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Il Pd non ha perso la sua identità, ma non può fare a meno dei riformisti. Parla Sensi

6 June 2026 at 08:05

L’addio di Pina Picierno al Partito democratico non è stato un fulmine a ciel sereno. Le tensioni che attraversano il principale partito d’opposizione covavano da tempo, alimentate da una discussione sempre più serrata sull’identità del Pd, sul ruolo dell’area riformista e sul rapporto con il Movimento 5 Stelle. Le dimissioni della vicepresidente del Parlamento europeo hanno però avuto l’effetto di accelerare un dibattito che già agitava il Nazareno e che oggi si allarga ai confini dell’intero campo progressista. In questo quadro, Formiche.net ha raccolto le riflessioni di Filippo Sensi, deputato democratico, voce dell’area riformista del partito.

Come ha vissuto la decisione di Pina Picierno di lasciare il Partito democratico?

Con grande amarezza e dispiacere. L’abbandono di Pina non è un fulmine a ciel sereno, ma questo non rende meno dolorosa la sua scelta. Parliamo di una combattente straordinaria, di una figura autorevole a livello europeo e di una democratica vera. Proprio per questo la sua uscita pesa molto.

Picierno sostiene che il Pd abbia smesso di essere un partito per riformisti e che abbia subito una sorta di mutazione genetica. Condivide questa lettura?

No. Non condivido l’analisi che l’ha portata a lasciare il partito. Il Pd resta un partito riformista. Certo, non stiamo vivendo una stagione particolarmente favorevole ai riformisti, ma questo non significa che il partito abbia smarrito la propria natura. Credo che il Pd sia ancora il luogo migliore in cui condurre una battaglia riformista.

Quindi c’è ancora spazio per i riformisti all’interno del Pd?

Assolutamente sì. Non penso affatto che il riformismo sia destinato a un ruolo testimoniale. Nei partiti esistono stagioni diverse, è sempre stato così. Gli spazi bisogna conquistarli, ma ci sono. Io mi sento profondamente figlio di un partito in cui convivono sensibilità differenti e considero questa pluralità una ricchezza, non un problema.

C’è chi teme che il Pd possa essere attratto da una cultura politica più radicale e identitaria.

Chi coltiva questa tentazione sbaglia. Il Pd non nasce per essere l’attualizzazione di un immaginario comunismo. La sua ragione sociale è un’altra. È un partito riformista, plurale, nel quale convivono culture differenti, come accade nei Labour britannici o nel Partito democratico americano, piuttosto che in quello spagnolo.

Se dovesse nascere un nuovo soggetto riformista fuori dal Pd, come lo giudicherebbe?

Non lo vedrei come un problema. Se c’è un riformismo che nasce oltre il Pd, va benissimo. È accaduto con Carlo Calenda, Matteo Renzi, Luigi Marattin. C’è spazio per tutti e, anzi, potrebbe essere utile. Io però sto nel Pd e resto nel Pd.

Vede le condizioni per la nascita di un nuovo centro riformatore?

Al momento vedo soprattutto intenzioni e desideri individuali. La spinta ascensionale che osserviamo nel Paese, purtroppo, è quella che porta verso Vannacci, non verso un centro riformatore e liberale. Questo è un dato con cui bisogna fare i conti.

Dunque, la sua convinzione è che il Pd non possa fare a meno della sua componente riformista?

No. Il Pd è fatto di un mix di culture e sensibilità. Sottrarne una significherebbe snaturarlo. Non siamo mai stati un partito identitario, con un solo profilo e una sola cultura politica. Il Pd ha bisogno anche dei riformisti.

Veniamo al rapporto con il Movimento 5 Stelle. Lei è stato spesso molto critico. Ora a che punto siamo?

Personalmente non ho nulla a che spartire con il Movimento 5 Stelle dal punto di vista culturale e politico. Continuo a considerarlo un movimento di destra. Detto questo, esiste la realtà e la politica si misura con la realtà. Oggi i 5 Stelle fanno parte dell’opposizione e partecipano allo sforzo di costruire un’alternativa alla maggioranza di centrodestra.

È dunque favorevole all’alleanza?

Sono favorevole a una coalizione molto ampia. Direi a un campo larghissimo. Ma una coalizione non può essere un compromesso al ribasso. Deve fondarsi su un programma di governo costruito attorno alle priorità del Paese. Del resto collaboriamo da anni e abbiamo anche governato insieme durante l’esperienza del Conte II.

Quali sono i limiti invalicabili di questa collaborazione?

Esistono linee rosse che non possono essere superate. Penso innanzitutto all’Ucraina. Anche sul tema delle migrazioni esistono differenze importanti tra Pd e Movimento 5 Stelle. I problemi vanno affrontati e non coperti con una mano di vernice.

Esiste oggi una coalizione competitiva in grado di sfidare il centrodestra?

Dal punto di vista elettorale sì. Da Italia Viva fino ad Alleanza Verdi e Sinistra esiste una compagine che, sondaggi alla mano, può essere competitiva. Il punto è un altro: quale proposta politica e quale visione vogliamo offrire agli italiani?

Qual è il lavoro che manca?

Prepararci per tempo al governo. Dobbiamo lavorare sui grandi temi: economia, salari, sanità, produttività, stipendi, innovazione e digitale. Nei gruppi parlamentari qualche passo avanti è stato fatto, ma sul profilo complessivo dell’offerta politica c’è ancora molto da costruire. Non dobbiamo commettere l’errore della destra: la stabilità, da sola, non basta. Serve una prospettiva credibile di cambiamento.

Sport e diplomazia, la Coppa del Mondo inizia a… Cafe Milano

4 June 2026 at 15:53

Ci sono luoghi che, con il tempo, smettono di essere semplici indirizzi. Diventano simboli. Succede quando la politica, la diplomazia, l’economia e le relazioni internazionali finiscono per incrociarsi sempre nello stesso posto. A Washington quel luogo è Café Milano.

E non sorprende che, nel lungo viaggio di avvicinamento ai Mondiali del 2026, la Fifa abbia scelto proprio il ristorante di Georgetown per celebrare l’evento sportivo più seguito del pianeta.

Un luogo che da anni rappresenta una sorta di diplomazia parallela, dove i tavoli contano quasi quanto gli uffici e dove le conversazioni informali spesso anticipano quelle ufficiali. Per una sera, sotto i riflettori, c’è stata la Coppa del Mondo.

Ma il vero protagonista è stato il contesto. Perché il trofeo più ambito del calcio mondiale è approdato nel cuore della capitale americana, tra ambasciatori, membri dell’amministrazione statunitense, dirigenti internazionali e personalità dello sport.

Un parterre che racconta molto della trasformazione del calcio in uno strumento di soft power globale. A fare gli onori di casa, accanto a Franco Nuschese, è stato il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Il numero uno del calcio mondiale ha scelto il registro dell’ironia per rompere il ghiaccio. “Nel resto del mondo chiamiamo football un gioco che si gioca con i piedi.

Qui chiamate football un gioco che si gioca con le mani”, ha detto sorridendo. Poi la sintesi perfetta dello spirito dell’evento: chiamatelo football o soccer, poco importa.

L’importante è partecipare alla festa. Una festa che guarda già all’estate del 2026, quando Stati Uniti, Canada e Messico ospiteranno il primo Mondiale a 48 squadre della storia. Un evento che la FIFA presenta come il più inclusivo e partecipato di sempre e che, secondo le previsioni, coinvolgerà miliardi di persone in ogni angolo del pianeta.

Al centro della sala, custodita con attenzione quasi cerimoniale, la Coppa del Mondo attirava sguardi e fotografie. Trentasei centimetri di altezza, rivestita in oro, con le due figure umane che sorreggono il globo terrestre. Un oggetto che travalica la dimensione sportiva per diventare icona culturale.

Attorno, gli ospiti si muovevano con la stessa curiosità riservata alle grandi opere d’arte o ai simboli della storia contemporanea.

Tra i presenti figuravano il Segretario al Commercio degli Stati Uniti Howard Lutnick, il senatore Bill Hagerty, il deputato Darin LaHood, numerosi ambasciatori accreditati a Washington e protagonisti del calcio americano come Alexi Lalas e Stu Holden.

Un mosaico di presenze che ha restituito l’immagine di un torneo ormai capace di parlare contemporaneamente il linguaggio dello sport, della politica e degli affari.

Del resto, il luogo scelto non è casuale. Fondato nel 1992 da Franco Nuschese, originario di Minori, Café Milano è diventato negli anni una vera istituzione della Beltway. Da Barack Obama a Clinton, da Joe Biden ai leader stranieri in visita negli Stati Uniti, intere stagioni della politica americana sono passate dai suoi tavoli.

Non a caso Formiche lo ha definito il luogo dove “si prendono le misure di chi conta”, una sorta di crocevia permanente del potere washingtoniano.

Nuschese ha voluto sottolineare proprio questo aspetto. “L’ospitalità italiana abbassa le distanze e crea fiducia”, ha spiegato. Una filosofia che trova conferma nella storia del locale e che, per una sera, si è sposata con la dimensione universale del calcio. A suggellare il momento è arrivato anche un omaggio alla Costiera Amalfitana.

Il maestro ceramista Vittorio Ruocco ha realizzato un piatto decorato a mano dedicato alla FIFA e al Mondiale 2026, donato a Infantino come simbolico ponte tra Minori e Washington. In fondo, il significato della serata è tutto qui. Il Mondiale deve ancora iniziare, ma la sua diplomazia è già in campo.

E passa anche da un tavolo apparecchiato nel cuore di Georgetown, dove l’italianità incontra il potere e il calcio diventa linguaggio universale.

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