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“8647” a due passi dalla Casa Bianca: è allarme a Washington prima del compleanno di Trump

Un gigantesco “8647” apparso sui prati del National Mall di Washington ha fatto scattare l’allarme delle autorità federali a pochi giorni dagli attesi festeggiamenti alla Casa Bianca per l’80esimo compleanno di Donald Trump, previsti domenica e accompagnati anche da un evento Ufc. La sequenza numerica, visibile dalle immagini live della webcam posta sul Washington Monument, è comparsa come una vasta area di erba scolorita nella zona del Mall a est del memoriale della Seconda guerra mondiale.

Non è ancora chiaro quando i numeri siano stati tracciati. Secondo la Cnn, nelle fotografie del National Mall scattate il 5 giugno da Getty Images la scritta non risultava visibile. Le immagini di EarthCam mostrano invece i numeri emergere progressivamente nel corso di alcuni giorni. Da terra, giovedì pomeriggio, i segni non erano facilmente distinguibili, ma diversi testimoni hanno riferito la presenza di mezzi di emergenza che hanno bloccato l’area intorno alle 13, mentre la squadra di paracadutisti dell’esercito, i Golden Knights, atterrava sul Mall.

Il significato del numero “8647” e l’allarme delle autorità

La sequenza “8647” viene generalmente usata come simbolo di opposizione a Trump, 47esimo presidente degli Stati Uniti. Ma l’amministrazione la interpreta anche come possibile allusione minacciosa: nello slang americano il numero “86”, nato nel settore della ristorazione per indicare la necessità di eliminare o rimuovere un ordine o un cliente, può essere usato anche nel senso di “fare fuori” qualcosa o qualcuno.

“Ogni minaccia contro il presidente viene presa molto seriamente dal dipartimento, e la nostra U.S. Park Police indagherà su questo episodio e assicurerà i responsabili alla giustizia”, ha dichiarato un portavoce del dipartimento dell’Interno, da cui dipende la gestione del National Mall. Lo stesso portavoce ha definito le scritte un “folle atto di vandalismo” che “non sarà tollerato”.

La U.S. Park Police ha precisato che la causa dello scolorimento dell’erba non è stata ancora determinata. Sono stati raccolti campioni per effettuare analisi. Secret Service e Fbi hanno rimandato ogni commento alla polizia dei parchi federali, che sta conducendo l’inchiesta. Una fonte delle forze dell’ordine citata dalla Cnn ha spiegato che il Secret Service collaborerà con la Park Police nel momento in cui sarà individuato un sospetto.

Dura la reazione della Casa Bianca. “Chiunque compia o sostenga violenza politica o cultura dell’assassinio deve essere condannato nei termini più duri possibili”, ha dichiarato il portavoce del presidente, Davis Ingle. “Devono ricevere immediatamente sostegno psichiatrico per curare il grave caso di sindrome da follia anti-Trump che ha minato i loro cervelli”, ha aggiunto.

Il precedente Comey e il clima politico attorno al simbolo

La vicenda si inserisce in un clima già teso attorno all’uso politico della sequenza “8647”. Nei mesi scorsi l’ex direttore dell’Fbi James Comey era finito al centro di una bufera per aver pubblicato sui social una fotografia che mostrava alcune conchiglie disposte su una spiaggia in modo da formare proprio quei numeri. Dopo le proteste dei commentatori conservatori, Comey aveva cancellato il post, negando qualsiasi intenzione violenta.

Il dipartimento di Giustizia lo ha poi incriminato con l’accusa di aver diffuso una “grave espressione dell’intento di danneggiare il presidente degli Stati Uniti”. L’ex capo dell’Fbi, storico avversario di Trump dai tempi del licenziamento seguito all’avvio dell’inchiesta sul Russiagate, dovrebbe andare a processo in ottobre. La difesa si prepara a chiedere l’archiviazione, sostenendo che il caso sia un nuovo esempio di giustizia politicizzata e usata per appagare lo spirito vendicativo del presidente. Comey, nei mesi scorsi, era già riuscito a far archiviare precedenti accuse di falsa testimonianza mosse contro di lui dal dipartimento di Giustizia.

A complicare il quadro c’è anche una recente decisione di un giudice federale, che il mese scorso ha stabilito che il numero “8647” non può essere automaticamente considerato una minaccia. In quel caso, il tribunale aveva deciso che una bandiera con quei numeri esposta davanti al palazzo di giustizia di Washington non dovesse essere rimossa, richiamando la tutela della libertà di espressione garantita dal Primo emendamento.

Intanto, l’episodio del National Mall arriva mentre Washington si prepara a un fine settimana di grande attenzione per la sicurezza, legato alle celebrazioni per il compleanno di Trump e alla presenza di grandi folle nella capitale. La Casa Bianca, già più volte teatro di trasformazioni legate alle passioni personali dei presidenti, si appresta così a vivere un nuovo appuntamento pubblico sotto la sorveglianza rafforzata delle autorità federali.

Non sarebbe la prima volta che gli spazi della residenza presidenziale vengono adattati alle abitudini dei suoi inquilini. Barack Obama fece trasformare uno dei campi da tennis in un campo da basket per potersi allenare anche alla Casa Bianca. Già nel 1991 George H. W. Bush, presidente sportivo appassionato di corsa, tennis e nuoto, aveva fatto realizzare un mezzo campo da basket. La sua vera passione, però, era l’horseshoe, il gioco del lancio dei ferri di cavallo: nel 1989 fece costruire un campo apposito e nel 1991 vi si esibì davanti alla regina Elisabetta, che durante una visita alla Casa Bianca gli regalò quattro ferri di cavallo d’argento.

All’interno della residenza resta invece celebre la piccola sala da bowling realizzata, a spese dello Stato del Missouri, per il 63esimo compleanno del presidente Harry Truman. Fu poi ampliata da Richard Nixon, grande appassionato di bowling.

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Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la fine della guerra in Iran, con un accordo che prevederebbe anche la riapertura dello Stretto di Hormuz. La ratifica dovrebbe avvenire in Europa nei prossimi giorni e, secondo quanto dichiarato, la Repubblica islamica avrebbe deciso di non dotarsi dell'arma nucleare. Poche ore dopo, è arrivata la smentita di Teheran, secondo cui non vi è ancora una conclusione definitiva sull'accordo con gli Usa.

Dall’uccisione di Khamenei alla chiusura di Hormuz: le tappe della terza guerra Usa-Iran

Il 28 febbraio 2026, dopo il fallimento dei colloqui di Ginevra sul nucleare iraniano fra Washington e Teheran, Usa e Israele lanciano un massiccio attacco sugli obiettivi strategici della Repubblica Islamica. È l'innesco della “terza guerra del Golfo”.

L'operazione mira a eliminare i vertici degli ayatollah, provocando un “regime change” che, però, non si materializza. Ucciso Ali Khamenei, i nuovi vertici iraniani, guidati dal figlio Mojtaba, mai apparso in pubblico dall'inizio del conflitto, si riorganizzano e contrattaccano, colpendo Israele, le basi Usa nella regione e le petromonarchie del Golfo.

Ecco le principali tappe della guerra.

L'inizio del conflitto, 28 febbraio

Alle 08:15, ora di Teheran, del 28 febbraio scatta l'operazione “Ruggito del Leone” o “Epic Fury”, nomi in codice dell'offensiva di Israele e Stati Uniti contro l'Iran.

I raid colpiscono centri di comando dei pasdaran, bunker sotterranei e basi missilistiche. Viene confermata l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di figure chiave del regime.

L'escalation nella regione, 1 marzo

L'Iran risponde a quella che definisce “un'aggressione illegale” dando avvio all'operazione di rappresaglia “Vera Promessa 4”.

Teheran lancia centinaia di droni e missili su Israele, sulle basi Usa in Medio Oriente e su alcuni Paesi del Golfo. Hezbollah intensifica gli attacchi nel Libano meridionale contro lo Stato ebraico.

La chiusura dello Stretto di Hormuz, 4 marzo

A tre giorni dall'escalation regionale, Teheran annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz. La mossa innesca uno shock economico globale.

Cessate il fuoco e colloqui di Islamabad, 8 e 11 aprile

Nonostante la minaccia agitata da Trump di “riportare l'Iran all'età della Pietra”, Washington e Teheran siglano l'8 aprile una tregua destinata inizialmente a durare due settimane.

Il Pakistan, principale mediatore, organizza a Islamabad i primi colloqui di pace diretti Usa-Iran dal 1979, a cui partecipa anche il vicepresidente Vance. Ma le trattative si arenano quasi subito sul nucleare iraniano e su Hormuz.

Il blocco navale americano, 12 aprile

All'indomani del fallimento dei colloqui, il Centcom dichiara di aver “completato il blocco navale nello Stretto di Hormuz” e il traffico via mare da e per l'Iran.

Trump cancella l'attacco su Teheran, 18 maggio

Dopo un mese di stallo e continue schermaglie nello Stretto, Trump cancella un nuovo massiccio raid sull'Iran dopo l'intervento di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, che avrebbero spinto Washington a evitare una nuova escalation.

Trump annuncia: “Accordo pronto”, 23 maggio

Dopo una “ottima telefonata” nello Studio Ovale con i leader del Golfo e con Netanyahu, il presidente Usa parla di “un accordo ampiamente negoziato, in attesa di finalizzazione”. Ma le sue parole restano disattese.

Si torna a rivedere l'accordo, 31 maggio

Trump chiede “modifiche significative” alla bozza di memorandum d'intesa. È il terzo ciclo di correzioni.

Sale la tensione tra Usa e Israele dopo i continui raid dell'Idf in Libano.

Trump striglia Netanyahu, 2 giugno

Telefonata durissima di Trump al premier israeliano: “Sei un pazzo”.

Notte di fuoco nel Golfo Persico, 3 giugno

Nuova escalation con l'Iran che colpisce in Kuwait e gli Usa che sferrano raid difensivi sull'isola di Qeshm.

Nuovo scambio di attacchi, 6 giugno

Nonostante il cessate il fuoco, il Comando centrale americano annuncia di aver colpito postazioni radar iraniane di sorveglianza costiera a Goruk e sull'isola di Qeshm.

Nelle stesse ore Teheran colpisce in Kuwait e Bahrein.

Elicottero Apache abbattuto, 9 giugno

Tensione alle stelle dopo l'abbattimento da parte di Teheran di un elicottero americano Apache.

Trump annuncia una dura rappresaglia degli Stati Uniti e, nella notte tra il 9 e il 10 giugno, lancia tre ondate di attacchi contro radar e contraerea iraniana. Teheran risponde con droni e missili sul Golfo.

Nuovi raid, 10 giugno

Il commander in chief, in pressing su Teheran per la chiusura dell'accordo, parla di un Iran che “perde tempo”, annunciando nuovi attacchi che mette a segno nella notte tra il 10 e l'11 giugno.

La minaccia finale, poi l'annuncio di un'intesa, 11 giugno

Trump minaccia una terza notte di attacchi, mettendo nel mirino nel prossimo futuro anche l'isola di Kharg e le infrastrutture petrolifere.

Poi però, nel tardo pomeriggio, a sorpresa, posta su Truth l'annuncio di fermarsi, lasciando intendere che c'è l'intesa per l'accordo.

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