Normal view

Received — 9 June 2026 Il Fatto Quotidiano

Libano, Tiro è sotto le bombe di Israele: in pericolo il tesoro archeologico Unesco. “Colonne e mosaici danneggiati dai raid”

9 June 2026 at 15:12

La pioggia di proiettili va avanti da giorni. Domenica i raid hanno colpito vicino alle aree archeologiche dichiarate dall’Unesco “Patrimonio dell’Umanità”. Lunedì il ministero della Cultura e la Direzione Generale delle Antichità di Beirut hanno denunciato danni al patrimonio culturale. Oggi, 9 giugno, l’esercito ha emesso un nuovo ordine di evacuazione per la città, i suoi campi profughi e le zone circostanti e per la prima volta anche per il quartiere cristiano. Tiro, scrigno di capolavori dell’antichità del Libano meridionale, è nel mirino di Israele e il suo tesoro, avvertono gli addetti ai lavori, è in pericolo.

L’ultimo rinnovo dell’accordo di cessate il fuoco tra Tel Aviv e Beirut è stato ufficializzato mercoledì 3 giugno. Da allora però le Israel Defense Forces non hanno smesso di colpire e dare la caccia a Hezbollah, che l’intesa non l’ha firmata. Lunedì Tiro è tornata nel mirino. Secondo le autorità, i bombardamenti di domenica hanno colpito l’area archeologica urbana di Al Mina, mentre il sito di Al Bass, che si trova a circa 2 chilometri dal centro, aveva già subito danni in una fase precedente del conflitto.” I raid, ha spiegato Ali Badawi, direttore regionale dei siti archeologici per il Libano meridionale, hanno avuto “il peggior impatto” sulle aree antiche della città dall’inizio della guerra. “La quantità di detriti e i danni al sito sono ingenti – ha aggiunto -. Alcuni reperti sono stati danneggiati dalla caduta di detriti, che le esplosioni hanno sparso su una vasta area, colpendo un gran numero di elementi: colonne, capitelli, basi, mosaici“. L’Unesco è stata informata ma la conta dei danni è impossibile: gli esperti non possono recarsi sul posto a causa dei bombardamenti.

Solo il 29 maggio l’Agenzia delle Nazioni Unite aveva condannato “fermamente gli attacchi illegali contro i beni culturali”. Non è servito a nulla. Il 31 maggio la Brigata Golani ha conquistato il castello di Beaufort, nel governatorato di Nabatieh, dopo giorni di raid aerei nell’area. Più a sud i raid hanno gravemente danneggiato la cittadella di Chama’, roccaforte nella regione del Monte Amel. Quindi le Idf hanno intensificato il fuoco su Tiro, già oggetto di bombardamenti fin da marzo. Tutti e tre i siti rientrano tra i 73 monumenti libanesi a cui l’Unesco ha concesso la “protezione provvisoria rafforzata” prevista dalla Convenzione dell’Aia del 1954 e dal Secondo Protocollo del 1999.

Nel novembre 2024 la lista contava 34 siti. Ad aprile l’Agenzia Onu, che dall’inizio della guerra “ha ricevuto segnalazioni di danni a oltre 20 siti culturali diversi tra cui siti Patrimonio dell’Umanità e altri di importanza nazionale”, ha esteso la protezione ad altre 39 aree. Un record, secondo i dati Unesco. Al secondo posto figura l’Ucraina, con 46 aree sottoposte a protezione rafforzata in quanto paese in cui è in corso una guerra, seguita dal Burkina Faso (11), il Messico (10) e lo Yemen (7). I beni iscritti nella Lista Internazionale dei Beni Culturali con Protezione Rafforzata beneficiano del più elevato livello di tutela previsto dal diritto internazionale contro gli attacchi e l’utilizzo a fini militari e aprire il fuoco contro di loro può costituire un crimine di guerra.

“Faccio un appello affinché si eviti di colpire le zone archeologiche del Paese – ha dichiarato lunedì il ministro della Cultura libanese Ghassan Salame – in particolare le rovine di Tiro, che fanno parte del patrimonio dell’umanità” e – sia il sito di Al Mina che quello di Al Bass – sono inserite nel tessuto urbano o sorgono a ridosso di quartieri densamente popolati di una città che supera i 100mila abitanti. La cronaca delle prossime ore dirà se Israele accoglierà o meno l’invito.

L'articolo Libano, Tiro è sotto le bombe di Israele: in pericolo il tesoro archeologico Unesco. “Colonne e mosaici danneggiati dai raid” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Libano, il 41% dei raid a nord del fiume Litani: così Israele ha esteso verso Beirut la guerra a Hezbollah

9 June 2026 at 06:43

C’era una volta la “zona cuscinetto” estesa fino al fiume Litani, limite – politico e simbolico oltre che strategico – oltre il quale ricacciare Hezbollah. Per anni il corso d’acqua che si trova a 30 km a nord della Blue Line è stato indicato da Israele come il punto di equilibrio per garantire la sicurezza del nord di Israele. “Se il mondo non rimuoverà Hezbollah a nord del fiume Litani in conformità con la Risoluzione 1701, Israele lo farà”, disse nel settembre 2024 l’allora ministro degli Esteri Israel Katz, oggi responsabile della Difesa. All’epoca l’obiettivo di Tel Aviv era applicare il documento delle Nazioni Unite che dal 2006 prevede una zona libera da milizie tra la “Blue Line” e, appunto, il Litani. Oggi i dati raccontano una realtà diversa: le Israel Defense Forces hanno spinto la guerra ben oltre quella linea.

I report settimanali dell’Alma Research and Education Center, think tank contiguo all’intelligence delle Idf, relativi al periodo tra il 25 maggio e il 7 giugno mostrano una tendenza evidente: mentre Hezbollah concentra sempre più i propri attacchi contro le truppe israeliane nel Libano meridionale, la Israel Air Force ha ampliato il raggio geografico delle proprie operazioni aeree colpendo con regolarità aree situate a nord del Litani.

Nella settimana dal 25 al 31 maggio l’aeronautica di Tel Aviv ha effettuato 514 ondate di attacchi. Di queste, 237 hanno colpito a nord del fiume. Dal 1° al 7 giugno, i raid sono scesi a 286, ma ben 103 sono stati condotti ancora una volta oltre il corso d’acqua. In entrambe le settimane circa il 40% delle operazioni israeliane ha interessato aree che si trovano a nord della fascia meridionale che per anni è stata considerata il principale problema di sicurezza per Israele.

Ancora più significativo è il dato complessivo. Dal 17 aprile, inizio del cessate il fuoco, al 7 giugno secondo Alma l’aviazione israeliana ha effettuato 1.747 ondate di bombardamenti in Libano. Di queste, 716 hanno colpito obiettivi a nord del Litani, mentre altre 50 si sono spinte nella valle della Bekaa e cinque nel governatorato del Monte Libano. I report mostrano una progressione della quota di raid oltre il fiume: circa il 36% tra il 17 aprile e il 19 maggio, salita poi tra il 45 e il 46% nelle ultime settimane di maggio, con quasi un bombardamento su due effettuato oltre il fiume. Dopo il picco di fine maggio la quota si è stabilizzata intorno al 40–41% nel periodo fino al 7 giugno. Anche Beirut è tornata nel mirino, con tre attacchi.

La stessa analisi strategica israeliana sembra essersi evoluta. Se fino al 2024 il dibattito ruotava attorno alla necessità di allontanare Hezbollah dal confine, negli ultimi mesi diversi osservatori hanno evidenziato come droni e razzi continuino a essere lanciati da postazioni situate ben oltre il Litani. In questa prospettiva, controllare o “bonificare” il territorio a sud del fiume non sarebbe sufficiente a eliminare la minaccia. Tra il 1° e il 7 giugno, infatti, le truppe di terra israeliane si sono spinte almeno fino al fiume Zahrani, che si trova 25 km più a nord del Litani e hanno più volte intimato alla popolazione di evacuare le abitazioni e trasferirsi a nord dello stesso corso d’acqua.

Il caso più emblematico si è verificato il 7 giugno, quando un raid ha colpito la Dahieh, la periferia meridionale di Beirut. Considerata il principale bastione politico e organizzativo del Partito di Dio, l’area non ha alcuna relazione geografica con la sicurezza immediata delle comunità israeliane lungo il confine, ma costituisce il cuore del sistema di comando del movimento sciita. Colpire lì significa andare oltre la logica della fascia di sicurezza e puntare alle strutture strategiche dell’organizzazione.

Il cambio di strategia è evidente anche nelle dichiarazioni dei vertici istituzionali israeliani. Il 24 marzo Katz ha annunciato che le Idf avrebbero “controllato i ponti e la zona di sicurezza fino al Litani“. Il 21 aprile il ministro della Difesa ha compiuto un ulteriore passo, affermando che Tel Aviv agirà anche “contro le minacce provenienti da nord del Litani e da tutto il territorio libanese“. A confermare il cambiamento è stato Benjamin Netanyahu. Il 29 maggio, visitando le truppe schierate sul fronte, il premier ha rivendicato l’avanzata di terra in corso da giorni verso nord: “Le nostre forze hanno oltrepassato il fiume Litani e avanzano per controllare le posizioni dominanti”.

La dichiarazione fotografa la trasformazione della guerra. Oggi il Litani appare sempre meno come il traguardo dell’operazione e sempre più come una tappa già superata. A cambiare non è stata soltanto la geografia dei raid, ma il significato politico del Litani: da linea oltre la quale Hezbollah doveva arretrare, il fiume è diventato una linea che Israele considera insufficiente per garantire la propria sicurezza. Ora l’obiettivo è colpire il movimento sciita in profondità nel territorio libanese.

L'articolo Libano, il 41% dei raid a nord del fiume Litani: così Israele ha esteso verso Beirut la guerra a Hezbollah proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌