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Cultura della Difesa, perché l’Italia non riesce ancora a discuterne seriamente

3 June 2026 at 09:49

C’è una contraddizione che racconta lo stato della Cultura della Difesa in Italia. Gli italiani si fidano delle Forze Armate, le rispettano, le applaudono nelle emergenze, nelle missioni internazionali, nelle operazioni di soccorso. Affollano le piazze il 2 giugno, come avvenuto ieri ai Fori Imperiali. Considerano donne e uomini in uniforme tra i servitori dello Stato più credibili e apprezzati del Paese, li circondano di affetto.

Poi però qualcosa s’interrompe: quando si passa dalle persone ai principi, dai militari alla Difesa, dal sacrificio alla sicurezza nazionale, il sentimento cambia, la relazione appare meno solida. E il dibattito diventa nervoso, ideologico, mistificante; le argomentazioni cedono il passo agli slogan e le analisi vengono sostituite dalle tifoserie.

È qui che emerge il vero problema: non siamo più un Paese ostile alle Forze Armate; siamo ancora, però, un Paese che fatica a parlare seriamente di Difesa.

Eppure il mondo attorno a noi è cambiato. La guerra è tornata in Europa, il Medio Oriente continua a bruciare e l’incendio sembra indomabile. Le grandi potenze sono entrate in una nuova fase di competizione strategica, gli attacchi cyber sono una realtà quotidiana. Le infrastrutture critiche sono vulnerabili, l’energia è diventata una questione geopolitica e la sicurezza delle catene produttive è ormai una questione di sovranità nazionale.

In altre parole, la sicurezza è tornata ad essere una delle condizioni fondamentali della libertà. Eppure, proprio mentre la storia bussa nuovamente e rumorosamente alla porta, una parte del dibattito italiano continua a comportarsi come se fossimo ancora negli anni Novanta, nell’illusione che i conflitti siano sempre lontani, che la pace sia irreversibile e che la sicurezza sia un bene garantito per diritto naturale, mentre non lo è.

La principale conclusione che emerge dal Report “Cultura della Difesa – Comunicazione, geopolitica e formazione per l’interesse nazionale”, promosso recentemente da DYNAMES insieme alla Luiss School of Journalism e a FORM& ATP, è tanto semplice quanto scomoda: gli italiani conoscono molto meno la Difesa di quanto essi credano o vogliano far credere.

Le Forze Armate, nel frattempo, hanno compiuto passi avanti enormi. Hanno aperto le caserme alla società civile. Hanno investito nella comunicazione. Hanno rafforzato il dialogo con il mondo accademico (o almeno con quella parte di esso non contaminata dall’ideologia di un pacifismo avulso dalla realtà). Sono presenti nei media e nei social network e hanno imparato a raccontarsi.

Ma questo non è bastato e, soprattutto, non basta. Perché se le Forze Armate hanno evoluto il proprio linguaggio, c’è un limite che non è stato ancora davvero superato: la comunicazione della Difesa continua spesso a mostrarsi più prudente che coraggiosa. È timida, ingessata, come se avesse timore di disturbare, quasi chiedendo il permesso di esistere, consapevole che un errore commesso, ai militari non è mai perdonato e viene amplificato e strumentalizzato. Una comunicazione, quella della Difesa, che appare talvolta autoreferenziale, confinata in circuiti specialistici e incapace di raggiungere con continuità e in profondità il grande pubblico. La conseguenza è evidente: cresce la fiducia verso le istituzioni militari, ma resta limitata la comprensione del loro ruolo strategico.

In una fase storica caratterizzata da guerre, instabilità, competizione geopolitica e minacce senza precedenti, la prudenza rischia di trasformarsi in rinuncia. E quando la Difesa rinuncia a spiegare sé stessa, saranno altri a definirla al suo posto. Quasi sempre attraverso stereotipi, semplificazioni e pregiudizi, come appare evidente in svariati dibattiti televisivi.

Ma la Difesa non è interesse di categoria, né materia per soli specialisti. Non è un tema da confinare nei convegni, nei centri studi o nelle riviste di settore, perché riguarda ogni cittadino, come peraltro recita – troppo spesso inascoltata – la nostra Costituzione all’Articolo 52.

Il risultato di questa timidezza è illustrato anche nel Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes, che restituisce una fotografia particolarmente interessante. Le Forze Armate figurano stabilmente tra le istituzioni che raccolgono il maggiore consenso nel Paese: Aeronautica Militare 74%, Marina Militare 73,6%, Esercito Italiano 71,9%. Percentuali analoghe caratterizzano Guardia di Finanza, Guardia Costiera e Arma dei Carabinieri. Un capitale reputazionale che poche altre istituzioni possono vantare.

Lo stesso Rapporto evidenzia, però, anche una contraddizione significativa. Se gli italiani mostrano rispetto, fiducia e riconoscenza verso le donne e gli uomini della Difesa, faticano ancora a considerare la sicurezza nazionale come un investimento strategico. Il 44,2% degli intervistati ritiene, infatti, che le risorse destinate alla Difesa rappresentino un costo, mentre soltanto il 32,1% le considera un investimento; il restante 23,7% non esprime alcuna opinione. È il paradosso italiano: ci fidiamo di chi garantisce la sicurezza del Paese, ma fatichiamo a riconoscere il valore degli strumenti necessari a garantirla. In altre parole, apprezziamo il risultato ma rifiutiamo di discutere i mezzi che lo rendono possibile.

È qui che emerge il peso di una lunga stagione culturale nella quale la parola “Difesa” è stata troppo spesso raccontata attraverso categorie ideologiche anziché strategiche.

Ancora oggi, nel dibattito pubblico, termini semanticamente diversi come Difesa, riarmo, militarizzazione e guerra vengono utilizzati come sinonimi. Continuare a confonderli significa impedire qualsiasi confronto serio. La Difesa contemporanea non coincide con la guerra, serve esattamente a evitarla.

Comprende – è bene ricordarlo – la deterrenza, la sicurezza energetica, la protezione delle infrastrutture critiche, la resilienza digitale, la sicurezza marittima, la ricerca tecnologica, la protezione civile, l’intelligence, la sicurezza economica e industriale. Riguarda, in definitiva, la protezione delle condizioni che rendono possibile la vita democratica.

Eppure una parte del dibattito politico continua a reagire a questi temi con un riflesso ideologico quasi automatico, soprattutto nei periodi pre-elettorali.

È allora che la complessità viene sacrificata alla ricerca del consenso immediato. Le sfumature spariscono, gli slogan sostituiscono le argomentazioni e si torna a rappresentare il mondo come uno scontro immaginario tra pacifisti e militaristi.

Una caricatura utile, forse, per raccogliere qualche voto, ma disastrosa per comprendere la realtà. Perché sostenere la Difesa non significa desiderare la guerra, così come sostenere la pace non significa ignorare le minacce. Un pacifismo autentico dovrebbe interrogarsi su come preservare la pace. Quello ideologizzato, invece, finisce talvolta per rifiutare perfino gli strumenti che consentono di proteggerla.

Pace, libertà e democrazia non di difendono da sole: lo ha ricordato recentemente il ministro Guido Crosetto, definendo la Difesa un patrimonio culturale e civile della Repubblica, prima ancora che uno strumento operativo dello Stato.

Ed è esattamente qui che entra in gioco la formazione. La scuola italiana continua a dedicare uno spazio insufficiente alla comprensione della sicurezza nazionale. Non si tratta di introdurre forme di educazione militare, si tratta di fare educazione civica sul serio. I media, dal canto loro, sembrano aver abdicato al loro ruolo pedagogico.

La diffusa ignoranza sul ruolo della Nato, delle alleanze internazionali, delle missioni all’estero, delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine, della Protezione Civile e dell’Intelligence sono il risultato del “sonno della coscienza civica”, che impedisce ai più di comprendere il mondo in cui viviamo.

Ignorare questi temi non rende una società più democratica, la rende semplicemente più vulnerabile. Allo stesso modo andrebbe superata una delle contrapposizioni più ricorrenti del dibattito pubblico italiano: quella tra spese per la Difesa e investimenti in sanità, scuola o welfare. È una contrapposizione apparentemente intuitiva ma sostanzialmente fuorviante. Uno Stato moderno, democratico e maturo, infatti, non sceglie tra sicurezza e sanità, tra difesa e istruzione, perché tutte queste funzioni concorrono alla tutela e al progresso della comunità nazionale.

Senza sicurezza non esiste sviluppo economico, e senza sviluppo economico non esistono le risorse necessarie per finanziare sanità, istruzione e protezione sociale. In poche parole, la sicurezza non compete con il welfare, ne è una delle condizioni di esistenza.

Ferruccio de Bortoli ha sintetizzato quest’ambiguità con una frase efficace: l’Italia sembra aver compreso la necessità di investire nella Difesa, ma continua ad avere paura di dirlo.

Probabilmente è vero. Perché il problema non è più costruire fiducia verso le Forze Armate: quella esiste già. La vera sfida è trasformare quella fiducia in consapevolezza.

Oltre a conoscenza e responsabilità, anche la memoria costituisce uno strumento per fare un salto di qualità culturale. Ce lo ricorda, ad esempio, il Cimitero Americano di Firenze, dove riposano oltre 4.400 soldati statunitensi caduti per la liberazione dell’Italia, ricordati in modo solenne e devoto nel Memorial Day del 25 maggio scorso. Ce lo ricordano quelle file ordinate di croci bianche che raccontano una verità semplice e spesso dimenticata: la libertà non è una condizione naturale, ma una conquista. E ogni generazione ha il dovere di comprenderne il costo.

In fondo, la vera Cultura della Difesa nasce qui: non dall’esaltazione della forza, ma dalla consapevolezza che libertà, sicurezza e democrazia non sono rendite permanenti della storia, ma beni fragili. Una democrazia che non comprende la propria difesa difficilmente riuscirà a difendere sé stessa.

Una nuova Assemblea costituente per il futuro. Gli auguri liberali di Sterpa alla Repubblica

2 June 2026 at 13:17
Festeggiamo 80 anni di libere istituzioni democratiche, festeggiamo la fine di alcune delle dittature del Novecento e festeggiamo una libertà sempre presidiata e garantita. Abbiamo voglia di festeggiare, però, non solo il passato glorioso ma anche il futuro.
Per farlo, visto che non si riesce più ad approvare riforme costituzionali con le regole scritte in assemblea costituente – come ci dimostra da ultimo il referendum sulla giustizia – occorre trovare il modo per rafforzare le nostre regole comuni.
Quelle regole in gran parte sono scritte proprio nella Costituzione che oggi merita di essere aggiornata perché non solo il paese reale è cambiato, ma anche perché è mutato il sistema politico e istituzionale. Ciò non significa che la Costituzione sia da buttare, anzi. È da rafforzare.
Rispetto al 1946 sono mutate troppe cose che meritano di essere riflesse nella Costituzione e da essa ricevere la luce dei nostri valori.
Non siamo più in un paese povero distrutto dalla guerra e pienamente sovrano nelle sue scelte: siamo uno dei paesi del G7 e partecipiamo ad un processo di integrazione europea che ci rende autonomi da soli e sovrani con altri 26 paesi.
Ma c’è di più. Siamo nella complessità globale e mentre nel 1946 impiegavamo ore per raggiungere un posto a pochi km di distanza, oggi ci spostiamo da Roma a Milano in meno di tre ore.
Allora spedivamo lettere e cartoline per sapere come andasse lontano da casa, mentre adesso basta un istante per vedersi on line. Potremmo continuare per molto con questi esempi. Quello che conta è segnalare che chi ama la Costituzione non ne difende la forma scritta, ma la sostanza giuridica e valoriale.
La politica non riesce a farlo perché è schiacciata sulle logica del consenso elettorale e non quello che consegna la responsabilità comune come fecero 80 anni fa fino ad approvare tutti insieme un testo che non accontentava tutti ma permetteva a tutti di guardare il futuro con gli occhi della fiducia.
Una proposta di legge costituzionale giace in Parlamento (figlia di una idea della Fondazione Luigi Einaudi) e da lì si potrebbe partire.
Nel 2027 voteremo per le elezioni politiche ma potremmo anche eleggere -a parte- una assemblea costituente alla quale delegare il potere di riforma della Carta nella sua seconda parte almeno.
I puristi degli archetipi ci diranno che le Costituzioni si fanno ex novo solo dopo grandi eventi come furono allora la guerra e il fascismo.
Grazie al cielo quelle violenze non le subiremo mai più, ma proprio per questo un “costituzionalismo di aggiornamento” non può aspettare i drammi.
Bastano i cambiamenti attuali a dirci che tutto intorno alla Costituzione il mondo è molto diverso. Rule of law e libertà sono minacciate da esercizi tradizionali e nuovi del potere, dalla volontà imperiale di autocrazie alla tecnologia digitale in mano a pochi.
Se la politica non riesce, come nel 1946, ci pensi il popolo. Se invece la politica partitica intende proteggere se stessa dal nuovo usando la Costituzione non si stupisca se un giorno questa Carta sulla quale giuriamo e studiamo non riesca a mordere la realtà.
Festeggeremo ancora qualcosa a quel punto?

Tra realismo e multilateralismo. La lezione del Quirinale sulla politica estera secondo Curti Gialdino

2 June 2026 at 09:49

Il discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella il 1° giugno 2026 dinanzi al Corpo diplomatico accreditato offre un articolato quadro di riferimento sulla postura strategica e giuridica dell’Italia, delineando una strenua difesa dell’ordine multilaterale e del principio di legalità internazionale in una fase di marcato logoramento degli equilibri globali.

L’intervento ha preso le mosse dai lavori della Costituente, individuando nell’articolo 11 della Carta il fulcro di una visione che interpreta il ripudio della guerra come il definitivo superamento della sovranità assoluta di stampo ottocentesco.

In quest’ottica, le limitazioni di sovranità non sono concepite come una rinuncia, bensì come la precondizione dogmatica per l’adesione a un ordinamento sovranazionale orientato alla pace e alla giustizia.

Sotto il profilo internazionalistico, la ricostruzione descrive correttamente la genesi della Repubblica all’interno della comunità degli Stati.

Tuttavia, l’accostamento normativo tra l’adesione all’Onu, i processi di integrazione europea e la partecipazione all’Alleanza Atlantica merita un distinguo. Mentre i primi due ambiti rispondono, infatti, a una parziale cessione di sovranità per fini universalistici o comunitari, la Nato si configura come un’alleanza militare regionale basata sulla logica della difesa collettiva e della deterrenza.

Questa asimmetria strutturale riflette la complessa coesistenza, nella politica estera italiana, tra l’idealismo multilaterale delle Nazioni Unite (oggi paralizzato dai veti incrociati nel Consiglio di Sicurezza) e il pragmatismo delle alleanze difensive di blocco.

Un secondo nodo teorico riguarda il ruolo delle missioni di pace e delle Corti internazionali, indicate nel discorso come presidi di una civiltà fondata sul primato del diritto sulla forza delle armi. L’affermazione del valore vincolante delle pronunce giurisdizionali, specie in materia di diritti umani, si scontra tuttavia con il cronico deficit di effettività che caratterizza l’ordinamento giuridico internazionale.

La mancanza di un potere sanzionatorio centralizzato e coercitivo riduce frequentemente l’efficacia delle sentenze a mere declamazioni di principio, la cui esecuzione resta subordinata alla volontà politica degli Stati o ai rapporti di forza, evidenziando una faglia profonda tra la dimensione precettiva del diritto e la sua applicazione reale.

Nell’esaminare i conflitti contemporanei – dall’invasione russa dell’Ucraina all’escalation in Medio Oriente – il Quirinale ha adottato il lessico rigoroso della responsabilità internazionale, riaffermando i principi di sovranità territoriale e di inviolabilità delle frontiere.

Se tale lettura appare ineccepibile sul piano del diritto positivo occidentale, non va sottaciuta la crisi di legittimità che colpisce le norme stesse. L’applicazione delle regole internazionali è infatti contestata da ampi settori del Sud globale, che denunciano una prassi asimmetrica e un doppiopesismo geopolitico nella gestione delle diverse crisi umanitarie e territoriali.

Questo divario normativo evidenzia che il diritto internazionale non è oggi percepito in modo uguale, ma risente della polarizzazione globale.

Il monito presidenziale contro la rassegnazione interviene direttamente nel dibattito classico tra idealismo e realismo politico.

La tesi del Quirinale propone un rovesciamento della dottrina realista, sostenendo che l’osservanza della legalità internazionale non sia un’utopia astratta, bensì la massima espressione di pragmatismo per garantire la sopravvivenza globale ed evitare il conflitto perpetuo.

Sebbene tale postura sia coerente con l’impianto costituzionalista, la scuola del realismo politico non può essere liquidata come una semplice deriva cinica.

Essa, infatti, ha il merito di ricordare che il diritto, per spiegare i propri effetti, necessita di una sottostante stabilità politica ed economica, e che la ricerca di un equilibrio di potenze diventa una necessità ineludibile laddove le istituzioni multilaterali falliscono.

Infine, il richiamo alla diplomazia ne ricolloca l’azione nell’alveo naturale di metodo per la prevenzione delle controversie e strumento di decodifica delle dinamiche transnazionali, ponendola come alternativa strutturale alla logica dei blocchi contrapposti.

In sintesi, il discorso presidenziale riafferma la linea tradizionale della politica estera italiana, ancorata al rule of law. L’esame del testo evidenzia come la difesa dell’ordine basato sulle regole rimanga un passaggio logico e costituzionale imprescindibile, sebbene la comunità dei giusinternazionalisti e i decisori politici restino confrontati con la necessità di colmare la distanza, sempre più marcata, tra le norme internazionali e la realtà frammentata delle relazioni globali.

Rinnovare la Repubblica per affrontare le nuove minacce. La riflessione di Giancotti

2 June 2026 at 08:47

La rapidissima turbolenza che il nostro mondo sta vivendo nasce dalla rottura degli equilibri della Guerra Fredda, basati sulla forza e sul bisogno di pace, dopo lo spaventoso massacro della Seconda Guerra mondiale.

Allora, da quegli equilibri, da quel bisogno e da molto altro nacquero la Repubblica, che oggi festeggiamo e, attraverso un lungo processo di integrazione ancora in divenire, l’Unione Europea.

Emerge oggi un mondo multipolare, con il suo corollario di competizione, conflitti collegati, guerre feroci: un disordine globale, in apparente continua accelerazione, che sfida le realtà esistenti.

Al contempo, dopo “inverni” e lunghe incubazioni, tecnologie dall’impatto epocale, profondo, sistemico, difficile da comprendere e governare irrompono sulla scena. Esse generano per pochissimi ricchezze e potere immensi e cambiano la vita di miliardi di persone.

La Festa della Repubblica di oggi è dunque molto diversa per temi e contesto da quelle di non molti anni fa. Festeggiarla, oltre ai simbolismi necessari, richiede comprenderne le sfide attuali e promuoverne le prospettive. 

Le democrazie “vincitrici” della Guerra Fredda sono in crisi. Gli indicatori democratici sono in continuo regresso da venti anni. Autocrazie assertive e a volte aggressive sfidano spregiudicatamente gli equilibri percepiti come sfavorevoli. Chiare tendenze autocratiche emergono anche in democrazie consolidate. Poteri forti detentori della tecnologia conclamano visioni elitarie per il governo globale. In questa particolarissima congiuntura, elemento fondamentale della competizione in atto, è altresì in corso una intensa guerra ibrida, che attacca la fiducia e la coesione dei sistemi sociali e la solidarietà tra le democrazie attraverso disturbo con azioni opache multidominio, difficilmente attribuibili, attraverso disinformazione e malinformazione, generando disordine informativo, incertezza e confusione. Essa intimidisce e polarizza le opinioni pubbliche per scopi ostili, secondo il primo principio del pensiero strategico: vincere senza combattere. I guerrieri ibridi avversari hanno una struttura complessa e ben organizzata, un corpo dottrinale e una cultura sviluppati e molta pratica e spesso hanno successo. La guerra ibrida continuerà a lavorare contro la Repubblica e le sue alleanze ben oltre la fine dei conflitti cinetici in corso: costa poco, presenta rischi ridotti, se funziona ha impatto strategico primario. Dobbiamo preparaci a proteggere il Paese e l’Europa da entrambi, ma la natura subdola e persistente della prima richiede strategie acute, determinate e pazienti.

In realtà, anche nel processo democratico vi sono sempre stati disinformazione, malinformazione e misinformazione. Basta osservare una campagna elettorale. Ma tale processo è pubblico, dialettico, in un quadro di pesi e contrappesi istituzionali, politici, giudiziari. Gli attori della società civile hanno possibilità di difendere i loro interessi. Ciò genera un equilibrio, delicato, in continua correzione, che mitiga in buona misura gli inquinamenti epistemici “tradizionali”. Se nel breve termine esso può sbilanciarsi verso opinioni lontane dalla realtà, nel medio-lungo termine, attraverso i cicli elettorali, può correggersi e ricostruire una comprensione del mondo condivisa dai più.

Il degrado di una comprensione condivisa non viene solo dalle fragilità intrinseche del processo democratico e dalla guerra ibrida che le attacca, ma anche da altre provenienze, non necessariamente ostili. La tecnologia dell’informazione dei giganti del web è pilotata dalla ricerca del profitto, non del bene pubblico. Essa premia la dipendenza da algoritmi manipolativi, che promuovono la micro-frammentazione dell’attenzione e della conoscenza. La ricerca evidenzia un crescente impoverimento cognitivo, una notevole esposizione a bias, allucinazioni, risposte compiacenti, false. Misinformazione, inquinamento epistemico sono iniettati di continuo nel corpo sociale per massimizzare il profitto di pochi.

Alle distorsioni “fisiologiche” del processo politico e alle influenze di attacchi ibridi ostili si sovrappone l’utilizzo ai fini politici del cyberspazio e dell’enorme quantità di dati personali raccolti sui social media. Ciò ha permesso di profilare gli elettori e manipolare consultazioni politiche tramite uso di intelligenza artificiale in campagne mirate. La ricerca e documentari come “The Great Hack”, “The Social Dilemma” e “Coded Bias” mostrano dinamiche e impatto, a volte decisivo, di strategie di influenza antidemocratiche endogene al sistema politico. Il campo di battaglia è la mente umana, con i suoi molti limiti, ben evidenziati dalla ricerca neuroscientifica. Essa si estende da antichi e moderni complottismi, terrapiattismi, cacce alle streghe, fino al pensiero critico, sistemico, creativo. Per il quale non si osserva investimento formativo sistematico. Difficile contrastare il volume e la velocità di questi flussi informativi, difficile bilanciare il diritto fondamentale alla libertà di espressione con la protezione della democrazia. Ma perseguire garanzie ed equilibri sostenibili nell’ambito del processo democratico pur imperfetto che citavamo è irrinunciabile. Per il paradosso di Popper: una tolleranza illimitata porta inevitabilmente alla scomparsa della tolleranza stessa. 

Oltre alle influenze più o meno intenzionali, esterne ed interne, le democrazie sono spesso sconfitte nelle narrative ostili dalla loro incapacità di rispondere ai bisogni dei cittadini. Lentezza, inefficacia, e inefficienza percepite hanno effetto diretto sulla fiducia e la coesione del corpo sociale. 

Certamente negoziare equilibri tra gli interessi di moltissimi attori è più lento e difficile che decidere verticisticamente senza render conto. È vero che in qualche misura la lentezza è un costo della libertà. Tuttavia, efficacia, efficienza, prosperità distribuita sono risorse strategiche fondamentali non solo per il benessere dei cittadini, ma per la protezione della stessa libertà.

Le dinamiche brevemente accennate minacciano la Repubblica.

Come festeggiare dunque la sua festa? Regalandole una visione.

Che possa promuoverla e proteggerla anche in questo nuovo mondo, complesso, veloce, minaccioso. Una visione ambiziosa, efficacemente comunicata, condivisa e agita, che porti una chiara responsabilità in capo alle leadership tutte del Paese, a partire dal sistema politico, fino al sistema della conoscenza a quello economico, a quello dei media e della società civile.

Una visione dove le istituzioni e la Pubblica Amministrazione intendano operare e innovare con l’efficienza di Amazon, ma devote al bene comune, non al profitto. Dove investire nel capitale umano sia considerato come un dovere di ognuno. Dove formazione continua, innovativa e di eccellenza non costituisca sporadica buona pratica, ma un obbligo morale e una strategia operativa diffusa tra le istituzioni formative, scuola, università, tra le istituzioni tutte, le organizzazioni e le imprese. Dove lo sviluppo delle abilità nel pensiero critico, sistemico e creativo per sapere, capire, decidere, agire e correggere in un mondo complesso e incerto siano priorità chiave, al fine di rendere efficaci e resilienti la comprensione condivisa del mondo e le strategie che su di essa si basano. Tra l’altro, solida ricerca mostra che il ritorno sull’investimento di un tale approccio è da sei a otto volte quanto investito.

I grandi sistemi umani si reggono sulle narrazioni fondative: quella fondante della nostra Repubblica è sintetizzata nella Costituzione. La visione per il nuovo mondo può divenire narrazione fondativa ulteriore, che su di essa poggia e si sviluppa. Il miglior regalo per la nostra Repubblica è rinnovarla per un migliore conseguimento dei suoi fini: il bene di tutti noi. Costruire il capitale umano, promuovere il capitale sociale corroso dalle dinamiche del nuovo mondo, rilanciandone l’assoluta priorità, stabilire fiducia in un sistema solidamente democratico, promuovere la coesione sociale pur in una vivace dialettica politica, contro polarizzazione e fanatismi, è necessità esistenziale.

È una visione utopica?  Moltissimi stanno già operando in tal senso, consapevolmente o meno. L’alternativa è subire passivamente rischi molto inquietanti. Nelle crisi, strategia efficace è rilanciare proattivamente, non subire reattivamente. Occorre condividere, raccontare, moltiplicare, scalare, governare. Ognuno può festeggiare la nostra Repubblica contribuendo a tutto ciò. Faremo un dono a noi stessi e a nostri figli.

Le leadership in particolare, non hanno alibi per non farlo.

Buona Festa della Repubblica a tutti noi.

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