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Picierno può federare il centro, oltre il campo largo. Parla Concia

9 June 2026 at 13:57

Prima di tutto, una cosa è certa: il terremoto provocato dall’uscita di Pina Picierno dal Partito democratico non si è esaurito con una lettera di dimissioni. Al contrario, ha aperto una faglia politica che attraversa il centrosinistra, il mondo liberal-democratico e quella vasta area di cittadini che negli ultimi anni ha progressivamente smesso di riconoscersi nelle offerte politiche esistenti. A poche ore dal lancio di Spazio Pubblico, il nuovo soggetto promosso dalla vicepresidente del Parlamento europeo, sono già migliaia le adesioni raccolte. Un segnale che racconta non soltanto la forza di una leadership, ma anche l’esistenza di una domanda politica rimasta finora senza rappresentanza. Di questo, delle prospettive del nuovo progetto e del futuro dell’area riformatrice, Formiche.net parla con Anna Paola Concia, ex parlamentare del Pd, tra le voci più impegnate nella costruzione della nuova iniziativa politica.

Concia, Spazio Pubblico nasce e nel giro di poche ore raccoglie migliaia di adesioni. Cosa vi sta dicendo questo risultato?

Ci sta dicendo che esiste una domanda enorme di partecipazione e di politica seria. Ci stanno scrivendo donne e uomini che da tempo si erano allontanati dall’impegno pubblico, ma anche tantissimi giovani. È un progetto molto dal basso, aperto a chi vuole contribuire. Non parliamo di riformisti, ma di riformatori: persone che vogliono mettere le mani nei problemi e trovare soluzioni concrete alle grandi questioni nazionali e internazionali. La polarizzazione esasperata che stiamo vivendo impedisce di affrontare i problemi e di risolverli. Noi vogliamo fare esattamente il contrario.

Quanto pesa la figura di Pina Picierno in questa fase?

Pina ha una leadership forte e molto chiara. Ha una visione precisa del mondo, dell’Europa e del ruolo che l’Italia deve avere. È una donna che non ha ambiguità e che dice quello che pensa. In una fase come questa è un valore aggiunto. Inoltre rappresenta una leadership femminile importante in un’area politica che spesso è stata segnata da un eccesso di narcisismo maschile.

Le dimissioni dal Pd l’hanno sorpresa?

No. A un certo punto me le aspettavo. Pina ha provato in tutti i modi a costruire un dialogo e a mantenere aperto un confronto politico. Ma nel Pd gliene hanno fatte davvero di ogni. Alla fine è stata spinta verso l’uscita. Non è stata una decisione improvvisa o emotiva, ma il punto di arrivo di una lunga vicenda politica.

Lei e Picierno siete state tra le fondatrici del Partito democratico. Cosa si è rotto?

Io e Pina abbiamo storie diverse, ma un rapporto molto antico e una grande affinità politica e umana. Quello che vedo oggi è una scelta politica precisa: l’abbandono dell’incontro tra culture differenti. Il Pd era nato per mettere insieme storie diverse e costruire una sintesi. Oggi questa vocazione è stata accantonata. Mi pare che il messaggio sia quasi “meno siamo, meglio stiamo”. È una scelta legittima, ma comporta la rinuncia a una vocazione maggioritaria.

In molti osservano che il Pd sta puntando tutto sul campo largo. È questa la differenza di fondo?

Non mi permetto di giudicare il percorso degli altri. Prendo atto che stanno cercando di costruire il campo largo. Semplicemente io non mi riconosco più in quella prospettiva da molto tempo. Populismo e dogmatismo non appartiengono al mio Dna politico e culturale.

Quindi Spazio Pubblico non sarà una componente del campo largo?

No. Spazio Pubblico nasce con una sua identità e una sua autonomia. L’obiettivo è tenere insieme un’area liberal-democratica che vuole affrontare i problemi senza ideologie, senza dogmatismi e senza appartenenze rigide. Vogliamo costruire una casa per chi crede nelle riforme e nella responsabilità.

Quale sarà il prossimo passo?

Stiamo lavorando sui contenuti. Le adesioni sono importanti, frutto di un lavoro dal basso. Vogliamo elaborare proposte sull’Europa, sull’Italia e sul contesto internazionale. Dall’economia alle disuguaglianze sociali, dai diritti civili alla competitività del Paese. Il punto è capire come sbloccare l’Italia e come renderla più forte in un mondo che cambia rapidamente.

State dialogando con le altre realtà dell’area liberal-democratica?

Ci sono confronti aperti e Pina se ne sta occupando direttamente. Penso a Carlo Calenda, a Luigi Marattin e ad altre personalità che si muovono in questo spazio politico. Condivido quello che ha detto Claudio Velardi: bisogna fare piazza pulita di veti, nervosismi, personalismi e impedimenti reciproci.

Picierno può diventare il punto di sintesi di questo mondo?

Credo di sì. Può essere una catalizzatrice dell’area liberal-democratica. E lo dico anche con una battuta affettuosa: non ha testosterone. In una fase in cui spesso prevalgono ego e protagonismi, questa può essere una forza. Ha le caratteristiche per svolgere un ruolo federatore.

Qual è il messaggio che vuole lanciare a chi guarda a questo progetto?

Di tenersi stretti. Sui contenuti le differenze sono molto meno profonde di quanto spesso si racconti. È arrivato il momento di superare i personalismi e lavorare insieme con una visione comune e con senso di responsabilità verso il Paese. La mia è una visione profondamente pragmatica, orientata al futuro. Anche l’esperienza di vivere all’estero da oltre dodici anni mi ha rafforzato in questa convinzione: servono meno identità contrapposte e più capacità di costruire soluzioni.

Il Pd non ha perso la sua identità, ma non può fare a meno dei riformisti. Parla Sensi

6 June 2026 at 08:05

L’addio di Pina Picierno al Partito democratico non è stato un fulmine a ciel sereno. Le tensioni che attraversano il principale partito d’opposizione covavano da tempo, alimentate da una discussione sempre più serrata sull’identità del Pd, sul ruolo dell’area riformista e sul rapporto con il Movimento 5 Stelle. Le dimissioni della vicepresidente del Parlamento europeo hanno però avuto l’effetto di accelerare un dibattito che già agitava il Nazareno e che oggi si allarga ai confini dell’intero campo progressista. In questo quadro, Formiche.net ha raccolto le riflessioni di Filippo Sensi, deputato democratico, voce dell’area riformista del partito.

Come ha vissuto la decisione di Pina Picierno di lasciare il Partito democratico?

Con grande amarezza e dispiacere. L’abbandono di Pina non è un fulmine a ciel sereno, ma questo non rende meno dolorosa la sua scelta. Parliamo di una combattente straordinaria, di una figura autorevole a livello europeo e di una democratica vera. Proprio per questo la sua uscita pesa molto.

Picierno sostiene che il Pd abbia smesso di essere un partito per riformisti e che abbia subito una sorta di mutazione genetica. Condivide questa lettura?

No. Non condivido l’analisi che l’ha portata a lasciare il partito. Il Pd resta un partito riformista. Certo, non stiamo vivendo una stagione particolarmente favorevole ai riformisti, ma questo non significa che il partito abbia smarrito la propria natura. Credo che il Pd sia ancora il luogo migliore in cui condurre una battaglia riformista.

Quindi c’è ancora spazio per i riformisti all’interno del Pd?

Assolutamente sì. Non penso affatto che il riformismo sia destinato a un ruolo testimoniale. Nei partiti esistono stagioni diverse, è sempre stato così. Gli spazi bisogna conquistarli, ma ci sono. Io mi sento profondamente figlio di un partito in cui convivono sensibilità differenti e considero questa pluralità una ricchezza, non un problema.

C’è chi teme che il Pd possa essere attratto da una cultura politica più radicale e identitaria.

Chi coltiva questa tentazione sbaglia. Il Pd non nasce per essere l’attualizzazione di un immaginario comunismo. La sua ragione sociale è un’altra. È un partito riformista, plurale, nel quale convivono culture differenti, come accade nei Labour britannici o nel Partito democratico americano, piuttosto che in quello spagnolo.

Se dovesse nascere un nuovo soggetto riformista fuori dal Pd, come lo giudicherebbe?

Non lo vedrei come un problema. Se c’è un riformismo che nasce oltre il Pd, va benissimo. È accaduto con Carlo Calenda, Matteo Renzi, Luigi Marattin. C’è spazio per tutti e, anzi, potrebbe essere utile. Io però sto nel Pd e resto nel Pd.

Vede le condizioni per la nascita di un nuovo centro riformatore?

Al momento vedo soprattutto intenzioni e desideri individuali. La spinta ascensionale che osserviamo nel Paese, purtroppo, è quella che porta verso Vannacci, non verso un centro riformatore e liberale. Questo è un dato con cui bisogna fare i conti.

Dunque, la sua convinzione è che il Pd non possa fare a meno della sua componente riformista?

No. Il Pd è fatto di un mix di culture e sensibilità. Sottrarne una significherebbe snaturarlo. Non siamo mai stati un partito identitario, con un solo profilo e una sola cultura politica. Il Pd ha bisogno anche dei riformisti.

Veniamo al rapporto con il Movimento 5 Stelle. Lei è stato spesso molto critico. Ora a che punto siamo?

Personalmente non ho nulla a che spartire con il Movimento 5 Stelle dal punto di vista culturale e politico. Continuo a considerarlo un movimento di destra. Detto questo, esiste la realtà e la politica si misura con la realtà. Oggi i 5 Stelle fanno parte dell’opposizione e partecipano allo sforzo di costruire un’alternativa alla maggioranza di centrodestra.

È dunque favorevole all’alleanza?

Sono favorevole a una coalizione molto ampia. Direi a un campo larghissimo. Ma una coalizione non può essere un compromesso al ribasso. Deve fondarsi su un programma di governo costruito attorno alle priorità del Paese. Del resto collaboriamo da anni e abbiamo anche governato insieme durante l’esperienza del Conte II.

Quali sono i limiti invalicabili di questa collaborazione?

Esistono linee rosse che non possono essere superate. Penso innanzitutto all’Ucraina. Anche sul tema delle migrazioni esistono differenze importanti tra Pd e Movimento 5 Stelle. I problemi vanno affrontati e non coperti con una mano di vernice.

Esiste oggi una coalizione competitiva in grado di sfidare il centrodestra?

Dal punto di vista elettorale sì. Da Italia Viva fino ad Alleanza Verdi e Sinistra esiste una compagine che, sondaggi alla mano, può essere competitiva. Il punto è un altro: quale proposta politica e quale visione vogliamo offrire agli italiani?

Qual è il lavoro che manca?

Prepararci per tempo al governo. Dobbiamo lavorare sui grandi temi: economia, salari, sanità, produttività, stipendi, innovazione e digitale. Nei gruppi parlamentari qualche passo avanti è stato fatto, ma sul profilo complessivo dell’offerta politica c’è ancora molto da costruire. Non dobbiamo commettere l’errore della destra: la stabilità, da sola, non basta. Serve una prospettiva credibile di cambiamento.

Sport e diplomazia, la Coppa del Mondo inizia a… Cafe Milano

4 June 2026 at 15:53

Ci sono luoghi che, con il tempo, smettono di essere semplici indirizzi. Diventano simboli. Succede quando la politica, la diplomazia, l’economia e le relazioni internazionali finiscono per incrociarsi sempre nello stesso posto. A Washington quel luogo è Café Milano.

E non sorprende che, nel lungo viaggio di avvicinamento ai Mondiali del 2026, la Fifa abbia scelto proprio il ristorante di Georgetown per celebrare l’evento sportivo più seguito del pianeta.

Un luogo che da anni rappresenta una sorta di diplomazia parallela, dove i tavoli contano quasi quanto gli uffici e dove le conversazioni informali spesso anticipano quelle ufficiali. Per una sera, sotto i riflettori, c’è stata la Coppa del Mondo.

Ma il vero protagonista è stato il contesto. Perché il trofeo più ambito del calcio mondiale è approdato nel cuore della capitale americana, tra ambasciatori, membri dell’amministrazione statunitense, dirigenti internazionali e personalità dello sport.

Un parterre che racconta molto della trasformazione del calcio in uno strumento di soft power globale. A fare gli onori di casa, accanto a Franco Nuschese, è stato il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Il numero uno del calcio mondiale ha scelto il registro dell’ironia per rompere il ghiaccio. “Nel resto del mondo chiamiamo football un gioco che si gioca con i piedi.

Qui chiamate football un gioco che si gioca con le mani”, ha detto sorridendo. Poi la sintesi perfetta dello spirito dell’evento: chiamatelo football o soccer, poco importa.

L’importante è partecipare alla festa. Una festa che guarda già all’estate del 2026, quando Stati Uniti, Canada e Messico ospiteranno il primo Mondiale a 48 squadre della storia. Un evento che la FIFA presenta come il più inclusivo e partecipato di sempre e che, secondo le previsioni, coinvolgerà miliardi di persone in ogni angolo del pianeta.

Al centro della sala, custodita con attenzione quasi cerimoniale, la Coppa del Mondo attirava sguardi e fotografie. Trentasei centimetri di altezza, rivestita in oro, con le due figure umane che sorreggono il globo terrestre. Un oggetto che travalica la dimensione sportiva per diventare icona culturale.

Attorno, gli ospiti si muovevano con la stessa curiosità riservata alle grandi opere d’arte o ai simboli della storia contemporanea.

Tra i presenti figuravano il Segretario al Commercio degli Stati Uniti Howard Lutnick, il senatore Bill Hagerty, il deputato Darin LaHood, numerosi ambasciatori accreditati a Washington e protagonisti del calcio americano come Alexi Lalas e Stu Holden.

Un mosaico di presenze che ha restituito l’immagine di un torneo ormai capace di parlare contemporaneamente il linguaggio dello sport, della politica e degli affari.

Del resto, il luogo scelto non è casuale. Fondato nel 1992 da Franco Nuschese, originario di Minori, Café Milano è diventato negli anni una vera istituzione della Beltway. Da Barack Obama a Clinton, da Joe Biden ai leader stranieri in visita negli Stati Uniti, intere stagioni della politica americana sono passate dai suoi tavoli.

Non a caso Formiche lo ha definito il luogo dove “si prendono le misure di chi conta”, una sorta di crocevia permanente del potere washingtoniano.

Nuschese ha voluto sottolineare proprio questo aspetto. “L’ospitalità italiana abbassa le distanze e crea fiducia”, ha spiegato. Una filosofia che trova conferma nella storia del locale e che, per una sera, si è sposata con la dimensione universale del calcio. A suggellare il momento è arrivato anche un omaggio alla Costiera Amalfitana.

Il maestro ceramista Vittorio Ruocco ha realizzato un piatto decorato a mano dedicato alla FIFA e al Mondiale 2026, donato a Infantino come simbolico ponte tra Minori e Washington. In fondo, il significato della serata è tutto qui. Il Mondiale deve ancora iniziare, ma la sua diplomazia è già in campo.

E passa anche da un tavolo apparecchiato nel cuore di Georgetown, dove l’italianità incontra il potere e il calcio diventa linguaggio universale.

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