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Received today — 10 June 2026 Il Giornale - Mondo

Putin spegne le telecamere: il caso Khamenei fa scattare l’allarme al Cremlino

L’asimmetria tecnologica nel dominio informativo sta ridisegnando gli equilibri della sicurezza internazionale. La combinazione tra intelligenza artificiale, reti di sorveglianza urbana e analisi predittiva consente oggi di trasformare infrastrutture civili in strumenti d’intelligence. Il Financial Times riferisce che, dopo un’operazione condotta in Iran attribuita a Israele e Stati Uniti, il Cremlino avrebbe rivalutato l’intero sistema di protezione del vertice statale, fino a disattivare temporaneamente alcune componenti della videosorveglianza riservata alla sicurezza di Vladimir Putin.

Cosa sappiamo

Secondo le ricostruzioni della testata britannica, la rete di telecamere di Teheran sarebbe stata utilizzata come architettura di acquisizione dati per la ricostruzione delle abitudini della leadership iraniana. L’elemento decisivo non sarebbe stato il singolo sensore, ma la massa critica informativa: flussi video continui, intercettazioni telefoniche e correlazioni geospaziali trattati attraverso sistemi di machine learning.

L’analisi avrebbe consentito di costruire profili comportamentali dettagliati degli apparati di sicurezza, includendo turnazioni, percorsi e interazioni operative. Tale approccio, noto nelle dottrine militari come “pattern of life”, consente di trasformare la mobilità quotidiana in una matrice prevedibile. In parallelo, la rete sarebbe stata integrata con altre risorse informative fino a consentire la ricostruzione temporale di una riunione interna dei vertici iraniani con un margine di errore estremamente ridotto.

Guerra multidominio e collasso delle barriere comunicative

L’operazione descritta si sarebbe sviluppata lungo una catena integrata che combina intelligence elettronica, cyber-operazioni e capacità cinetiche di precisione. Le fonti indicano l’impiego di interferenze mirate su infrastrutture di telecomunicazione nell’area sensibile di Teheran, con la temporanea neutralizzazione di nodi cellulari strategici per ridurre la reattività delle forze di sicurezza.

In parallelo, unità specializzate avrebbero utilizzato analisi di rete per mappare la struttura decisionale iraniana, identificando i punti di concentrazione del potere. L’integrazione con un agente sul terreno avrebbe fornito la conferma finale della presenza del vertice politico nel sito colpito. L’attacco sarebbe stato condotto con munizionamento guidato a lungo raggio, impiegato in una finestra temporale ristretta per massimizzare l’effetto sorpresa e colpire la catena di comando, provocando la morte di decine di funzionari di alto livello e alterando gli equilibri interni del sistema di sicurezza iraniano.

Effetto di ritorno e risposta del Cremlino

Le conseguenze dell’operazione hanno prodotto un effetto di ritorno immediato sulle dottrine di sicurezza di altri attori statali. In Russia, secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità avrebbero temporaneamente disattivato segmenti del sistema di videosorveglianza dedicato alla protezione del presidente Putin, avviando una revisione tecnica orientata all’isolamento fisico delle reti e alla riduzione dell’esposizione digitale.

La valutazione strategica è chiara: infrastrutture progettate per garantire sicurezza interna possono diventare superfici di attacco informativo se integrate in ecosistemi digitali vulnerabili alla correlazione massiva dei dati. Il caso iraniano, per alcuni analisti, evidenzia una transizione già in atto: la deterrenza non si gioca più solo sul piano militare convenzionale, ma sulla capacità di controllo dei flussi informativi internazionali . In questo scenario, la distinzione tra sorveglianza, intelligence e targeting militare appare sempre più labile, con effetti diretti sulla stabilità delle gerarchie geopolitiche.

Received — 8 June 2026 Il Giornale - Mondo

L'Alleanza schiera nuove truppe nell’Artico: così cambia il fronte contro la Russia

La NATO amplia la propria presenza militare nell’Europa settentrionale con l’attivazione delle Forward Land Forces Finland (FLF Finland), la nuova forza multinazionale creata per rafforzare la sicurezza del fianco nord-orientale dell’Alleanza. Il progetto, approvato dai capi di Stato e di governo durante il vertice di Washington del 2024, entra ora nella fase operativa e segna un ulteriore sviluppo della strategia di deterrenza adottata dopo l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO.

Le FLF Finland diventano il nono gruppo multinazionale schierato sul fronte orientale dell’Alleanza e assumono un ruolo particolarmente importante in un’area che negli ultimi anni ha acquisito un peso strategico sempre maggiore a causa della competizione tra le grandi potenze e dell’intensificazione delle attività militari nell’Artico.

Cosa sappiamo

A guidare la nuova formazione sarà la Svezia, che assume il ruolo di nazione quadro e fornisce il principale contributo operativo. Il nucleo della forza sarà costituito da un battlegroup a livello battaglione basato a Boden, nel nord del Paese, con capacità di intervento in tutta la regione della Calotta Artica.

L’avvio ufficiale del dispositivo è stato accompagnato da una cerimonia presso il Reggimento Norrbotten di Boden, durante la quale le unità svedesi sono passate formalmente sotto il comando della NATO. Accanto al contingente operativo è stato creato anche un elemento multinazionale di comando a Rovaniemi, nella Finlandia settentrionale, incaricato della pianificazione e del coordinamento delle attività sul terreno.

Nel corso del 2026 la Svezia metterà a disposizione circa 600 militari, ma il contingente potrà essere portato rapidamente a 1.200 effettivi qualora la situazione lo richiedesse. Le unità saranno addestrate e preparate per operare in ambienti caratterizzati da condizioni climatiche estreme e da elevate difficoltà logistiche.

L’Artico nella nuova geografia della sicurezza euro-atlantic

La costituzione delle FLF Finland conferma l’attenzione che la NATO sta dedicando all’Artico e all’Alto Nord. In questa regione convergono interessi militari, economici ed energetici che stanno contribuendo a ridefinire gli equilibri geopolitici internazionali. Lo scioglimento progressivo della calotta polare, l’apertura di nuove rotte marittime e la competizione per l’accesso alle risorse naturali hanno accresciuto l’interesse delle principali potenze verso quest’area.

Per l’Alleanza Atlantica, il Grande Nord rappresenta un settore di primaria importanza anche sotto il profilo militare. Le forze schierate in Finlandia avranno il compito di garantire una presenza credibile in un ambiente operativo particolarmente complesso e di assicurare una rapida capacità di risposta in caso di crisi.

La decisione di rafforzare la presenza militare nella regione è legata soprattutto alle attività delle forze armate russe nell’Artico, ma tiene conto anche dell’attenzione sempre maggiore che la Cina sta riservando a quest’area, considerata strategica per le future rotte commerciali e per l’accesso alle materie prime.

La NATO amplia la propria presenza nel Nord Europa

Con l’entrata in funzione delle Forward Land Forces Finland, la NATO estende ulteriormente la propria rete di forze avanzate lungo il fianco orientale dell’Alleanza. Il nuovo dispositivo si affianca ai gruppi multinazionali già presenti in Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia.

La struttura opererà sotto la responsabilità del Joint Force Command Norfolk, uno dei principali comandi della NATO, incaricato di coordinare le attività alleate nell’Atlantico settentrionale e nelle aree artiche.

L’attivazione delle FLF Finland è avvenuta in meno di due anni dalla decisione adottata dai leader alleati a Washington, a conferma della priorità attribuita alla sicurezza del fronte settentrionale. Per Finlandia e Svezia il progetto rappresenta anche un ulteriore passo nell’integrazione delle rispettive forze armate all’interno delle strutture dell’Alleanza, rafforzando la cooperazione militare tra i due Paesi e consolidando la presenza NATO nel Grande Nord.

Received — 7 June 2026 Il Giornale - Mondo

"Nuvola d'acciaio" contro i droni: l’arma che Kiev vuole produrre su larga scala

Con il progressivo aumento degli attacchi condotti mediante droni a lungo raggio, il conflitto in Ucraina sta accelerando una profonda trasformazione delle capacità difensive europee. La crescente vulnerabilità di infrastrutture energetiche, nodi logistici e installazioni strategiche ha spinto governi e industrie del continente a investire in nuove soluzioni dedicate al contrasto delle minacce aeree senza pilota. Tra i programmi più significativi emerge il FZ123 sviluppato da Thales Belgium, un armamento progettato specificamente per l’intercettazione di UAV e droni kamikaze che, grazie alla collaborazione tra Bruxelles e Kiev, potrebbe presto essere prodotto anche sul territorio ucraino.

Cosa sappiamo

Il sistema FZ123 deriva dall’evoluzione della consolidata famiglia di razzi da 70 millimetri prodotti nello stabilimento di Herstal, in Belgio. La variante anti-drone è stata sviluppata in appena dodici mesi, una tempistica particolarmente ridotta per un programma militare, resa possibile anche dal sostegno finanziario dell’Unione Europea destinato al rafforzamento della base industriale della difesa continentale.

L’elemento distintivo dell’armamento è la sua testata a frammentazione ad alta densità, equipaggiata con un carico compreso tra 6.500 e 7.500 sfere d’acciaio. Al momento dell’intercettazione, la detonazione genera una vasta nube di frammenti metallici ad alta velocità, aumentando significativamente la probabilità di colpire bersagli caratterizzati da dimensioni ridotte, elevata manovrabilità e limitata segnatura radar. La soluzione è stata concepita in particolare per contrastare droni d’attacco a lungo raggio e velivoli senza pilota impiegati contro infrastrutture energetiche, centri logistici e altri obiettivi strategici.

Le prestazioni del sistema continuano a essere aggiornate sulla base delle informazioni provenienti dal fronte ucraino, consentendo un costante affinamento delle capacità d’intercettazione e dell’efficacia complessiva dell’arma.

La cooperazione tra Belgio e Ucraina entra nella fase industriale

Parallelamente all’impiego, il programma sta assumendo una particolare dimensione geopolitica e industriale. Thales Belgium ha infatti formalizzato accordi di cooperazione con l’industria della difesa ucraina finalizzati alla produzione congiunta di sistemi destinati al contrasto dei velivoli senza pilota.

Le basi della collaborazione sono state gettate nell’autunno del 2024 con la firma di una lettera d’intenti, mentre nel febbraio 2025 è stata annunciata la creazione di una joint venture tra il gruppo belga e un partner industriale ucraine. L’obiettivo consiste nel coinvolgere progressivamente le capacità produttive locali nelle attività di assemblaggio e integrazione, con la prospettiva di estendere in futuro la collaborazione alla fornitura di componenti e al trasferimento di competenze tecnologiche.

Per Kiev, tale cooperazione rappresenta un passaggio strategico verso il rafforzamento dell’autonomia industriale nel settore della difesa e verso la costruzione di una filiera nazionale in grado di sostenere nel lungo periodo le esigenze operative del Paese. Allo stesso tempo, l’iniziativa s’incardina in un più ampio processo d’integrazione tra l’industria militare ucraina e quella europea, destinato a ridefinire gli equilibri produttivi del comparto nel continente.

Produzione in espansione e sfide per la filiera europea

La crescente domanda di sistemi anti-drone sta spingendo Thales Belgium ad ampliare significativamente la propria capacità produttiva. L’azienda punta a raggiungere una produzione complessiva di circa 100.000 razzi all’anno entro il 2028, includendo sia le varianti guidate sia quelle non guidate appartenenti alla stessa famiglia di munizionamento.

Secondo le pianificazioni industriali disponibili, circa 20.000 unità potrebbero essere costituite da versioni a maggiore contenuto tecnologico, mentre la quota restante sarebbe rappresentata da sistemi convenzionali. Una parte della produzione potrebbe inoltre essere trasferita direttamente in Ucraina nell’ambito degli accordi industriali già sottoscritti tra le parti.

L’espansione della capacità manifatturiera incontra tuttavia alcuni ostacoli strutturali. Il principale riguarda la disponibilità di propellenti ed esplosivi, risorse considerate critiche per l’intero settore della difesa europea. La limitata presenza di fornitori specializzati nel continente continua infatti a rappresentare uno dei principali fattori di rallentamento nella crescita dei volumi produttivi.

Al di là degli aspetti industriali, l’FZ123 rappresenta uno degli esempi più significativi di come il conflitto in Ucraina stia ridefinendo le priorità strategiche della difesa europea. Le lezioni apprese sul campo stanno favorendo lo sviluppo di nuove capacità dedicate al contrasto delle minacce aeree senza pilota, orientando investimenti e programmi tecnologici verso sistemi sempre più specializzati. In questo scenario, la difesa aerea a corto raggio è destinata ad assumere un ruolo sempre più centrale nelle future dottrine militari e nella protezione delle infrastrutture strategiche del continente.

Received — 6 June 2026 Il Giornale - Mondo

Attacchi oltre l’orizzonte e piattaforme fantasma: la nuova corsa agli abissi di Russia e Cina

La guerra sottomarina sta vivendo una nuova fase di centralità negli equilibri militari internazionali. Dall’Artico all’Indo-Pacifico, le principali potenze navali stanno investendo in piattaforme sempre più sofisticate, capaci di combinare furtività, autonomia operativa e capacità di attacco a lungo raggio. In questo scenario s’inseriscono due sviluppi che stanno attirando l’attenzione delle comunità strategiche occidentali: il successo di un lancio condotto dal nuovo sottomarino nucleare russo Arkhangelsk nel Mare di Barents e l’apparizione di una misteriosa unità cinese caratterizzata da un design radicalmente innovativo. Due episodi distinti che riflettono l’ importanza della dimensione subacquea nella competizione tra grandi potenze.

Cosa sappiamo

Il recente lancio di un missile antinave P-800 Oniks da parte del sottomarino nucleare Arkhangelsk rappresenta una dimostrazione concreta delle capacità raggiunte dalla componente subacquea della Flotta del Nord russa. L’unità, appartenente al Progetto 885M Yasen-M, ha eseguito il tiro in immersione nel Mare di Barents contro un bersaglio navale posto a oltre 200 chilometri di distanza, completando con successo l’intera sequenza d’ingaggio.

L’aspetto più significativo dell’attività non riguarda tanto la distanza percorsa dal vettore, quanto la capacità di effettuare un attacco oltre l’orizzonte mantenendo l’armamento in assetto occultato. In uno scenario operativo reale, questo tipo di missione presuppone l’integrazione di una complessa catena di acquisizione e trasmissione dati, nella quale sensori navali, piattaforme aeree, assetti spaziali e reti di comando e controllo cooperano per fornire una soluzione di tiro aggiornata.

Dall’analisi emerge che l’Arkhangelsk è entrato in servizio alla fine del 2024 ed è considerato una delle piattaforme più avanzate oggi disponibili per la Marina russa. La classe Yasen-M è stata sviluppata per ridurre sensibilmente la segnatura acustica rispetto alle generazioni precedenti, incrementando al contempo la flessibilità operativa. Oltre alle tradizionali missioni antisommergibile e anti-superficie, questi battelli sono progettati per condurre attacchi di precisione a lunga distanza, operazioni di raccolta informativa e missioni di deterrenza in aree strategicamente sensibili.

Il missile P-800 Oniks, conosciuto in ambito NATO come SS-N-26 Strobile, costituisce uno degli strumenti principali della dottrina russa di negazione d’area marittima. Grazie alla velocità supersonica e al profilo terminale a bassa quota, il sistema riduce drasticamente la finestra temporale disponibile alle difese navali avversarie per individuare, tracciare e neutralizzare la minaccia.

Il Mare di Barents e la difesa del bastione strategico russo

La scelta del Mare di Barents come area di esercitazione non è casuale. Questo settore rappresenta il fulcro della strategia navale russa nell’Artico e ospita alcune delle infrastrutture militari più importanti del Paese, comprese le basi dei sottomarini strategici schierati nella Penisola di Kola.

Da decenni Mosca sviluppa il concetto di “bastion defense”, una dottrina finalizzata a proteggere le aree di pattugliamento dei sottomarini lanciamissili balistici attraverso un sistema multilivello composto da forze navali, difese costiere, copertura aerea, guerra elettronica e sensori distribuiti. In questo dispositivo, i battelli Yasen-M svolgono un ruolo essenziale, agendo sia come elemento offensivo sia come componente avanzata della difesa marittima.

Per la NATO il problema strategico non si limita alla minaccia rappresentata dai missili. La vera sfida consiste nell’individuare e tracciare queste piattaforme prima che possano generare una soluzione di tiro. Ciò richiede un costante impiego di assetti ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), pattugliatori marittimi, reti sonar, velivoli antisommergibile e gruppi navali dedicati alla lotta subacquea.

L’allargamento dell’Alleanza Atlantica a Finlandia e Svezia ha ulteriormente accresciuto l’importanza del teatro artico e nordatlantico, rendendo il controllo delle linee di comunicazione marittime e degli accessi al Mare di Norvegia una priorità crescente per entrambe le parti.

Il nuovo sottomarino cinese apre interrogativi sulle future capacità della PLAN

Mentre la Russia continua a perfezionare le proprie capacità, la Cina procede lungo una direttrice differente, puntando sull’innovazione progettuale e sull’espansione quantitativa della propria flotta subacquea. Recenti immagini satellitari provenienti dai cantieri Jiangnan di Shanghai hanno infatti rivelato una nuova unità di grandi dimensioni che non corrisponde ad alcuna classe finora nota.

L’armamento presenta una configurazione esterna particolarmente avanzata, caratterizzata da una prua estremamente affusolata, impennaggi poppieri a X e da una struttura superiore ridotta al minimo. L’assenza della tradizionale torretta rappresenta l’elemento più insolito e potrebbe indicare la ricerca di una minore resistenza idrodinamica e di una riduzione della traccia acustica e radar.

Le dimensioni stimate, circa 120 metri di lunghezza per 10-11 metri di larghezza, suggeriscono una piattaforma destinata a operazioni oceaniche di lunga durata. Gli analisti stanno cercando di stabilire se l’unità sia effettivamente il nuovo Type 095, il sottomarino nucleare d’attacco atteso da anni, oppure il primo esemplare di una classe completamente inedita.

Anche il sistema di propulsione resta oggetto di speculazioni. Le caratteristiche sembrano compatibili con un reattore nucleare convenzionale, ma alcuni osservatori ritengono possibile l’impiego di soluzioni ibride derivate dai programmi cinesi di propulsione indipendente dall’aria di nuova generazione. Qualunque sia la risposta, il progetto conferma l’accelerazione impressa da Pechino alla modernizzazione della People’s Liberation Army Navy.

L’emersione quasi simultanea di nuove piattaforme presso i cantieri di Shanghai e Huludao rafforza inoltre la percezione di una capacità industriale ormai in grado di sostenere programmi multipli in parallelo. Una dinamica che continua ad ampliare il divario produttivo rispetto a gran parte delle marine occidentali e che potrebbe modificare significativamente il bilancio delle forze subacquee nell’Indo-Pacifico nel corso del prossimo decennio.

Received — 5 June 2026 Il Giornale - Mondo

Area 51 torna al centro del mistero: circola un’immagine di un jet sconosciuto

La recente diffusione di una presunta immagine termica catturata nei pressi di Area 51 ha riacceso l’attenzione internazionale sulle attività sperimentali condotte nello spazio aereo altamente classificato del Nevada. Il materiale, emerso online anche all’interno di circuiti digitali dedicati all’osservazione a distanza di installazioni sensibili, mostrerebbe un velivolo non identificato in volo notturno a bassa quota. Sebbene la qualità del frame sia limitata dalle caratteristiche del sensore termico utilizzato, la configurazione aerodinamica del soggetto ha immediatamente alimentato ipotesi di correlazione con i programmi di sesta generazione attualmente in sviluppo negli Stati Uniti.

Cosa sappiamo

Dall’analisi emerge che l’immagine sarebbe stata acquisita da un dispositivo a infrarossi di fascia avanzata, impiegato per l’osservazione passiva a distanza. Le riprese, secondo le ricostruzioni disponibili, provengono dall’area collinare a sud di Rachel, zona storicamente utilizzata per il monitoraggio non intrusivo delle attività di Area 51. In tale contesto, il velivolo appare in assetto estremamente basso e in condizioni operative notturne, fattore che rende complessa la lettura della firma termica e introduce margini significativi di incertezza analitica. Le autorità militari statunitensi, interpellate in merito, non hanno fornito alcuna conferma né smentita, mantenendo il consueto regime di opacità informativa che caratterizza le attività del sito.

Possibili connessioni con il programma NGAD

Sul piano tecnico, la configurazione del velivolo suggerisce un’impostazione aerodinamica riconducibile a schemi di riduzione della segnatura radar di nuova generazione. Alcuni elementi visivi rimanderebbero a soluzioni già associate ai concetti sviluppati nell’ambito del programma Next Generation Air Dominance (NGAD program), da cui è derivato il futuro caccia Boeing F-47, attualmente in fase di sviluppo avanzato per l’US Air Force. La possibile presenza di superfici canard e di un’ala a geometria lambda richiama inoltre esperienze sperimentali precedenti, incluse quelle riconducibili ai dimostratori X-plane, sviluppati per ridurre i rischi ingegneristici dei programmi operativi.

Tra test e segretezza: lo sviluppo dei programmi aerospaziali militari

Secondo alcuni analisti l’osservazione rientra nel modello tipico dei programmi di sviluppo aerospaziale classificati negli Stati Uniti, caratterizzati da fasi estese di validazione tecnologica su piattaforme dimostrative, funzionali alla riduzione del rischio prima dell’impiego operativo.

Attività di questo tipo, si apprende, “potrebbero” coinvolgere storicamente attori industriali primari come Boeing, Lockheed Martin e Northrop Grumman, sotto la supervisione di enti di ricerca militare quali DARPA. In parallelo, l’evoluzione dei programmi navali F/A-XX e l’utilizzo di infrastrutture come Edwards Air Force Base confermano un’accelerazione del ciclo di sperimentazione aeronautica. In questo scenario, anche osservatori civili hanno recentemente evidenziato come punti di osservazione storici, tra cui Tikaboo Peak, risultino sempre più limitati, segnalando una crescente restrizione dello spazio informativo attorno alle attività di test. Tuttavia, allo stato attuale, non esistono elementi verificati che consentano di attribuire con certezza il velivolo ripreso a un programma specifico, lasciando aperto il campo a molteplici interpretazioni nel più ampio scacchiere della competizione aerospaziale tra grandi potenze.

Kiev istituisce l'unità Scorpio: cosa sappiamo della nuova forza speciale della polizia militare ucraina

Le Forze Armate ucraine stanno rafforzando in modo progressivo il proprio sistema di sicurezza interna, con un’attenzione crescente alla gestione della disciplina, alla protezione delle infrastrutture militari e al contenimento delle vulnerabilità che possono emergere nelle retrovie operative. In questo processo s’inserisce la creazione della nuova unità speciale Scorpion, pensata per garantire capacità di intervento rapido all’interno del dispositivo militare.

L’annuncio è stato diffuso dalla Vijskova sluzhba pravoporyadku ZSU, organismo della polizia militare incaricato del mantenimento dell’ordine e della disciplina nelle Forze Armate ucraine. La nascita del nuovo reparto risponde all’esigenza di disporre di uno strumento in grado di intervenire con tempestività nelle situazioni critiche che interessano la sicurezza interna, in particolare nei casi di sabotaggio, violazioni disciplinari gravi e minacce rivolte alle infrastrutture militari.

Cosa sappiamo

Secondo fonti ufficiali la Scorpion è stata concepita come unità di pronto impiego integrata nei distaccamenti zonali della polizia militare, con una struttura flessibile e una capacità di reazione rapida su scala territoriale. Il suo impiego è previsto nei casi in cui si verifichino eventi che richiedono un intervento immediato e non gestibile attraverso i normali canali di controllo disciplinare.

Il mandato include la prevenzione e la repressione dei reati militari, il monitoraggio delle violazioni del regolamento interno e la tutela del patrimonio delle Forze Armate ucraine. Particolare attenzione è rivolta alla protezione di asset considerati strategici, come armamenti, mezzi, depositi e infrastrutture logistiche, elementi essenziali per la continuità delle operazioni sul terreno.

Questa forza speciale è inoltre chiamata ad agire in presenza di possibili azioni di sabotaggio o di minacce dirette contro installazioni militari sensibili. In questi casi, l’obiettivo è ridurre i tempi di risposta e contenere l’impatto di eventuali vulnerabilità interne sul funzionamento complessivo del sistema difensivo.

Impiego sotto legge marziale e contrasto alle minacce ibride

Con l’attivazione della legge marziale o dello stato di emergenza, il raggio d’azione viene ampliato. Il reparto può essere impiegato anche nel supporto alle operazioni di contrasto a gruppi di ricognizione e sabotaggio, operando in coordinamento con le strutture già responsabili della sicurezza e della difesa territoriale.

Sotto questi auspici, l’unità non si limita alla gestione delle emergenze interne, ma contribuisce anche al contenimento di minacce ibride che si sviluppano al di fuori del fronte tradizionale e che incidono direttamente sulla stabilità delle retrovie.

Nel contempo, la nuova creatura di Kiev svolge anche un ruolo nel mantenimento della disciplina interna delle Forze Armate, intervenendo nei casi in cui sia necessario ristabilire rapidamente condizioni di ordine e garantire la continuità funzionale delle unità.

Valenza strategica nel sistema di sicurezza ucraino

La decisione di costituire questa unità riflette il rafforzamento della dimensione interna della sicurezza militare ucraina, in risposta a un quadro in cui la gestione delle minacce non si limita più alla sola dimensione frontale.

Secondo analisti, in questa condizione, la polizia militare assumerà un ruolo più strutturale nella stabilità del sistema difensivo, mentre unità specializzate come la Scorpion rappresenteranno uno strumento per garantire tempi di reazione più rapidi, maggiore controllo delle situazioni critiche e rafforzamento della resilienza complessiva delle Forze Armate.

Received — 3 June 2026 Il Giornale - Mondo

Gli Usa preparano la nuova superbomba anti-bunker: come è fatta la GBU-76

L’aeronautica statunitense ha avviato una nuova fase di pianificazione industriale e tecnologica per la sostituzione della GBU-57/B Massive Ordnance Penetrator, oggi considerata il principale vettore convenzionale statunitense per la neutralizzazione di infrastrutture sotterranee fortificate. Il programma di nuova generazione, denominato Next Generation Penetrator e identificato ufficialmente come GBU-76/B, s’inscrive in una dinamica evolutiva di più ampio respiro strategico, in risposta alla proliferazione di asset infrastrutturali ipogei in scenari ad alta intensità geopolitica.

Cosa sappiamo

La fase attuale del programma è gestita dall’Air Force Life Cycle Management Center, attraverso la struttura AFLCMC/EBD presso la base di Eglin Air Force Base, con un’impostazione contrattuale basata su accordi IDIQ multi-fornitore. Tale modello consente di aggregare competenze industriali distribuite lungo l’intero ciclo di vita del sistema d’arma, dalla progettazione alla produzione, fino alla sostenibilità operativa.

Il documento di pre-acquisizione definisce un perimetro tecnologico estremamente ampio che include ingegneria dei sistemi, simulazione avanzata, aggiornamento della documentazione tecnica, sviluppo di architetture di mission planning e integrazione aeromeccanica completa. Particolare attenzione è riservata alla maturazione dei sistemi di spoletta intelligente, progettati per operare su bersagli multilivello, con capacità di discriminazione delle cavità strutturali e adattamento dinamico della funzione di detonazione in base alla profondità di penetrazione.

Tra i requisiti chiave figura inoltre lo sviluppo di soluzioni di navigazione alternative, in grado di garantire precisione anche in ambienti caratterizzati da degradazione o negazione del segnale satellitare, elemento cruciale negli scenari di guerra elettronica contemporanea.

Dominio della penetrazione profonda

Sul piano tecnico, la GBU-76/B , secondo gli analisti, rappresenta una rivoluzione concettuale rispetto alla GBU-57/B, attualmente integrata su piattaforme strategiche come il B-2 Spirit. Il sistema mantiene un’architettura di guida inerziale assistita da GPS, ma apre alla possibile integrazione di sistemi avanzati di Guidance, Navigation and Control capaci di operare in ambienti GNSS-contestati o completamente negati.

Le specifiche preliminari indicano inoltre l’adozione di una testata di classe pesante, con masse stimate nell’intervallo delle decine di migliaia di libbre, ottimizzata per la penetrazione di infrastrutture in cemento armato ad alta densità e stratificazioni geologiche complesse. In questo quadro, la precisione terminale diventa un fattore moltiplicatore della capacità cinetica, soprattutto in scenari in cui l’obiettivo è costituito da nodi infrastrutturali verticali o sistemi di ventilazione profondi.

L’esperienza maturata durante l’impiego della GBU-57/B in scenari reali, inclusa l’operazione nota come Operation Midnight Hammer, ha evidenziato l’importanza della sinergia tra capacità di penetrazione e accuratezza di impatto su bersagli altamente fortificati, consolidando la necessità di un’evoluzione incrementale delle prestazioni del sistema.

Integrazione nelle forze di bombardamento a lungo raggio

Dal punto di vista strategico, la futura GBU-76/B s’inserisce nel processo di transizione verso una nuova generazione di capacità d’attacco profondo, destinata a integrarsi non solo con la flotta esistente di B-2, ma anche con il futuro B-21 Raider. Quest’ultimo, pur caratterizzato da una minore capacità di carico per singola piattaforma rispetto al B-2, è concepito per operare in forma distribuita all’interno di una flotta più numerosa e tecnologicamente avanzata.

Nel contempo, l’industria della difesa statunitense, con attori come Boeing e Applied Research Associates, sembra essere già coinvolta nello sviluppo di prototipi e componenti critici, in particolare per quanto riguarda l’integrazione della sezione di coda e l’architettura complessiva del sistema d’arma.

Il Pentagono mantiene tuttavia una strategia di continuità, prevedendo l’aggiornamento progressivo della GBU-57/B e il mantenimento della sua piena capacità operativa nel medio periodo. In questa logica, secondo addetti ai lavori, la GBU-76/B non rappresenta una sostituzione immediata, bensì l’avvio di una transizione strutturale verso una capacità di penetrazione profonda ancora più resiliente, precisa e adattabile agli scenari di conflitto ad alta intensità.

Received — 2 June 2026 Il Giornale - Mondo

Un cannone da 30 mm contro i droni: la mossa di Mosca

Durante il Primo Forum Internazionale sulla Sicurezza nell’area di Mosca, Rostec ha presentato il sistema ZAK-30 Citadel, una piattaforma antiaerea a cortissimo raggio sviluppata per l’intercettazione di UAV tattici e commerciali impiegati in testri operativi ad alta intensità. Il programma, inizialmente concepito per la difesa statica d’infrastrutture sensibili, sta evolvendo verso una configurazione mobile su chassis Ural, con una struttura di batteria distribuita.

Cosa sappiamo

Dall’analisi emerge che il sistema è destinato alla protezione ravvicinata di asset strategici come basi aeree, depositi munizioni, infrastrutture energetiche e centri di comando, in scenari caratterizzati da saturazione di micro e mini-UAV. L’impiego operativo riguarda esclusivamente la fase terminale dell’ingaggio, quando le minacce hanno già superato gli strati esterni della difesa aerea.

Le prestazioni dichiarate indicano una finestra d’ingaggio nell’ordine di 800–1000 metri, configurando una capacità d’intercettazione limitata ma altamente specializzata nella neutralizzazione puntuale.

Un cannone automatico da 30×165 mm

Il cuore del sistema è un cannone automatico da 30×165 mm abbinato a munizioni airburst con spoletta elettronica programmabile. Il principio operativo non richiede impatto diretto: la detonazione viene impostata prima dello sparo e avviene in prossimità del bersaglio, generando una nuvola di frammentazione ad alta densità cinetica.

Questa soluzione è ottimizzata per contrastare bersagli con bassa sezione radar, firma infrarossa ridotta e profili di volo irregolari, caratteristiche tipiche dei droni di piccola e media classe.

Catena sensoriale e controllo del tiro

L’architettura integra radar a corto raggio e sistemi elettro-ottici operanti in visibile e infrarosso, con capacità d’acquisizione e tracciamento continuo anche in condizioni ambientali complesse. Le informazioni vengono fuse in un sistema digitale di controllo del fuoco che gestisce l’intero ciclo di ingaggio.

Il sistema di calcolo balistico prevede il tracciamento continuo del bersaglio in modalità track-while-scan, la stima della velocità angolare e lineare, la predizione della traiettoria e la determinazione del punto ottimale di scoppio del proiettile per la programmazione della spoletta elettronica. Questo processo consente un’intercettazione rapida, con un intervento umano limitato alla supervisione e all’autorizzazione del fuoco.

Configurazione mobile su chassis Ural

La variante su piattaforma Ural introduce una riorganizzazione dell’intero concetto operativo. La batteria viene strutturata in modo modulare, con separazione tra unità di tiro, radar e comando e controllo, distribuite su più veicoli.

Tale configurazione riduce la vulnerabilità complessiva del sistema e consente una copertura più flessibile del settore difeso, grazie alla dislocazione geometrica dei moduli. La mobilità permette inoltre un rapido riposizionamento in funzione dell’evoluzione della minaccia, caratteristica sempre più rilevante in ambienti saturi di UAV.

Economia dell’ingaggio e difesa multilivello

Il sistema risponde alla crescente pressione sul rapporto tra costo dell’intercettazione e costo del bersaglio. L’impiego di missili guidati contro droni a basso costo ha evidenziato negli ultimi anni una forte asimmetria economica, che l’artiglieria a scoppio programmato tenta di riequilibrare.

All’interno di una struttura difensiva multilivello, il Citadel svolge il ruolo di ultimo strato hard-kill, successivo alla guerra elettronica e ai sistemi a medio e corto raggio, contribuendo alla chiusura della catena di intercetto contro minacce residue.

Ristrutturazione della capacità antidrone nella difesa aerea russa

L’introduzione del sistema segnala una progressiva specializzazione delle capacità antiaeree verso la minaccia UAV. La combinazione tra sensor fusion, automazione del tiro e munizionamento programmabile indica un passaggio da soluzioni adattate a piattaforme progettate specificamente per il contrasto ai droni.

La configurazione mobile su Ural rafforza questa tendenza, orientando la difesa verso modelli distribuiti, scalabili e rapidamente riconfigurabili, coerenti con scenari in cui la minaccia aerea a bassa quota è continua, diffusa e difficilmente prevedibile.

La Danimarca si prepara alla guerra: piano per mobilitare 180mila riservisti

Nel quadro del rafforzamento delle politiche di difesa in Europa settentrionale, la Danimarca sta lavorando a una revisione profonda del proprio sistema militare, con un ritorno a una logica di mobilitazione su larga scala. Il modello richiama in parte l’impostazione adottata durante la Guerra Fredda, quando la capacità di espandere rapidamente le forze armate era considerata un elemento chiave della deterrenza. L’obiettivo è costruire un sistema più flessibile, in grado di passare da una struttura ridotta in tempo di pace a una forza significativamente più ampia in caso di crisi o conflitto prolungato.

Cosa sappiamo

Secondo quanto emerge dall’analisi, il fulcro della riforma è rappresentato dall’estensione del servizio di leva fino a 11 mesi, al termine dei quali i coscritti vengono inseriti in un sistema di riserva operativa. Il flusso annuale previsto è nell’ordine delle 13.000 unità, destinate a costituire progressivamente un bacino ampio di personale già addestrato.

Questa riserva non si limita ai primi anni successivi al servizio, ma si estende fino ai 65 anni di età, includendo ex militari e personale con esperienza pregressa. In prospettiva, il modello punta a raggiungere una capacità complessiva di mobilitazione fino a circa 180.000 individui, privilegiando la disponibilità di risorse umane già formate rispetto a un incremento strutturale delle forze permanenti.

Aggiornamento periodico e mantenimento della prontezza operativa

Per garantire la tenuta del sistema nel tempo, è previsto un meccanismo di richiami ciclici, con periodi di aggiornamento compresi tra i 10 e i 15 giorni nel corso dei primi dieci anni successivi al servizio attivo. L’obiettivo è evitare la dispersione delle competenze acquisite e assicurare un livello minimo di interoperabilità operativa.

Il modello combina quindi obbligatorietà della formazione iniziale e mantenimento della riserva su lungo periodo, con un progressivo ampliamento del coinvolgimento delle nuove generazioni e un’estensione della coscrizione anche alla componente femminile.

Evoluzione della leva e proiezione delle capacità al 2040

Le pianificazioni a medio-lungo termine indicano un incremento graduale del numero di coscritti, fino a circa 13.000 unità annue entro il 2035. In parallelo, la consistenza delle forze attive è destinata a crescere fino a circa 40.000 militari entro il 2040, sostenuta da un bacino di riserva ampio e strutturato.

Secondo gli analisti si consolida così un modello di difesa basato su una mobilitazione diffusa, in cui il baricentro non è rappresentato da un esercito permanente di grandi dimensioni, ma dalla capacità di attivare rapidamente una massa significativa di personale addestrato in funzione delle esigenze operative.

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