzati di venire inquadrati nel minuto in cui non ci stiamo zelantemente posizionando dalla parte dei buoni, se sembriamo usciti da quella pagina di Piccolo del 2013, «Scrivevamo che bisognava dare lavoro ai disoccupati, che la cultura era importante, e un sacco di altre cose che sono tutte lì, a testimoniare il mio (nostro) senso civile. Non era compito nostro trovare soluzioni, però era compito nostro tenere desta l’indignazione».

Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura che qualcuno ci scagli contro l’insulto «ignavi» (una parola in questa settimana usata con un entusiasmo che sembra siate al liceo e abbiate appena scoperto Dante, invece che avere lo sconto over 60 per i treni).

Non abbiamo niente da insegnarti, né risposte a quell’Arbasino dell’80, a quella paginetta in cui si chiedeva, della giovinezza, se «promulgarla e proclamarla a ogni costo, sarà un atto politico oppure un gesto di consumatori di bibite? L’apparizione e proclamazione contestuale delle categorie sociali del giovane a lunga durata, dell’emarginato, del disoccupato. L’ingenua domanda se non vi siano per caso dei nessi stretti». Eh.

L'articolo Edoardo Prati, De Gregori, e la solita tragedia degli adulti infantilizzati proviene da Linkiesta.it.

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