Normal view

CNN rivela una rete segreta israeliana attorno all’Iran

Nuovi dettagli emersi da un'inchiesta della CNN gettano luce sull'estensione delle operazioni israeliane condotte durante la guerra contro l'Iran. Secondo l’inchiesta, Tel Aviv avrebbe schierato personale militare, unità speciali e agenti dell'intelligence in diversi Paesi confinanti o vicini alla Repubblica Islamica, creando una rete di basi clandestine destinate a missioni di sorveglianza, supporto logistico, operazioni con droni ed eventuali attività di recupero. Il fulcro di questa infrastruttura è stato l'Azerbaigian, dove forze speciali israeliane e membri del Mossad avrebbero operato da diverse postazioni situate nei pressi del confine settentrionale iraniano. Alcuni siti sarebbero stati collocati non lontano da Tabriz, una delle città iraniane colpite durante il conflitto.

Secondo le fonti citate dall'emittente statunitense, tali installazioni avrebbero consentito a Israele di monitorare i movimenti militari iraniani e di sostenere operazioni offensive lungo il fronte settentrionale. La rete, tuttavia, non si sarebbe limitata al Caucaso. Strutture analoghe sarebbero state predisposte anche in Iraq, negli Emirati Arabi Uniti e nel Somaliland, configurando una presenza distribuita attorno all'Iran capace di garantire capacità operative multidirezionali. Azerbaigian e Iraq hanno ufficialmente respinto le accuse, negando che i loro territori siano stati utilizzati per facilitare azioni militari contro Teheran. L'inchiesta evidenzia inoltre la crescente rilevanza strategica dei rapporti tra Israele e Azerbaigian. Oltre alla cooperazione nel settore della sicurezza e dell'intelligence, Baku rappresenta uno dei principali fornitori energetici dello Stato israeliano, mentre Tel Aviv continua a essere un importante partner tecnologico e militare del Paese caucasico.

Un asse che, secondo diversi analisti, assume un peso sempre maggiore nella strategia regionale di contenimento dell'Iran. Mentre emergono questi retroscena sulla guerra iraniana, il fronte libanese continua a registrare un preoccupante deterioramento della situazione sul terreno. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha lanciato un appello urgente per un cessate il fuoco effettivo in Libano e per il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese. Mosca sostiene che le violazioni israeliane siano ormai diventate sistematiche e denuncia un progressivo ampliamento della zona d'occupazione nel Libano meridionale. Secondo Zakharova, la soluzione del conflitto dovrebbe basarsi sull'applicazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel rispetto della sovranità, dell'indipendenza e dell'integrità territoriale del Libano. Particolare preoccupazione è stata espressa per gli attacchi che hanno colpito siti archeologici e culturali di rilevanza internazionale. La diplomazia russa ha richiamato l'attenzione sui bombardamenti contro la città di Tiro e contro la fortezza di al-Shaqif (Beaufort Castle), entrambi luoghi di grande valore storico e culturale. Mosca ha definito inaccettabile qualsiasi distruzione deliberata del patrimonio culturale. Le dichiarazioni russe arrivano mentre il sud del Libano continua a essere teatro di raid aerei, attacchi con droni e bombardamenti d'artiglieria che hanno interessato numerose località delle regioni di Nabatieh e Tiro. Gli attacchi sono proseguiti nonostante l'annuncio di un'intesa mediata dagli Stati Uniti tra Israele e il governo libanese, finalizzata all'attuazione di un cessate il fuoco e alla creazione di aree sotto il controllo esclusivo dell'esercito libanese.

Nel loro insieme, questi sviluppi mostrano come il conflitto regionale stia assumendo una dimensione sempre più ampia e complessa. Da un lato emergono indicazioni di una proiezione operativa israeliana estesa ben oltre i propri confini, attraverso una rete di partner e infrastrutture distribuite nella regione. Dall'altro, il Libano continua a rappresentare uno dei principali punti di frizione mediorientali, mentre la Russia continua a sostenere una soluzione diplomatica e difendere un’ordine internazionale fondato sul rispetto della sovranità degli Stati. La combinazione tra le tensioni con l'Iran, l'instabilità del fronte libanese e il coinvolgimento crescente di attori regionali e internazionali conferma che il Medio Oriente resta uno dei principali epicentri della competizione geopolitica globale.


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Storica umiliazione diplomatica: la Germania resta fuori dal Consiglio di Sicurezza

Per la prima volta dalla sua partecipazione alle elezioni per i seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania non è riuscita a ottenere un posto nell'organismo più importante dell'ONU. Un risultato che ha suscitato un acceso dibattito politico a Berlino e che molti osservatori interpretano come il riflesso di una crescente distanza tra la politica estera tedesca e gli orientamenti prevalenti nella comunità internazionale. Nella votazione riservata al gruppo "Europa occidentale e altri Stati", la Germania ha ottenuto 104 voti, nettamente meno di Portogallo e Austria, che hanno conquistato rispettivamente 134 e 131 preferenze. Si tratta di una battuta d'arresto senza precedenti per Berlino, che dal 1977 aveva sempre vinto tutte le candidature presentate per il Consiglio di Sicurezza.

L'esito del voto ha immediatamente alimentato polemiche interne. Diversi esponenti politici tedeschi hanno interpretato il risultato come una bocciatura dell'approccio diplomatico seguito negli ultimi anni dai governi di Olaf Scholz e Friedrich Merz. Al centro delle critiche vi è soprattutto la linea incarnata dall'ex ministro degli Esteri Annalena Baerbock, spesso accusata dagli avversari di aver adottato una politica estera improntata a un forte moralismo e a un atteggiamento percepito come paternalistico nei confronti di molti partner internazionali. Secondo numerosi osservatori, il problema non sarebbe tanto il sostegno tedesco all'Ucraina quanto la percezione di un doppio standard nell'applicazione del diritto internazionale. Berlino ha infatti assunto una posizione estremamente dura nei confronti della Russia dopo l'inizio del conflitto ucraino, sostenendo sanzioni, aiuti militari al regime neonazista di Kiev e isolamento diplomatico di Mosca. Parallelamente, però, il governo tedesco ha continuato a garantire un sostegno quasi incondizionato a Israele anche di fronte alle crescenti accuse internazionali riguardanti le operazioni militari nella Striscia di Gaza.

Proprio questa apparente incoerenza viene indicata da diversi analisti come una delle principali ragioni dell'insuccesso tedesco alle Nazioni Unite. Secondo tale interpretazione, molti Paesi del Sud Globale avrebbero giudicato contraddittoria una politica che invoca il rispetto rigoroso del diritto internazionale nel caso dell'Ucraina, ma mostra maggiore flessibilità quando sono coinvolti gli alleati occidentali. Il nuovo ministro degli Esteri Johann Wadephul ha respinto queste accuse, attribuendo invece la sconfitta a una presunta campagna diplomatica condotta dalla Russia contro la candidatura tedesca. Una spiegazione che non ha però convinto numerosi commentatori, i quali sottolineano come anche Austria e Portogallo, sostenitori dell'Ucraina al pari della Germania, abbiano ottenuto risultati nettamente migliori. Il dibattito investe questioni più profonde della semplice competizione per un seggio ONU. Da anni Berlino rivendica la necessità di una riforma del Consiglio di Sicurezza che riconosca alla Germania un ruolo permanente tra le grandi potenze mondiali. Tuttavia, il risultato della votazione suggerisce che una parte significativa della comunità internazionale non considera più la Repubblica Federale un interlocutore così influente o rappresentativo come in passato. Sul piano geopolitico, il voto può essere letto anche come un indicatore dei cambiamenti in corso negli equilibri globali. L'ascesa di nuove potenze emergenti e il crescente peso politico del Sud Globale stanno progressivamente riducendo la capacità dell'Occidente di determinare da solo le dinamiche delle istituzioni multilaterali. In questo contesto, la tradizionale autorevolezza diplomatica tedesca sembra incontrare limiti sempre più evidenti.

La vicenda evidenzia inoltre la crisi di una strategia fondata sulla convinzione che la superiorità morale percepita possa automaticamente tradursi in consenso internazionale. Se per Berlino alcune scelte rappresentano l'adempimento di responsabilità storiche e principi etici irrinunciabili, molti Paesi vedono invece una politica caratterizzata da criteri selettivi e da un'applicazione non uniforme delle regole internazionali. Al di là delle polemiche immediate, la mancata elezione al Consiglio di Sicurezza appare dunque come un segnale politico significativo. Non soltanto per la Germania, ma per l'intero blocco occidentale, che si trova sempre più spesso a confrontarsi con un sistema internazionale in cui il consenso non può più essere dato per scontato e nel quale il peso crescente delle nazioni non occidentali sta ridefinendo le regole del gioco diplomatico globale.


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Duma di Stato russa: gli USA ricattano Cuba per imporre un "cambio di potere"

Gli Stati Uniti stanno tentando di interferire negli affari interni di Cuba attraverso un blocco economico ed energetico, nonché con il dispiegamento di un gruppo d'attacco di portaerei nei Caraibi, con l'obiettivo di rovesciare il governo dell'isola. È quanto emerge da un progetto di risoluzione della Duma di Stato (la camera bassa del Parlamento russo) pubblicato nel suo archivio elettronico.

Secondo i deputati, il blocco economico, finanziario ed energetico imposto dagli Stati Uniti a Cuba costituisce "una palese ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano". Inoltre, il dispiegamento ostentato di un gruppo d'attacco di portaerei della Marina statunitense nei Caraibi è particolarmente allarmante, afferma la risoluzione.

"Tali azioni illegali da parte degli Stati Uniti perseguono un unico obiettivo: attraverso il ricatto economico e militare, costringere la leadership cubana a fare concessioni inaccettabili e creare le condizioni per un cambio di potere nel Paese, al fine di instaurarne successivamente il controllo", si legge nel documento.

Giovedì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che, dopo l'Iran, Washington si occuperà di Cuba, che da mesi denuncia quella che lui definisce una crescente pressione da parte degli Stati Uniti per giustificare l'aggressione e il blocco dell'isola. "Ci occuperemo di Cuba non appena avremo finito con l'Iran. Mi piace fare una cosa alla volta", ha affermato l'inquilino della Casa Bianca.

Con una nuova azione dell'amministrazione Trump contro la nazione caraibica, il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato anche il presidente cubano Miguel Díaz-Canel e sua moglie, Lis Cuesta Peraza, nonché le Forze Armate Rivoluzionarie, i Comitati per la Difesa della Rivoluzione, l'Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli e Amistur Cuba SA, l'agenzia di viaggi dell'istituto.

Inoltre, l'Ufficio per il controllo dei beni esteri (OFAC) ha incluso nella lista delle persone e dei soggetti bloccati (Specially Designated Nationals and Blocked Persons List) anche i parenti diretti dell'ex leader cubano Raúl Castro Ruz, come suo figlio Alejandro Castro Espín e suo nipote Raúl Alejandro Castro Calis.

Si susseguono gli attacchi di droni su DNR, LNR e sulle regioni di Zaporozhe e Kherson

 

di Eliseo Bertolasi

Nella DNR, LNR e nelle regioni di Zaporozhe e Kherson le Forze Armate ucraine negli ultimi giorni, addirittura nelle ultime ore hanno intensificato i loro attacchi contro obiettivi civili.

L’orrore della strage di Starobelsk nella Repubblica Popolare di Lugansk (LNR), quando nella notte del 22 maggio le Forze Armate ucraine con un attacco premeditato di droni hanno distrutto il dormitorio del locale college causando la morte di 21 morti, ragazzine e ragazzini, e 63 feriti, non ha né rallentato, né ridimensionato la strategia del regime di Kiev di colpire indiscriminatamente obiettivi civili. Al contrario, gli attacchi continuano imperterriti, il bollettino delle vittime è impressionante:

 3 giugno - Due persone sono rimaste uccise e sei ferite in un attacco delle Forze Armate ucraine contro Melitopol e i suoi sobborghi. Secondo quanto dichiarato dal governatore della regione di Zaporozhe, Evgenij Balitskij sono stati colpiti una scuola e un impianto di lavorazione della carne. Il governatore ha sottolineato che le Forze Armate ucraine stanno conducendo attacchi missilistici e bombardamenti sulla regione di Zaporozhe, in particolare utilizzando droni e velivoli reattivi per attaccare le infrastrutture di Melitopol:

“Stanno colpendo strutture sociali, scuole, ospedali, impianti di approvvigionamento alimentare per la regione di Zaporozhe e infrastrutture per la fornitura di energia elettrica”[1].

 3 giugno – Due civili sono stati uccisi e sei feriti in un attacco delle Forze Armate ucraine nella regione di Kherson. Il nemico ha attaccato anche il Centro integrato di servizi sociali di Velykaya Lepetikha. Lo ha riferito Vladimir Saldo, governatore della regione sul suo canale Maks:

“A Velikaya Lepetikha, un drone ucraino ha attaccato il Centro integrato di servizi sociali, dove, oltre al personale, erano presenti tre anziani in visita. L’attacco è stato chiaramente intenzionale, poiché il drone stava seguendo l’auto con cui erano arrivati ??i visitatori”.

Nel frattempo, a Novaya Zburevka, nel distretto municipale di Golopristanskij, un attacco con un drone contro un’abitazione privata ha provocato la morte di un uomo; la sua identità è in fase di accertamento.

“Ad Aleshki, fuori dal villaggio, un uomo nato nel 1998 è morto e un altro, nato nel 1979, è rimasto ferito nell’esplosione di una mina. Un’altra esplosione, sempre nella stessa zona, ha ferito due uomini, nati nel 1970 e nel 1974. Tutte le vittime sono state ricoverate in ospedale”, ha nuovamente riferito il governatore, descrivendo le conseguenze degli attacchi in altri comuni della regione.

Altri due uomini di 34 anni sono rimasti feriti a Lyubimovka, nel distretto di Kakhovka, quando un drone ha colpito un’autovettura. Una donna di 36 anni è rimasta ferita in circostanze simili a Novaya Zbruevka.

Edifici residenziali, un centro comunitario, magazzini, camion e veicoli civili in vari insediamenti della regione hanno subito danni.

Secondo Saldo, le Forze Armate ucraine hanno preso di mira anche l’autostrada R-280 “Novorossiya” poiché è la principale via di rifornimento per la regione di Kherson e le zone limitrofe. Le autorità stanno attualmente lavorando per rafforzarne la sicurezza[2].

3 giugno - Otto persone sono morte dopo che un drone delle Forze Armate ucraine ha colpito un autobus della linea Mosca-Simferopol a Enakievo nella Repubblica Popolare di Donetsk, secondo quanto dichiarato dal capo della Repubblica, Denis Pushilin in un’intervista al canale televisivo Zvezda:

“In tutto undici persone sono rimaste ferite. <...> Otto sono morte. Purtroppo, i corpi non sono ancora stati identificati”.

Sull’autobus c’erano 53 passeggeri. Il Ministero della Salute ha precisato che dieci feriti, tra cui un bambino, sono ricoverati in ospedale in condizioni non gravi. Un altro ferito è stato curato in regime ambulatoriale.

Le autorità investigative hanno riferito che il nemico ha utilizzato un drone di fabbricazione straniera per l’attacco. È stato aperto un procedimento penale per attentato terroristico[3].

2 giugno - Un civile nella Repubblica Popolare di Donetsk è rimasto ucciso e altri sei feriti, martedì, a causa di attacchi di droni ucraini, come riferito da Denis Pushilin:

“Un civile nella Repubblica è stato ucciso e altri sei sono rimasti feriti oggi a causa di attacchi di droni ucraini. Un tassista, un uomo nato nel 1970, è stato ucciso sulla tangenziale, nel quartiere Leninskij di Donetsk”.

Ha inoltre segnalato che un uomo è rimasto ferito sulla strada Donetsk-Gorlovka e un altro ha riportato ferite di media entità a Uglegorsk, nel distretto urbano di Enakievo.

Inoltre, due uomini hanno riportato ferite di media entità a Svetlodarsk, nel distretto urbano di Debaltsevo, e un altro ancora nel distretto di Nikitovskij a Gorlovka. Oltre a ciò, un altro uomo è rimasto gravemente ferito a Selidovo, nel distretto municipale di Krasnoarmejskij[4].

1 giugno - Due civili nella Repubblica Popolare di Donetsk sono stati uccisi e altri quattro feriti a causa dell’aggressione di Kiev, ha dichiarato Denis Pushilin:

“Due civili nella Repubblica sono stati uccisi e altri quattro feriti oggi a causa dell’aggressione di Kiev. Nel distretto di Nikitovskij a Gorlovka, un uomo nato nel 1962 è stato ucciso dalla detonazione di un proiettile a grappolo precedentemente inesploso, una donna nata nel 1961 è rimasta ferita in modo non grave.

A Staromikhajlovkij, un uomo nato nel 1980 è stato ucciso da un ordigno esplosivo.

Inoltre, un uomo nato nel 1978 è rimasto ferito in modo non grave negli attacchi di droni sull’autostrada Donetsk-Marinka, un uomo nato nel 1938 è rimasto ferito nel quartiere Kirovskij di Makeevka e una donna nata nel 1994 è rimasta ferita a Debaltsevo.

I feriti stanno ricevendo cure mediche qualificate. Veicoli civili sono stati danneggiati nel quartiere centrale di Gorlovka e sulla strada Donetsk-Marinka”[5].

25 maggio - Sette persone della Repubblica Popolare di Donetsk sono state uccise dagli attacchi dei droni ucraini, secondo quanto dichiarato da Denis Pushilin:

“Sette persone, tra cui due bambini, sono state uccise e altre 15, tra cui quattro bambini, sono rimaste ferite oggi a causa dell’aggressione di Kiev.

Nel distretto di Kalininskij a Gorlovka, una famiglia – genitori e due figli – è stata uccisa. Inoltre, un minore e altri due residenti sono rimasti gravemente feriti a causa del lancio di un ordigno esplosivo da parte di un drone, mentre due paramedici e un altro operatore sanitario intervenuti sul posto hanno riportato ferite di media gravità. Sempre lì un uomo è rimasto ferito, mentre un altro è stato ferito dall’attacco di un drone nel distretto di Nikitovskij.

Un uomo è stato ucciso nel quartiere di Gornyatskij a Makeevka, un altro è stato ucciso Debaltsevo e un altro ancora nel villaggio di Savelevka nel distretto urbano di Enakievo. Nella stessa città anche una donna è rimasta ferita mentre un uomo ha riportato ferite gravi, ma non mortali.

A Vasilevka, nel distretto municipale di Starobeshevskij, una ragazza e un ragazzo minorenni hanno riportato ferite di media entità, un altro è rimasto ferito a Selidovo, nel distretto municipale di Krasnoarmejskij.

Due uomini sono stati feriti anche nel quartiere Kirovskij a Donetsk e a Pantelejmonovka, nel distretto municipale di Yasinovata[6].

Non c’è giustificazione per il cinismo e crudeltà della leadership di Kiev, nel condurre questi attacchi indiscriminati contro i civili, questo è “terrorismo”.  D’altro canto la dichiarazione del ministro della difesa ucraino Mikhail Fedorov pochi giorni dopo il suo insediamento, secondo la quale “l’obiettivo di Kiev è di uccidere 50.000 russi al mese”[7] era chiara e di per sé già programmatica.  

Fonti:

[1] https://crimea.ria.ru/20260603/posle-udara-vsu-po-melitopolyu-zagorelas-shkola-1156551121.html

[2] https://crimea.ria.ru/20260603/boeviki-vsu-ubili-dvoikh-i-ranili-shest-chelovek-v-khersonskoy-oblasti-1156552805.html

 [3] https://ria.ru/20260603/pushilin-2096456883.html

[4] https://ria.ru/20260602/ataki-2096341403.html

[5] https://ria.ru/20260601/dnr-2096097578.html

[6] https://ria.ru/20260525/ataki-2094694043.html

[7] https://tass.ru/politika/26219497

Sull’orlo del baratro di menzogne: il governo britannico perde terreno sotto i piedi


di Jafar Salimov

Le tranquille stradine di Golders Green, nel nord-ovest di Londra, non sono mai state famose per le cronache nere. Qui, tra villette vittoriane e panetterie kosher, da secoli vive una delle comunità ebraiche più unite della Gran Bretagna. Ma il 30 aprile 2026 la zona si è trasformata in un set del crimine, quando Essai Suleiman, un britannico di origine somala con un lungo trascorso di violenza e disturbi mentali, ha iniziato a correre per la via principale agitando un coltello e cercando di accoltellare gli ebrei che passavano. Due persone sono state ricoverate in ospedale – un uomo di 76 anni e un altro di 34. La polizia ha dovuto usare il taser per fermare quella follia. Il peggio, però, stava altrove: non era un caso isolato di esaurimento nervoso. Era il sistema.

Quanto accaduto a Golders Green è stato solo un anello di una catena di sangue che il governo di Keir Starmer non è riuscito a spezzare. Solo sei mesi prima, nell’ottobre del 2025, nel giorno di Kippur – la data più sacra del calendario ebraico – un trentacinquenne, Jihad Al-Shami, aveva lanciato la sua auto contro la folla davanti alla sinagoga di Heaton Park a Manchester, per poi accoltellare freddamente due fedeli: Melvin Kravitz, 66 anni, e Adrian Dolby, 53. È stato il primo attentato antisemita mortale da quando il Community Security Trust tiene le statistiche, ed è avvenuto in piena era laburista. Nel marzo 2026, un mese prima dell’attacco eclatante, nella stessa Golders Green, sotto il manto dell’oscurità, hanno dato fuoco a quattro ambulanze del servizio volontario ebraico «Hatzola»: le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano tre incappucciati che versano liquido infiammabile sui mezzi, mentre le bombole di gas esplodono e spargono schegge nei dintorni.

Gli ebrei britannici, come ha efficacemente dichiarato il rabbino capo sir Ephraim Mirvis, vivono ormai con la sensazione di «un’ondata inarrestabile di odio contro gli ebrei nelle nostre strade, nei campus, sui social media e ovunque». Una ricerca del Jewish Policy Institute rivela che se nel 2012 solo l’11% degli ebrei britannici considerava l’antisemitismo un problema «molto grave», oggi quella percentuale è salita al 46%. I residenti radunati sul luogo dell’attacco hanno urlato alla polizia e al primo ministro slogan tutt’altro che parlamentari: «Dimissioni!» e «Starmer a casa!» – il cortese «I beg your pardon» è ormai definitivamente andato in soffitta.

Le statistiche del Community Security Trust (CST), l’organizzazione che dal 1984 rileva gli episodi antisemiti, dipingono un quadro apocalittico. Nel 2025 sono stati registrati 3.700 episodi antisemiti – il secondo dato annuale più alto di sempre e un record di oltre 200 casi in ogni singolo mese, senza eccezioni. Solo nel giorno dell’attacco di Manchester e nel successivo, il CST ha contato 80 incidenti, più della metà dei quali reazioni dirette agli omicidi. Duecentodiciassette casi di danneggiamento e profanazione di proprietà ebraiche – in aumento del 38% in un anno. Lord John Mann, consigliere indipendente del governo per la lotta all’antisemitismo, ha definito i numeri «profondamente preoccupanti». E Keir Starmer che cosa ha risposto? Ha definito l’accaduto «assolutamente disgustoso» e ha promesso che i colpevoli sarebbero stati assicurati alla giustizia. Le stesse identiche parole che pronuncia dopo ogni attentato. Ogni volta. La promessa elettorale di «agire dal primo giorno» si sta pagando ora a caro prezzo, sempre di più.

Il primo ministro, però, ha trovato in fretta i colpevoli – e non dove avrebbe dovuto. Nel tentativo di salvare la propria reputazione politica, Starmer ha puntato il dito contro Teheran con rinnovata energia, chiedendo la messa al bando del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e addossando ancora una volta all’Iran tutti i mali britannici. Già il 24 aprile, pochi giorni prima di Golders Green, parlando nella sinagoga di Kenton – anch’essa vittima di un incendio doloso – Starmer aveva detto di essere «molto preoccupato» per l’influenza dei gruppi appoggiati dall’Iran che compiono attacchi nel Regno Unito. Ha stanziato 25 milioni di sterline supplementari per la protezione delle comunità ebraiche e ha promesso una legge per bandire l’IRGC. Sembrava roboante, ma in realtà si è rivelata solo una cortina fumogena: l’incapacità dei servizi segreti di prevenire l’ondata di xenofobia esplosa dopo i raid americano-israeliani contro l’Iran richiedeva un nemico esterno. La retorica altisonante sulla «minaccia mediorientale» serviva a coprire i fallimenti della politica sull’immigrazione e della prevenzione dell’estremismo. Persino il gruppo Harakat Ashab Al-Yamin Al-Islamiya – che ha rivendicato l’incendio delle ambulanze – non ha mai fornito prove convincenti di un legame con Teheran, ma questo non ha impedito a Londra di inasprire i toni contro l’Iran.

Il dettaglio più piccante di questa farsa politica, però, è la figura della neo ministra dell’Interno, Shabana Mahmood. Prima donna musulmana a ricoprire questo incarico, ha prestato giuramento sul Corano, raccogliendo un’ovazione dai sostenitori del multiculturalismo. Ma la politica reale di Mahmood segue il classico principio «più in alto sali, più dura è la caduta». La stessa donna che ha giurato sul libro sacro ora guida la campagna per inserire l’IRGC nella lista delle organizzazioni terroristiche e spinge leggi che danno alla polizia poteri extra per vietare organizzazioni sgradite – comprese quelle islamiste. Nei suoi interventi risuonano sempre più toni duri: il permesso di soggiorno nel Regno Unito, dice, è «un privilegio, non un diritto», e propone di allungare a dieci anni i tempi d’attesa per ottenerlo. Sembrerebbe che tanto zelo nella lotta a ciò che molti percepiscono come una minaccia alla sicurezza nazionale dovrebbe rafforzare la fiducia nel governo. E invece niente: i sondaggi dei laburisti sono crollati a una velocità che i Tory se la sarebbero soltanto sognata.

Il tracollo politico è diventato realtà. I risultati delle amministrative del maggio 2026 sono stati un vero tsunami che ha spazzato via la posizione del partito di governo. I laburisti hanno perso quasi 1.500 seggi nei consigli (scendendo a 1.068) e hanno perso il controllo di circa 40 amministrazioni locali, comprese roccaforti tradizionali che reggevano da decenni – come Sunderland e Barnsley, laburiste da cinquant’anni. Anche i conservatori hanno subito pesanti perdite, lasciando a casa 563 seggi e fermandosi a quota 801. Ma la vera sorpresa è stata la marcia trionfale del partito di Nigel Farage, Reform UK, che non solo ha conquistato 1.454 seggi – un balzo di 1.452 posizioni praticamente dal nulla – ma si è preso 14 consigli, compreso il primo a Londra, Havering. Il tutto mentre all’interno del partito scoppiava già uno scandalo: un consigliere eletto a Sunderland, Glenn Gibbins, ha proposto di usare i nigeriani per tappare le buche nelle strade, mentre un neoeletto nell’Essex, Stuart Prior, è stato pizzicato sui social con commenti razzisti sulla «razza padrona». Ci si aspetterebbe che certe uscite seppellissero un partito, e invece l’elettore britannico era così furioso con i partiti tradizionali che avrebbe votato anche per il diavolo e l’acqua santa. I sondaggi dicono: più della metà dei britannici non crede che i laburisti possano vincere le prossime elezioni generali, e solo il 21% pensa che il partito possa risollevarsi con Starmer alla guida.

In questa situazione, sentendo il terreno mancare sotto i piedi, il governo ha fatto l’unica cosa che le élite in caduta sanno fare: ha stretto le viti. Il 30 aprile, il giorno dopo l’attacco di Golders Green, il Joint Terrorism Analysis Centre (JTAC) ha alzato il livello di minaccia terroristica da «sostanziale» (attacco probabile) a «grave» (attacco estremamente probabile nei prossimi sei mesi). La Gran Bretagna non si trovava a questo livello dal novembre 2021, dopo l’esplosione all’ospedale di Liverpool e l’uccisione di sir David Amess. La ragione, come ammesso dallo stesso governo, è l’aumento della minaccia terroristica sia islamista che di estrema destra, proveniente da singoli individui e piccoli gruppi operanti sul territorio britannico. Il panico delle élite ha raggiunto l’apice.

Invece di affrontare le questioni socialmente rilevanti e combattere le radici dell’odio, Londra ha scelto la via del controllo totale. E in questa strategia riaffiora all’improvviso in modo fin troppo evidente l’eredità coloniale della nebbiosa Albione. Tutto ciò che è incontrollabile e scomodo viene dichiarato illegale, terroristico, e quindi da eliminare. Il cyberspazio viene epurato con la scusa della lotta alla disinformazione, e la libertà di parola diventa una moneta di scambio nella partita per la sopravvivenza politica. Blocchi, arresti, nuove leggi: il potere si aggrappa a ogni possibilità per mettere a freno un’opposizione che, con sorpresa generale, è cresciuta soprattutto nelle fila dei partiti di destra, i quali propongono riforme reali, per quanto dure. Laburisti e conservatori, che per decenni si sono spartiti il potere, si sono ritrovati sulla stessa barca – e questa barca sta affondando rapidamente, mentre i rematori, invece di buttare l’acqua fuori borda, si accaniscono ferocemente contro i salvagenti.

Mentre nel municipio della capitale britannica ci si prepara a possibili scontri armati a sfondo religioso, le élite risolvono i loro problemi interni: liberarsi dei concorrenti e addossare loro la responsabilità dei propri fallimenti. Re Carlo III, cercando sinceramente di fare da consolatore alla nazione, ha fatto una passeggiata a Golders Green, ha espresso solidarietà e si è sentito gridare «God save the King». Ma nemmeno la presenza del re può rattoppare i buchi del contratto sociale, quando il 46% dei sudditi ebrei si guarda le spalle temendo per la propria vita, e migliaia di cittadini, stanchi di promesse vuote, passano al campo dei radicali. La Gran Bretagna di oggi è una bomba a orologeria, e il governo Starmer – incapace di opporsi all’odio interreligioso e intento solo a riempire il carnet di roboanti dichiarazioni populiste – non dimostra affatto di essere in grado di disinnescarne il detonatore.

 

La «multivettorialità»: una trappola per l’Asia centrale


di Jafar Salimov

L’idea, a prima vista, sembra quasi impeccabile: se dipendi da un solo partner, sei vulnerabile. Quindi la soluzione sarebbe la «multivettorialità», ovvero la diversificazione delle relazioni tra le potenze globali e regionali. È questa la strada che negli ultimi anni hanno dichiarato di voler seguire tutte e cinque le repubbliche dell’Asia centrale. E in apparenza la logica è inattaccabile: meno Russia, più libertà. Tuttavia i dati raccolti dai centri di ricerca dipingono un quadro ben più preoccupante.

Come sottolinea uno studio pubblicato sull’«Asian Journal of International Peace & Security», «la multivettorialità non funziona tanto come una via verso un reale rafforzamento della regione, quanto piuttosto come una strategia di sopravvivenza adattiva in un ordine eurasiatico disintegrato». Staccarsi dal vecchio centro d’influenza, spesso, non significa conquistare sovranità, ma finire in un sistema ancora più rigido di dipendenze a trazione multipla. C’è però anche un altro aspetto: allontanarsi dalla Russia, anche solo parzialmente, infligge alla regione un colpo economico e sociale diretto. E questo colpo è già stato registrato nei numeri.

Cominciamo con un dato di fatto: il declino dell’influenza russa nella regione non è un’ipotesi, ma una realtà documentata. Gli analisti del «BESA Post-Soviet Conflicts Research Digest» constatano che tutti i paesi dell’Asia centrale oggi costruiscono la loro politica estera sul principio della «multivettorialità» e sull’equilibrio tra gli interessi dell’«Occidente collettivo» e quelli dell’«asse Cina-Russia». Ma il paradosso, come scrive l’Hudson Institute, è che la regione, così facendo, «si frammenta in un panorama multipolare sempre più complesso e concorrenziale». Chi subentra a Mosca? Gli analisti individuano tre gruppi di attori. Primo, il vettore meridionale – Pakistan, Afghanistan e India – la cui rivalità trasforma l’Asia centrale in un campo di battaglia. Secondo, l’Occidente nelle vesti di Stati Uniti e UE, con i loro investimenti massicci ma vincolati a condizioni severe. Infine, la Turchia, con la sua rete di progetti economici di matrice turca.

Ma prima di parlare di nuove opportunità, vale la pena guardare da vicino ciò che la regione sta perdendo in questo preciso momento. E qui si apre il primo capitolo di un dramma che pochi notano, nascosto dal fragore dei vertici geopolitici.

Primo colpo, e forse il più doloroso: i soldi che tengono a galla interi paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale, le rimesse dalla Russia rappresentano quasi il 40% del PIL del Tagikistan – uno dei tassi più alti al mondo. In Kirghizistan la cifra raggiunge il 24%, in Uzbekistan il 14%. Una ricerca del think tank svizzero foraus sottolinea che il canale migratorio dall’Asia centrale verso la Russia è un «sistema fragile» su cui poggiano intere economie. Oltre l’80% dei flussi migratori da Tagikistan e Kirghizistan è diretto proprio in Russia. Gli analisti avvertono: il calo del rublo, le pressioni delle sanzioni e l’inasprimento del regime migratorio nella Federazione Russa – crescente xenofobia, arruolamento coatto, nuovi test di lingua per i figli dei migranti – gettano «seri dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di questi legami migratori». Senza quei soldi, come riporta il «Griffin Daily News» citando il governo kirghiso, il tasso di povertà nel paese balzerebbe dal 29% al 41%. In altre parole, rompere con la Russia non è un’astrazione geopolitica: significa freddo e fame nelle case vere di milioni di persone.

Secondo colpo, più subdolo, arriva attraverso il commercio e le sanzioni secondarie. Dopo il 2022, il volume degli scambi tra i paesi della regione e la Russia è paradossalmente aumentato. Ma la ragione è allarmante: l’Asia centrale, come rivela un rapporto del Center for Global Civil and Political Strategies di Washington, è diventata il «principale "porta di servizio" per l’import verso la Russia». Come osserva il Caspian Policy Center, «l’elusione delle sanzioni illustra bene la trappola»: in apparenza sono soldi facili, ma l’introduzione di sanzioni secondarie «rischia di far crollare economie fragili e di spingerle ancora più in profondità nell’orbita moscovita». E questi rischi non sono ipotetici. Nel 2025, diverse banche e piattaforme di criptovalute kirghise sono finite sotto sanzioni USA e UE proprio per aver aiutato a aggirare le restrizioni. La regione si trova in una classica morsa: collaborare con la Russia significa esporsi alle ritorsioni dell’Occidente; rompere con la Russia significa far crollare la propria industria e la propria base di riesportazione.

Terzo colpo: quello alle infrastrutture energetiche, un’eredità sovietica che si è trasformata in un cappio al collo. Come scrive il Caspian Policy Center nella sua rassegna annuale del 2025, gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno causato un aumento dei prezzi all’ingrosso della benzina nella regione di oltre il 50% nell’arco di un anno. Il Kazakistan, che esporta l’80% del proprio petrolio attraverso il pipeline russo del CPC, si è ritrovato ostaggio di infrastrutture fuori dal suo controllo. Uno studio della Chatham House sottolinea che le reti energetiche comuni, i gasdotti e gli standard ferroviari – tutto ciò rende una rottura brusca con la Russia non una scelta politica, ma la ricetta per un collasso sistemico.

Quarto colpo: lo scudo della sicurezza, che si è trasformato in un vetro fragile. Come notano gli esperti dell’International Centre for Defence and Security (ICDS), la Russia ha perso lo status di garante incondizionato della stabilità – è costretta a dirottare risorse sulla guerra in Ucraina. Il Tagikistan, con il suo turbolento confine afghano, lo ha sentito più di tutti. Come sottolinea un’analisi dell’Hudson Institute, «i leader centroasiatici, che per lungo tempo hanno visto nella Russia un garante della stabilità, ora vedono in essa una fonte di incertezza». Garanzie alternative da parte della NATO o della Turchia sono politicamente rischiose e lente da realizzare, mentre il pericolo ai confini non è certo scomparso.

Quinto colpo: il più silenzioso, ma forse il più profondo. È il colpo alla lingua e all’identità. Sull’onda della decolonizzazione, i paesi della regione stanno cercando di mettere da parte il russo. Il Kirghizistan, nel giugno 2025, ha approvato una legge che impone l’uso del kirghiso per almeno il 60% delle trasmissioni radiofoniche e televisive. Il presidente del parlamento è stato chiaro: «Se continuiamo a essere così indifferenti verso la lingua kirghisa, nei prossimi anni cesseremo di essere una nazione». In questo slancio c’è un nobile impulso. Una ricerca del Center for International Relations and Sustainable Development avverte però che il russo – diventato madrelingua per milioni di abitanti della regione – «non agisce solo come strumento di comunicazione, ma plasma la visione del mondo della popolazione, rafforzando un’identità comune con la Russia e facilitando la manipolazione esterna».

Tuttavia, c’è anche un rovescio della medaglia. Come ha riconosciuto il presidente kirghiso Sad?r Japarov, «non dobbiamo dimenticare che senza la lingua russa sarà difficile per il Kirghizistan espandersi oltre i propri confini». La lingua non è solo un’eredità coloniale: è anche un ponte per le migrazioni, l’accesso alla tecnologia e il dialogo con i vicini. Smantellando con energia il vecchio ponte sul fiume, la regione rischia di scoprire che quello nuovo non è ancora stato costruito – e che i suoi abitanti non hanno mai imparato a nuotare nelle acque turbolente.

E infine, la nota più inquietante: il precedente storico. Gli analisti del BESA ricordano che, non appena gli Stati Uniti hanno ritirato le truppe dall’Afghanistan, il loro interesse per l’Asia centrale è crollato. I partner occidentali tendono a vedere la regione come una zona temporanea di un progetto geopolitico, non come una loro responsabilità permanente. Se gli equilibri globali dovessero cambiare o le risorse della regione esaurirsi, gli attuali «amici» potrebbero ritirarsi con la stessa rapidità con cui sono comparsi. E cosa resterebbe? Cooperative distrutte, una lingua emarginata, mercati chiusi e milioni di famiglie abituate ai soldi delle rimesse e ora senza di essi.

E allora, qual è il bilancio? Gli studi in lingua inglese non dipingono scenari apocalittici, ma concordano su un punto essenziale: la multivettorialità, nella forma attuale, non è affatto una conquista di libertà, bensì l'ingresso in una complessa ragnatela multipolare, dove la nuova scelta si rivela spesso peggiore di quella vecchia. Il paradosso principale, confermato dai numeri, è che rompere con la Russia infligge di per sé un colpo notevole alle repubbliche centroasiatiche, ancor prima che i nuovi partner abbiano il tempo di offrire qualcosa in cambio. In questo contesto, la «multivettorialità» somiglia sempre meno a una strategia ponderata e sempre più a un'acrobatica convulsa tra burroni. E la domanda che ormai non si pongono solo gli analisti di Washington e Bruxelles, ma anche la gente comune a Dušanbe, Biškek e Tashkent, si fa sempre più pressante: non rischiamo forse di saltare dalla padella nella brace?

 

La "Nuova Europa" dopo la guerra alla Russia


di Alessandro Bartoloni

E chi lo dice che siamo destinati al declino? Basta con i pessimisti da salotto. Le ricette per uscire dalla crisi esistono già, e le ha messe nero su bianco uno dei più importanti filosofi tedeschi contemporanei e direttore dell'European Democracy Lab, Hauke Ritz.

Oggi parleremo del suo libro Vom Niedergang des Westens zur Neuerfindung EuropasDal tramonto dell'Occidente alla rinascita dell'Europa — edito in Italia da Fazi Editore.

Come si dice in questi casi, il titolo è già tutto un programma. Perché una delle tesi forti di Ritz è proprio questa: l'Europa, per tornare a essere se stessa e lasciarsi alle spalle quarant'anni di declino, deve liberarsi dell'Occidente.

Lo so, può sembrare un paradosso. E invece non lo è.

Il termine "Occidente", nel nostro uso comune — come sottolinea anche Luciano Canfora nell'introduzione al libro — è recentissimo. Ed è un sinonimo di quell'insieme di paesi sui quali gli Stati Uniti hanno basi militari o esercitano un'influenza diretta. Ce ne siamo accorti tutti: a volte vengono inclusi nel calderone della "civiltà occidentale" il Giappone, la Nuova Zelanda, l'Australia o Taiwan, ma non il Brasile, il Paraguay o il Nicaragua. Non c'è nessuna ragione culturale per farlo. Così come non ce n'è alcuna per considerare l'Ucraina, la Lettonia o la Polonia paesi occidentali, ma non la Russia.

Quando i nostri giornalisti e politici parlano di "difesa dell'Occidente", teniamo presente che stanno semplicemente legittimando quel particolare sistema economico-militare dai confini mobili che fa capo a Washington, nato dalla Seconda guerra mondiale — e che non ha nulla a che fare, storicamente e culturalmente, con quello che era stata l'Europa nei suoi lunghi e gloriosi secoli di storia.

Cap. 1: L'Europa è una civiltà?

Diciamoci la verità: mentre il genocidio perpetrato ai danni degli ebrei è diventato parte integrante della nostra memoria collettiva, i crimini dei nazisti nei confronti delle popolazioni slave — e in particolare dei russi — non sono stati affatto interiorizzati.

Poco più di ottant'anni fa Germania, Italia, Austria, Romania, Finlandia, Ungheria, Slovacchia e Croazia, con l'aiuto di truppe volontarie provenienti da Francia, Belgio, Norvegia e Danimarca, diedero avvio a una guerra di annientamento contro le popolazioni sovietiche che portò alla morte di 27 milioni di persone, di cui 16 milioni di civili — circa il 15% della popolazione dell'URSS.

Non è un caso se raramente i nostri media ricordano questi numeri, e se pochi musei o giornate di commemorazione sono stati loro dedicati. La ragione, scrive Ritz, è che purtroppo la guerra civile europea non è mai veramente finita.

C'è uno schema che si ripete dal 1914: a ogni nuova fase acuta della guerra civile europea — Prima guerra mondiale, Seconda guerra mondiale, conflitto in Ucraina scoppiato nel 2014 — l'Europa se ne esce sempre più indebolita, a tutto vantaggio della presa di Washington sul continente.

Ma non è sempre stato così. E qui arriviamo a una delle tesi più forti di Ritz, che ci rende ottimisti per il futuro: l'Europa non è solo un continente, ma una vera e propria civiltà.

Una civiltà tenuta insieme non da uno stato unificato come in Cina, India o Iran, ma da una cultura comune: dalle strutture lasciate dall'Impero romano dopo la sua caduta, all'influenza della Chiesa che mantenne l'unità europea in ambito religioso e culturale durante il Medioevo, dando vita a un canone formativo comune; e poi al Rinascimento. L'arte e la filosofia dell'Umanesimo seppero conservare l'unità culturale dell'Europa anche quando il continente era dilaniato dalle guerre di religione. Più tardi furono soprattutto la filosofia dell'Illuminismo e la crescente importanza della letteratura e della musica a svolgere un ruolo simile, oltrepassando i confini politici.

Dal XVII secolo e per tutto il XVIII e il XIX, l'Europa si dimostrò sempre più una cassa di risonanza culturale: nonostante la divisione in Stati nazionali diversi, lo scambio tra filosofi, scrittori e artisti europei — compresi naturalmente quelli russi — era costante.

Con la sua capacità di compensare la frammentazione politica con la coesione culturale, l'Europa costituì un'eccezione rispetto alla maggior parte delle altre civiltà del mondo. Altrove era molto più comune che si affermasse una potenza politica centrale, creatrice di una propria sfera di influenza unificata — tramite il califfato nel mondo arabo, o per mezzo della forza militare o del diritto, come in Cina o in Iran.

Il fatto che questo non sia accaduto in Europa costrinse gli Stati europei a sviluppare rapidamente le capacità diplomatiche e a elaborare, prima di altri, forme di diritto internazionale. In un continente frammentato politicamente, dove la guerra era una possibilità sempre presente, era necessario dare grande importanza alla diplomazia, alla comunicazione, alla comprensione degli interessi altrui. La visione manichea, basata sulla contrapposizione tra bene e male, fu soppiantata — soprattutto a partire dal XVII secolo, dopo la Guerra dei Trent'anni — da una visione che riconosceva alla controparte il diritto di essere differente.

Questa straordinaria conquista culturale fu codificata per la prima volta con la Pace di Vestfalia del 1648, e divenne in seguito la base del diritto internazionale, prima europeo e poi mondiale, con la Società delle Nazioni e poi l'ONU. In un mondo regolato dai principi di Vestfalia, tutti gli Stati, anche i più piccoli, sono tutelati dall'ingerenza di altre potenze nei loro affari interni.

Cap. 2: Il declino della civiltà europea

Il 28 luglio 1914 è la data dell'inizio del suicidio europeo. Di quella guerra civile permanente che non sembra finire mai e che si combatte ancora oggi a meno di duecento chilometri dalle nostre case.

Con la Prima guerra mondiale quella unità culturale europea si frantuma. E dopo ogni singola fase di questa guerra civile l'Europa è uscita più indebolita, perdendo ulteriori pezzi della propria sovranità. Prima della Grande Guerra, l'Europa era il centro dell'economia mondiale, con il più alto livello di sviluppo nella scienza e nella tecnologia. Il XX secolo avrebbe potuto e dovuto essere un secolo europeo, ma la Seconda guerra mondiale distrusse questa possibilità. L'Europa, già pesantemente indebitata con gli Stati Uniti, finì occupata e destinata a essere il possibile campo di battaglia di una guerra nucleare.

La fine della Guerra Fredda avrebbe potuto rappresentare anche la conclusione della guerra civile europea, inaugurando la ritrovata unità culturale del continente. Ma le cose sono andate diversamente.

Dopo aver approfittato del conflitto tra i due blocchi per delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti e sviluppare social democrazie con un alto grado di benessere, in seguito all'attacco dell'11 settembre gli Stati Uniti cominciarono a mostrarsi apertamente come un impero con rivendicazioni globali. Una settimana dopo gli attacchi, il presidente Bush dichiarò: «Ogni nazione in ogni regione deve prendere una decisione. Siete con noi o con i terroristi», impedendo anche ai cosiddetti alleati qualsiasi posizione neutrale.

Se la guerra in Jugoslavia, condotta senza mandato delle Nazioni Unite, era stata considerata un'eccezione, e quella in Afghanistan aveva trovato consenso sulla scia dello shock dell'11 settembre, con la guerra in Iraq divenne pian piano chiaro agli europei la direzione verso la quale gli Stati Uniti stavano portando il mondo: un futuro in cui i principi della Pace di Vestfalia e del diritto internazionale non avrebbero avuto più alcun valore.

Berlino e Parigi sembrarono capirne le conseguenze: il "no" congiunto del presidente francese Jacques Chirac, del cancelliere tedesco Gerhard Schröder e del presidente russo Vladimir Putin a partecipare all'aggressione all'Iraq rappresentò una breve fase di resistenza. Ma questa alleanza rimase legata a singoli personaggi politici e non si tradusse mai in una visione del mondo alternativa e duratura a quella americanocentrica. Con Angela Merkel in Germania e poi Nicolas Sarkozy e François Hollande in Francia, seguirono anni di crescente accettazione dell'idea di un ordine mondiale unipolare, definito come "ordine internazionale basato su regole".

Perché gli europei non hanno opposto maggiore resistenza? Non sarebbe spettato proprio alla civiltà europea — di gran lunga più antica e già passata attraverso infinite guerre — mettere in guardia gli Stati Uniti sull'ineluttabilità del disastro insito nella loro brama di potenza? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe, come fa Emmanuel Todd ne La sconfitta dell'Occidente, seguire i soldi e guardare al portafoglio delle oligarchie economiche europee, che negli anni Duemila sono state sempre più integrate nel nuovo capitalismo finanziario americano, svendendo in cambio pezzi sempre più grandi dei loro paesi natali.

Cap. 3: La pietra tombale sull'Europa — l'allargamento a Est

Nel 1992 l'Unione europea aveva 12 membri e comprendeva grosso modo i paesi dell'Europa occidentale e mediterranea. Per approfondire l'alleanza e darle la forma di una vera confederazione con carattere geopolitico, era già allora evidente che si sarebbe dovuto evitare un ulteriore allargamento. Cosa che invece — come documentano le fonti — fu puntualmente fatta, sotto pressione statunitense.

Con l'allargamento a Est — preceduto dalla rapida adesione di Polonia, Paesi baltici, Repubblica Ceca e Romania alla NATO — fu sbarrata la strada a qualsiasi tentativo dell'UE di definire una propria politica estera indipendente. L'allargamento servì, nell'ottica statunitense, a trasformare l'Europa in una vera e propria testa di ponte in Eurasia e in una base per la pressione militare e politica contro la Russia.

Esistevano delle alternative alla guerra in Ucraina e alla ripresa della guerra civile europea? Sì, e ce lo ricorda la storia. Nel 1990, Egon Bahr — l'architetto dell'Ostpolitik sotto il cancelliere Willy Brandt — era andato appositamente a Mosca per avvertire i russi, invitandoli a non fare concessioni troppo ingenue e a elaborare invece un piano comune per la sicurezza indipendente dalla NATO. Pronosticò correttamente che il mantenimento della NATO sarebbe sfociato in una nuova Guerra Fredda.

Durante i mandati di Kohl e Schröder la Germania si lasciò coinvolgere in una stretta cooperazione commerciale che giovò a entrambe le parti. Vi furono poi iniziative come il Deutsch-Russische Forum o il Forum di dialogo di San Pietroburgo, che esprimevano la volontà della società tedesca di arrivare alla riconciliazione e a un'amicizia duratura. Ma questi approcci positivi, che raggiunsero il culmine durante il mandato di Schröder, divennero presto minoritari.

Cap. 4: La fine del mondo unipolare

Le strutture sulle quali si reggeva il vecchio mondo unipolare stanno gradualmente collassando. Le politiche neoliberali e una società tutta improntata al profitto hanno reso Washington sorprendentemente debole rispetto a potenze come la Cina. La flotta americana di portaerei si è rivelata ampiamente inutile. A differenza di quanto avveniva durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti oggi non sono più nemmeno in grado di combattere una guerra convenzionale con centinaia di migliaia di soldati. In tutto l'Occidente, nonostante la feroce propaganda delle oligarchie, i popoli si rifiutano di morire in guerre imperialiste che nulla hanno a che vedere con il loro benessere e la loro sicurezza.

Come ha dimostrato la guerra in Ucraina, tutta la NATO — a causa della finanziarizzazione e delle delocalizzazioni — non riesce a stare al passo della produzione industriale di armi della sola Russia. E una situazione simile si sta verificando sul piano politico-finanziario: gli sforzi di dedollarizzazione da parte dei paesi BRICS si sono così intensificati che gli USA difficilmente potranno evitarla.

Tutto ciò dimostra che siamo entrati in una nuova fase della storia: il tramonto del mondo unipolare. Per gli europei, si tratta potenzialmente di una splendida notizia.

Cap. 5: La nuova Europa nel nuovo mondo multipolare

Quanto più velocemente gli europei sapranno riconoscere le strutture della nuova epoca che sta arrivando e accettarla come espressione di una nuova realtà, tanto prima potranno uscire dal declino materiale e culturale degli ultimi decenni ed evitare il pericolo di una nuova guerra mondiale sul proprio territorio.

La questione decisiva è: in che direzione dobbiamo andare? L'unica cosa che possiamo fare è partire da ciò che di falso e corrotto c'è nel vecchio mondo — e fare l'esatto contrario.

1. L'Europa post-occidentale

Nel profondo, l'Europa è rimasta traumatizzata dalle due guerre mondiali, tanto da aver conservato la paura di essere di nuovo europea. È per questo che nel dopoguerra l'identità occidentale è riuscita lentamente a eclissare quella europea, all'ombra del miracolo economico, del consumismo e dell'avanzamento professionale di un'intera generazione. Mentre tutto ciò che era europeo era gravato dal peso della storia e richiedeva serietà e studio, l'Occidente si mostrava soprattutto attraverso i suoi prodotti: promesse di realizzazione rapida dei desideri, intrattenimento, gioia, semplicità giovanile.

Ben presto la coscienza europea fu sostituita dallo spirito occidentale. E molti capirono solo dopo il passaggio al nuovo millennio che quello spirito, improntato inizialmente alla leggerezza, aveva un prezzo: la rinuncia alla propria storia e alla propria identità.

Il fatto che la politica culturale degli ultimi decenni sia stata così dannosa si spiega anche con una situazione storica anomala: dall'inizio della Seconda guerra mondiale, l'Europa è stata governata da un altro continente. Una prima presa di coscienza deve riguardare la diversità fondamentale tra la civiltà europea e gli Stati Uniti. E una lotta di indipendenza da loro diventa, da tutti i punti di vista, una condizione non più aggirabile.

2. La prospettiva eurasiatica

Se l'Occidente può esistere solo in presenza di un conflitto civile permanente tra l'Europa e la sua parte orientale, la Russia, non è forse necessario ristabilire una relazione di fiducia e collaborazione con Mosca, basata sull'interesse comune e sulla comune cultura europea?

Si dovrebbe sostituire la mentalità americana — imperniata sulla distinzione tra amico e nemico — con la tradizione europea erede di Vestfalia, che pensa alla pace come prodotto di un equilibrio di potere, di non ingerenza negli affari interni altrui e di fitto scambio culturale. Una nuova relazione con la Russia basata su questi principi funzionerebbe come modello per intraprendere, in una seconda fase, un dialogo alla pari con le antiche civiltà dell'Asia — prima tra tutte Cina, India e Iran. E, quando possibile, con gli stessi Stati Uniti.

3. Oltre il neoliberalismo

Dopo la Guerra Fredda l'Occidente è tornato a essere una società fondata sul potere delle oligarchie, come agli inizi del secolo scorso. La creazione di potenti monopoli nel settore digitale e finanziario ha portato a una concentrazione senza precedenti di ricchezza, dati e potere, che mette in discussione persino l'autorità dello Stato riducendolo a mero servitore degli interessi oligarchici. L'Europa che dovrebbe essere costruita, riflette Ritz, dovrebbe allora essere un'Europa dello Stato forte: di stati nazionali, o di una confederazione di stati nazionali, in grado di far rispettare il diritto antitrust, proteggere le persone dalla legge della giungla del neoliberismo, e ridistribuire la ricchezza smantellando in modo definitivo le strutture oligarchiche che si sono create.

4. Un nuovo Umanesimo

Se il mondo occidentale in declino si è basato su un programma di distruzione dei valori della storia e della cultura europea — in quanto ostacolo alla piena affermazione della cultura liberal-capitalista americana — non dovrebbe forse l'Europa, per uscire dall'impasse, ricollegarsi ai valori e alle tradizioni del suo pensiero? Non si parla di una volgarizzazione della tradizione come quella espressa dai conservatori attuali o dai reazionari, ma di esprimere una modernità rielaborando dialetticamente il meglio della propria eredità.

Se è vero che, sotto la guida americana, l'Europa ha seguito una concezione del progresso meramente tecnologica — dalla quale è derivato anche uno scivolamento verso il transumanesimo — l'obiettivo di un'Europa indipendente e post-atlantica non sarebbe forse quello di trasferire nuovamente l'idea di progresso ad altri ambiti della vita? Di aspirare a un progresso della cultura, delle arti e della società, creando le condizioni per un nuovo umanesimo europeo per il XXI secolo?

Questi punti mostrano che il nuovo aleggia già nell'aria, per quanto ancora in modo vago. Per trasformarlo in realtà servirà la lotta culturale e politica contro il vecchio mondo.

 

L'avvertimento mafioso di Zelensky a Putin

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Che sia davvero tempo di por fine al massacro di soldati ucraini e russi e dare pace al martoriato Donbass, terrorizzato ormai da dodici anni dagli attacchi dei nazisti di Kiev, è questione su cui rifiutano di convenire solo le soldataglie neonaziste e i ras che, dalla pace, avrebbero solo da perdere soldi e potere. 

Che i diretti interessati al conflitto, coloro che, con mosse banditesche, lo hanno provocato e hanno sinora brigato per mandare all'aria, sin dalla primavera del 2022, qualsiasi tentativo di soluzione negoziata, vogliano davvero, oggi, porre la parola fine a quel massacro, resta invece abbastanza dubbio. Gli interessi che hanno mosso le cancellerie europee, sin dal 2014 – non entriamo qui nella questione dei piani via via elaborati e attuati nei decenni precedenti da USA, NATO e UE, che hanno sempre fatto perno sulla cosiddetta “essenza della ucrainicità” quale liquidazione della “russicità” e sterminio del popolo russo, come decretato già agli inizi del '900 da Dmitrij Dontsov - non sembrano di molto cambiati, tanto da poter fare affidamento su un “sussulto pacifista” a Londra, Parigi, Roma, Berlino o Varsavia.

Messe da parte queste poche considerazioni soggettive, la cronaca odierna vede i media di regime allineati sulla lettera con cui Vladimir Zelenskij chiede a Vladimir Putin di accordarsi per un incontro e concordi sul far intendere al lettore che il secondo sarebbe felice di un vertice a due, trovandosi in difficoltà al fronte, come d'altronde vuole la narrazione europeista, di una Russia messa all'angolo dagli eroici e forti ucraini.  

Dunque, le cose sembrano stare così: il nazigolpista-capo pubblica un appello alla leadership russa proponendo un incontro in territorio neutrale «per porre fine alla guerra». Zelenskij avrebbe detto di sapere che a Putin in Alaska «era stata promessa una soluzione su alcune questioni riguardanti l'Ucraina e l'Europa. Ma vedete che le questioni ucraine e europee non vengono risolte ad Anchorage» ghigna il clown terrorista, sentendosi le spalle coperte a Londra; e continua «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l'Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo chi ci sosterrà. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto mandato a riferire il messaggio del don: il pizzino di un ras della cupola non sarebbe stato vergato più “amichevolmente”. 

Dunque: Ucraina e Europa, con la prima, come d'uopo, “vallo militare” a difesa della seconda. Cosa risponde Putin, parlando coi giornalisti a margine del Forum economico a Piter? La Russia non si oppone all'adesione dell'Ucraina all'entità europea sul tipo delineato da Friedrich Merz; Moskva è però contraria alla trasformazione della UE in blocco militare. E, checché ne dica Zelenskij, «forse l'Unione Europea potrebbe contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, ciò dovrebbe avvenire nel quadro degli accordi che abbiamo discusso ad Anchorage». Alaska, signor Zelenskij; Alaska, non Londra, o Parigi o Berlino. A Anchorage era stato chiesto alla Russia «se fosse disposta a fare una serie di compromessi... nel mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti, ho detto che eravamo pronti e ho illustrato in cosa potrebbero consistere questi accordi e questi compromessi. La questione è se questi compromessi saranno accettati dalla parte ucraina», ha detto Putin e ha espresso seri dubbi su questo punto, aggiungendo che, a giudicare da tutto, Kiev non è affatto pronta per la pace.
Per le lamentazione delle redazioni romane, milanesi, torinesi, l'esercito russo è in vantaggio e sta avanzando su tutti i fronti, ma Kiev non è ancora disposta a scendere a compromessi e continua a resistere, ha detto ancora Putin. Negli ultimi tempi, la Russia ha messo sotto controllo circa 2.440 chilometri quadrati di territorio e continua ad avanzare. Certo, ha detto Putin, gli sponsor occidentali stanno fornendo a Kiev un gran numero di droni di vario tipo, anche a lunga gittata. In ogni caso, ha detto, Moskva è pronta per addivenire a «un accordo con l'Ucraina con mezzi pacifici, sulla base di quanto discusso nell'incontro di Anchorage». Anchorage e ancora Anchorage, signor scaduto “presidente” dell'Ucraina.

Anchorage. Nonostante non tutto, anche là, sia andato per il verso dovuto. Durante i colloqui in Alaska, ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, la Russia ha fatto concessioni "difficili" riguardo all'operazione militare, ma Donald Trump non è stato in grado di garantire l'attuazione degli accordi. In Alaska, la proposta avanzata dagli americani «è stata accettata dal presidente russo, che ne ha parlato ripetutamente. È stata difficile perché non corrispondeva pienamente a ciò che volevamo, ma era accettabile come primo passo che avrebbe permesso di porre fine alle ostilità e avviare negoziati per definire tutti i dettagli... Ma poi non è successo nulla sul fronte dei negoziati ucraini... Le relazioni Russia-USA hanno ricominciato a farsi tese, perché non solo le sanzioni di Biden continuano ad essere estese, ma sono comparse anche quelle di Trump contro Lukoil e Rosneft. L'obiettivo dichiarato è il dominio americano nei mercati energetici globali... Forse è vantaggioso per i nostri colleghi americani ritardare le pressioni sull'Ucraina. E nel frattempo, continuare a esercitare pressioni economiche su di noi». Lavrov lamenta che principio della politica occidentale sia sempre dato dall'aforisma “parola data, parola ripresa”, quale ricusazione delle promesse fatte, come nel caso degli accordi precedenti al golpe contro Viktor Janukovyc e poi degli accordi di Minsk. 

Non è certo un caso che siano risuonate proprio ora le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale, ma una parte che sostiene l'Ucraina con le armi: «Non siamo mediatori imparziali. Chiaramente, stiamo favorendo una parte rispetto all'altra». Trump, dice Lavrov, afferma che «questa non è la sua guerra, ma quella di Biden, e che se lui fosse stato presidente allora, questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ma ora l'ha ereditata. All'inizio aveva deciso di fermarla. E sembrava esserci riuscito in Alaska. Ma ora probabilmente si starà chiedendo: e se la guerra continuasse, finiremmo per estromettere Russia e Cina dai mercati globali come concorrenti». In effetti, come riportato da The New York Times, Donald Trump ha approvato il coinvolgimento di agenti della CIA nella pianificazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe e la "flotta ombra", che vengono poi mascherati come attacchi ucraini. 

In questa cornice, l'ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha dichiarato a Sky News che, per la Russia, l'operazione militare in Ucraina è una «guerra esistenziale. Per noi, non per i paesi della NATO... una guerra esistenziale contro i paesi NATO, forse senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ma gli USA sono stati molto attivamente coinvolti fin dall'inizio». Perché i paesi NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto. Le nuove armi in arrivo a Kiev sono presentate come ucraine, sebbene in realtà siano prodotti del complesso militare-industriale europeo, ha detto Kelin, indicando paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Canada e altri, in cui viene semplicemente esternalizzata la produzione. Attenzione, ha detto Kelin: a un certo punto la Russia dovrà adottare delle «contromisure. Non dirò esattamente quali, ma conosciamo gli indirizzi. Li abbiamo pubblicati e saranno facili bersagli». Secondo l'ambasciatore russo, anche la Gran Bretagna subirà «ritorsioni, poiché sta imponendo sanzioni anti-russe, fornendo armi all'Ucraina e ostacolando i colloqui di pace... La Gran Bretagna sta facendo tutto il possibile per infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

Dunque, le prospettive non sono poi così rosee. Non lo sono, perché la guerra in Ucraina non rappresenta che la “fase attuale” della contrapposizione che, da decenni, vede i capitali occidentali puntare alle sterminate risorse della Russia e vede da decenni i “comitati d'affari” dei capitali occidentali, quelle entità che Lenin definiva «comitati nazionali di milionari, detti governi», pianificare azioni di guerra sotterranea – quella che oggi chiamano “ibrida” - o guerra guerreggiata, a diverso titolo e con diverse intenzioni, prima contro l'Unione Sovietica e, dopo, contro la Russia. 

Quindi, dice l'ex ufficiale dell'intelligence Andrej Bezrukov, docente presso il prestigioso MGIMO, la Russia sarà costretta a combattere almeno per i prossimi due decenni, in conflitti ad alta e a bassa intensità, affrontando minacce alle infrastrutture critiche e insidie di guerra biologica. I nemici, dice Bezrukov, contano sulla prospettiva che «a un certo punto il nostro sistema decisionale venga sovraccaricato da attacchi complessi provenienti da tutte le direzioni: ideologici, fisici, militari e così via, e che il sistema non sia più in grado di prendere decisioni adeguate». Potrebbe trattarsi di una guerra molto violenta, afferma l'ex agente, come quella «che stiamo vivendo ora. Oppure di una guerra strisciante. Anche se si estendesse ad altre regioni, avremmo due generazioni che si potrebbero praticamente considerare in guerra. E dobbiamo imparare a convivere con questa guerra... Dobbiamo costruire il nostro sistema statale, costruire la nostra economia in modo tale che assolva non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa».

A oggi, dice Bezrukov, a Russia sta affrontando una nuova forma di guerra, in cui gli avversari intensificano costantemente l'escalation, pur senza raggiungere il livello nucleare. La strategia dell'Occidente in questa guerra è molto semplice: «evitare uno scontro nucleare con noi, dal quale uscirebbero sconfitti. Quindi devono far “bollire la rana”, che è quello che stanno facendo, aumentando gradualmente l'escalation. E non si fermeranno perché non hanno via di fuga. Noi rappresentiamo una minaccia esistenziale per loro». Secondo Bezrukov, la "seconda fase critica" della guerra sarà l'Asia. Per quanto riguarda la Russia, dice, tenteranno di distruggerla lentamente, prima di tutto eliminando la minaccia nucleare: «l'obiettivo principale è evitare la soglia nucleare e neutralizzare le nostre forze nucleari. Questo può essere fatto in due modi: o costruendo un sistema nello spazio, cosa che hanno iniziato a fare, per impedire qualsiasi decollo. Oppure facendo quello che hanno fatto con l'Operazione “Ragnatela”, installando qui i loro agenti e, a un certo punto, colpendo le nostre forze nucleari. Forse non le metteranno fuori combattimento tutte, ma è una minaccia reale».

Vien da chiedersi se il pizzino di Zelenskij serva a fare da paravento a qualcosa di molto più pericoloso.


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FONTI:

https://politnavigator.news/zelenskijj-ugrozhaet-putinu-dvorcovym-perevorotom.html

https://politnavigator.news/es-mozhet-pomoch-resheniyu-ukrainskogo-konflikta-no-ne-vykhodya-za-ramki-ankoridzha-putin.html

https://politnavigator.news/rossiya-gotova-k-kompromissam-ankoridzha-a-kiev-poka-net-putin.html

https://politnavigator.news/lavrov-v-ankoridzhe-rossiyu-opyat-obmanuli.html

https://politnavigator.news/gosdep-ssha-otkrytym-tekstom-my-ne-posredniki-a-na-storone-banderovcev.html

https://politnavigator.news/posol-rossii-v-londone-my-ne-mozhem-proigrat-i-obyazany-osvobodit-russkie-zemli.html

https://politnavigator.news/ehto-budut-legkie-celi-russkijj-diplomat-o-psevdo-ukrainskikh-voennykh-zavodakh-v-evrope.html

https://politnavigator.news/eshhjo-minimum-dva-pokoleniya-v-rossii-budut-zhit-v-sostoyanii-vojjny-prognoz-razvedchika.html

https://politnavigator.news/rossijjskijj-razvedchik-zapad-varit-rossiyu-kak-lyagushku-na-medlennom-ogne.html

Le principali dichiarazioni di Putin al Forum Economico di San Pietroburgo


Nel suo intervento alla sessione plenaria del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026), il presidente russo Vladimir Putin ha delineato una visione del sistema internazionale fondata sulla transizione verso un ordine multipolare, denunciando al contempo quella che ha definito la crescente crisi strategica dell’Occidente collettivo e, in particolare, dell’Unione Europea. Davanti a una platea composta da rappresentanti di oltre 130 Paesi, Putin ha sottolineato come il forum si stia consolidando quale spazio di dialogo tra Stati, imprese e attori economici interessati a costruire relazioni basate sul rispetto reciproco e sul vantaggio condiviso. Al suo fianco erano presenti il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, la presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan, il vicepresidente cinese Han Zheng e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman Al Saud, una presenza che riflette il crescente peso dei Paesi del Sud Globale nei nuovi equilibri internazionali.

Secondo il leader russo, il mondo sta attraversando la più importante trasformazione strutturale degli ultimi decenni. Il modello di globalizzazione costruito attorno a un numero ristretto di centri finanziari, tecnologici e logistici occidentali avrebbe infatti esaurito la propria funzione storica. Putin ha sostenuto che strumenti presentati per anni come neutrali - dai sistemi finanziari alle infrastrutture tecnologiche, fino alle catene logistiche e informative - siano stati progressivamente trasformati in mezzi di pressione politica e di concorrenza sleale. In questo contesto, ha osservato, sempre più Paesi, aziende e istituzioni finanziarie stanno comprendendo i rischi derivanti dall’eccessiva dipendenza da infrastrutture controllate da attori esterni. Da qui la tendenza crescente a sviluppare tecnologie autonome, nuove rotte commerciali e meccanismi finanziari alternativi, capaci di garantire maggiore sovranità economica e sicurezza strategica. Una parte significativa del discorso è stata dedicata alla situazione europea.

Putin ha accusato la burocrazia di Bruxelles di perseguire una linea politica “miope”, caratterizzata da una retorica aggressiva che sta accelerando il declino europeo. Il presidente russo ha collegato questa strategia non soltanto alla perdita di posizioni dell’Europa nell’economia mondiale, ma anche all’indebolimento della sicurezza regionale e globale. Nel suo intervento, il capo del Cremlino ha inoltre richiamato l’attenzione sulle tensioni che attraversano il Medio Oriente, aggravate dal conflitto che contro l’Iran, e sulle turbolenze che interessano i mercati energetici internazionali.

Secondo Putin, le élite europee contribuiscono ad alimentare instabilità e caos, tentando di coinvolgere un numero sempre maggiore di Paesi in dinamiche di confronto geopolitico. Il presidente russo ha infine ribadito la disponibilità di Mosca al dialogo con l’Europa, a condizione che vengano superati quelli che ha definito approcci coloniali e che la Russia venga riconosciuta come interlocutore paritario. La soluzione delle grandi questioni continentali, ha sostenuto, richiede un confronto fondato sul rispetto reciproco degli interessi e non sulla logica delle accuse reciproche. Il messaggio emerso dal Forum di San Pietroburgo appare chiaro: secondo Mosca, la fase storica dominata dall’egemonia occidentale sta lasciando spazio a una nuova architettura internazionale più policentrica, nella quale un numero crescente di Stati cerca di affermare la propria autonomia politica, economica e tecnologica. Quindi, il consolidamento del mondo multipolare non rappresenta più una prospettiva futura, ma un processo già in corso che sta ridefinendo gli equilibri globali.


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Putin al Forum Economico di San Pietroburgo: il mondo multipolare avanza mentre l’Europa perde terreno

Nel suo intervento alla sessione plenaria del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026), il presidente russo Vladimir Putin ha delineato una visione del sistema internazionale fondata sulla transizione verso un ordine multipolare, denunciando al contempo quella che ha definito la crescente crisi strategica dell’Occidente collettivo e, in particolare, dell’Unione Europea. Davanti a una platea composta da rappresentanti di oltre 130 Paesi, Putin ha sottolineato come il forum si stia consolidando quale spazio di dialogo tra Stati, imprese e attori economici interessati a costruire relazioni basate sul rispetto reciproco e sul vantaggio condiviso. Al suo fianco erano presenti il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, la presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan, il vicepresidente cinese Han Zheng e il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman Al Saud, una presenza che riflette il crescente peso dei Paesi del Sud Globale nei nuovi equilibri internazionali.

Secondo il leader russo, il mondo sta attraversando la più importante trasformazione strutturale degli ultimi decenni. Il modello di globalizzazione costruito attorno a un numero ristretto di centri finanziari, tecnologici e logistici occidentali avrebbe infatti esaurito la propria funzione storica. Putin ha sostenuto che strumenti presentati per anni come neutrali - dai sistemi finanziari alle infrastrutture tecnologiche, fino alle catene logistiche e informative - siano stati progressivamente trasformati in mezzi di pressione politica e di concorrenza sleale. In questo contesto, ha osservato, sempre più Paesi, aziende e istituzioni finanziarie stanno comprendendo i rischi derivanti dall’eccessiva dipendenza da infrastrutture controllate da attori esterni. Da qui la tendenza crescente a sviluppare tecnologie autonome, nuove rotte commerciali e meccanismi finanziari alternativi, capaci di garantire maggiore sovranità economica e sicurezza strategica. Una parte significativa del discorso è stata dedicata alla situazione europea.

Putin ha accusato la burocrazia di Bruxelles di perseguire una linea politica “miope”, caratterizzata da una retorica aggressiva che sta accelerando il declino europeo. Il presidente russo ha collegato questa strategia non soltanto alla perdita di posizioni dell’Europa nell’economia mondiale, ma anche all’indebolimento della sicurezza regionale e globale. Nel suo intervento, il capo del Cremlino ha inoltre richiamato l’attenzione sulle tensioni che attraversano il Medio Oriente, aggravate dal conflitto che contro l’Iran, e sulle turbolenze che interessano i mercati energetici internazionali.

Secondo Putin, le élite europee contribuiscono ad alimentare instabilità e caos, tentando di coinvolgere un numero sempre maggiore di Paesi in dinamiche di confronto geopolitico. Il presidente russo ha infine ribadito la disponibilità di Mosca al dialogo con l’Europa, a condizione che vengano superati quelli che ha definito approcci coloniali e che la Russia venga riconosciuta come interlocutore paritario. La soluzione delle grandi questioni continentali, ha sostenuto, richiede un confronto fondato sul rispetto reciproco degli interessi e non sulla logica delle accuse reciproche. Il messaggio emerso dal Forum di San Pietroburgo appare chiaro: secondo Mosca, la fase storica dominata dall’egemonia occidentale sta lasciando spazio a una nuova architettura internazionale più policentrica, nella quale un numero crescente di Stati cerca di affermare la propria autonomia politica, economica e tecnologica. Quindi, il consolidamento del mondo multipolare non rappresenta più una prospettiva futura, ma un processo già in corso che sta ridefinendo gli equilibri globali.


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“L’obiettivo del missile era una voce di Radio Gaza. L’uomo è ferito, ma è vivo”

 

Radio Gaza - cronache dalla Resistenza

Una trasmissione di Michelangelo Severgnini e della redazione locale palestinese a Gaza

In contatto diretto con la popolazione di Gaza che resiste e che ha qualcosa da dire al mondo.

Episodio numero 40 - 4 giugno 2026

LA PUNTATA:

 

I TESTI:

 

<<La pace sia con te, fratello mio Michelangelo. Questa marcia si è svolta nella Striscia di Gaza per chiedere un cessate il fuoco, la fine dei massacri, la fine delle uccisioni, la fine della fame e la fine degli sfollamenti. Questo popolo ha marciato sventolando la bandiera palestinese, che non ha mai abbandonato. Non ha alzato bandiera bianca. Questo popolo è sceso in strada per chiedere un cessate il fuoco e chiede al mondo di stare al nostro fianco e sostenerci>>.

 

QUESTO VIDEO E QUESTO MESSAGGIO VOCALE SONO STATI INVIATI DA UNA DELLE VOCI DI RADIO GAZA SUL CAMPO, PRESSO IL PORTO DI GAZA CITTA’, POCO PRIMA CHE LA MANIFESTAZIONE FOSSE COLPITA DA UN MISSILE ISRAELIANO.

IL RAGAZZO E’ SOPRAVVISSUTO PER MIRACOLO, PERDENDO CONOSCENZA AL MOMENTO DELL’IMPATTO. SUBITO SOCCORSO E PORTATO IN OSPEDALE, PRESENTA UNA PROFONDA FERITA AL PIEDE E DIVERSE SCHEGGE CONFICCATE NEL CORPO.

ORA, CON IL VOSTRO AIUTO, RADIO GAZA STA COPRENDO I COSTI NECESSARI PER LE CURE E LE MEDICINE. 

RADIO GAZA HA RISCHIATO DI PAGARE A SUA VOLTA UN ENORME TRIBUTO AL DIRITTO DI CRONACA.

QUESTE LE SUE PAROLE INVIATE ATTRAVERSO UN MESSAGGIO SCRITTO:

 

«Non ricordo esattamente com’è stato l’impatto dell’esplosione; avevo perso conoscenza. Non mi aspettavo di essere ancora vivo quando mi sono svegliato e mi sono ritrovato in ospedale».

 

<<Tre giorni fa, due razzi di ricognizione sono caduti sulla spiaggia di Gaza. L'obiettivo erano alcune persone, tra cui un uomo che ci inviava messaggi vocali a Radio Gaza. È rimasto ferito ed è scampato alla morte, ma soffre terribilmente. Sono andato a trovarlo nella sua tenda dopo che è uscito dall'ospedale e gli ho portato delle medicine, grazie a una somma di denaro inviata da fratello Michelangelo. Tuttavia, le sue condizioni rimangono molto critiche. Ha una famiglia di tre persone: lui, sua moglie e suo figlio. Riesce a sfamarli solo con l'aiuto di fratello Michelangelo>>.

 

I bombardamenti israeliani a Gaza nell'ultima settimana hanno provocato decine di vittime, violando ripetutamente la tregua mediata dagli Stati Uniti che è formalmente in vigore dall'ottobre 2025. 

Come abbiamo raccontato, il 1° giugno scorso, un missile ha colpito un bar affollato vicino al porto nei pressi di una manifestazione. L'attacco ha causato 2 morti e una dozzina di feriti tra i civili.

Il 2 giugno a Raid a Deir al-Balah, un bombardamento mirato contro un veicolo nel centro della Striscia ha provocato 3 morti.

Il 4 giugno, almeno altri 9 palestinesi sono rimasti uccisi in quattro attacchi simultanei che hanno sventrato complessi residenziali.

Mentre l'attenzione internazionale è in gran parte assorbita dai violenti scontri tra Israele e Hezbollah in Libano, la Striscia di Gaza continua a subire attacchi aerei mirati a causa dello stallo nei negoziati per la "fase due" dell'accordo di pace (che prevede il disarmo di Hamas e il ritiro totale delle truppe israeliane).

Per mesi abbiamo parlato di uno stallo che non poteva portare se non al punto in cui Nikolay Mladenov, l’inviato speciale per il Board of Peace, se ne sarebbe lavato le mani e l’iniziativa sarebbe tornata ad Israele.

E così sta succedendo.

Netanyahu ha annunciato l’estensione della linea gialla, cioè la linea di confine con la parte della Striscia controllata dalle forze israeliane, fino al 70%.

Gli accordi dello scorso ottobre prevedevano che Israele non superasse il 53%.

Dall'inizio di quell’accordo ad oggi al contrario, si contano circa 930 palestinesi uccisi dai soli raid aerei israeliani, di cui 119 nell’ultimo mese.

Israele, tra bombardamenti mirati e la stretta sugli aiuti, sta spianando il campo per una nuova operazione di terra.

Non appena ci sarà una tregua reale in Libano. A Gaza è tutto pronto.

 

<<La zona del porto di Gaza, vicino al campo profughi di Shati, è la più densamente popolata: vi risiedono decine di migliaia di famiglie le cui case sono state distrutte, e il numero di famiglie che vi si stabiliscono aumenta durante l’estate grazie alla vicinanza al mare, che garantisce l’approvvigionamento idrico per l’uso quotidiano 

Ora gli aerei israeliani hanno bombardato una tenda all'interno del porto di Gaza con un attacco missilistico che potrebbe causare la morte di un numero molto elevato di cittadini. Siamo di fronte a un vero e proprio massacro.

Poco fa c'è stato un altro bombardamento nella zona di Al-Ramal, dove due giorni fa si è verificato il massacro; sembra trattarsi di un altro attentato mirato. Stiamo vivendo una guerra crudele che non accenna a finire.

Un intero isolato residenziale nel campo di Al-Shati è stato completamente distrutto dopo essere stato bombardato e raso al suolo dagli aerei israeliani. La devastazione aumenta di giorno in giorno, l'esodo si intensifica e lo spazio a disposizione si riduce sempre più.

Bombardamento di un'altalena per bambini, del cortile di una casa, di un ristorante e di un grande magazzino per lo stoccaggio di generi alimentari, con l'incendio di tutte le derrate alimentari che vi si trovavano all'interno: ecco come Israele ha rispettato il cessate il fuoco. Il sionismo non si ferma mai: è venuto al mondo con la violenza, l'omicidio e l'oppressione.

Sono stati giorni e notti terribili per noi nella Striscia di Gaza: ieri notte gli aerei israeliani non hanno smesso di bombardare, distruggere e uccidere nel campo di Shati. Hanno bombardato una tenda uccidendo un'intera famiglia: padre, madre e tutti i figli, e hanno distrutto diversi edifici residenziali nella zona di Al-Daraj. Poi c'è stato un bombardamento intenso sulla zona con i carri armati per tutta la notte, senza sosta, e hanno fatto avanzare la linea gialla nella stessa zona, bombardando un'altra tenda a Mawadi Khan Yunis e bombardando Deir Al-Balah. 

Hanno anche bombardato un'auto a Al-Zawaya 

e la fame continua e c'è stata una nuova riduzione dei pasti forniti dalla cucina internazionale. La fame è al massimo livello e le uccisioni non si fermano un attimo>>.

 

A Gaza è in corso la “stretta finale”, prima della nuova invasione. Gaza è senza cibo, senza acqua. Lo spazio per oltre 2 milioni di persone si restringe. Un milione 900 mila di queste sono rimaste senza casa e vivono nelle tende. Il caldo sta tornando ad assetare la gente. Mantenere in vita e gestire questa moltitudine disperata sarà un’impresa disperata nei prossimi mesi.

 

<<Con la riduzione degli impegni da parte delle organizzazioni internazionali – che ricevono le vostre donazioni – per garantire l’acqua potabile nella Striscia di Gaza, e con l’avvicinarsi dell’estate nella Striscia, il disperato bisogno di acqua e la sua scarsità, si è verificata una grande ressa attorno a un’autocisterna messa a disposizione alcuni giorni fa; nella calca per procurarsi un gallone d’acqua, un giovane ventenne è morto soffocato. Sì, abbiamo perso un giovane che aveva la sua vita mentre cercava di procurarsi 20 litri d'acqua, sufficienti per mezza giornata per una famiglia di cinque persone. Così è la vita qui: con molte donazioni otteniamo una maggiore quantità d'acqua, preveniamo le malattie e la morte di famiglie che soffrono di un disperato bisogno di acqua potabile.

Netanyahu ha dichiarato oggi di controllare il 60% del territorio della Striscia di Gaza e di puntare a controllarne il 70% Conosciamo bene questa dichiarazione: significa evacuazione di zone, nuovi sfollamenti, nuove sofferenze, ricerca di nuovi alloggi, fornitura di tende e altro. Ci troviamo di fronte a un grave problema per il quale dovremo prepararci. Da diversi giorni le milizie affiliate all'esercito di occupazione stanno invadendo i territori vicini e aprendo il fuoco sui cittadini.

Ci troviamo di fronte a un grave problema: quello dei prossimi sfollamenti, in particolare per i campi profughi di Al-Wusta>>.

 

Grazie alle vostre generose donazioni, Radio Gaza sta facendo tutto il possibile, attraverso la campagna “Apocalisse Gaza” e l’invio di valuta elettronica all’interno della Striscia.

Oltre 1 miliardo di dollari sono stati inviati come rimesse all’interno della Striscia di Gaza nel 2025. 

La nostra campagna è stata una piccola goccia di questo enorme oceano.

Questa somma rappresenta più di un terzo dell’economia annuale a Gaza prima dell’ottobre 2023.

Cifre enormi che fanno la differenza. 

Eppure dall’Europa ci sono ancora troppe chiacchiere e pochi fatti.

 

<<La pace sia con voi, insieme alla misericordia e alle benedizioni di Dio. Caro fratello Michelangelo, oggi mi trovo in ospedale, sono molto, molto stanco e ho bisogno di un po' di soldi per pagare le cure. Grazie mille per la vostra collaborazione.

Appello umanitario urgente.

Una famiglia che viveva nelle tende nella zona della spiaggia, dopo i bombardamenti, ha dovuto trasferirsi altrove e questo li ha costretti a spendere tutti i loro risparmi. Da tre giorni non hanno nulla da mangiare. Oggi sono riuscito a procurare loro alcuni cibi in scatola per placare la fame, ma abbiamo bisogno di un aiuto urgente affinché possano procurarsi cibo e bevande.

Oggi abbiamo acquistato queste tende e le abbiamo distribuite alle famiglie che sono state colpite dai bombardamenti due giorni fa; alcune case hanno subito danni parziali e queste tende sono state fornite per riparare le abitazioni in sostituzione delle pareti in cemento.

Oggi, grazie a Dio e alle vostre donazioni, siamo riusciti ad acquistare e distribuire alcune tende ad alcune famiglie le cui case sono state distrutte alcuni giorni fa, nell'ambito dell'impegno di Radio Gaza per alleviare le sofferenze e aiutare gli abitanti di Gaza colpiti dalla guerra di sterminio e dalla carestia. Speriamo di ricevere ulteriori donazioni nei prossimi giorni per completare l'acquisto delle tende e coprire le abitazioni; abbiamo urgente bisogno di acquistare 10 teloni per riparare cinque case, con due teloni per ogni famiglia>>.

 

L’ultima parte di questa straziante puntata è dedicata alla scuola “Al-Amal” che in questi giorni ci strappa sorrisi di commozione e orgoglio. Vedremo ora alcune scene tratte dalla festa celebrata nel cortile della scuola. Ma ascolteremo anche la voce di alcuni bambini. 

Questa non è una favola. 

Questa è Gaza, giugno 2026.

 

<<- Hai ricevuto dei vestiti nuovi per l'Eid? - Ragazza: No. - Perché? 

- Mio padre non ha soldi per comprarci nulla. Guarda, indosso questa tuta, 

e vengo a scuola con le pantofole di mio fratello. Quindi non posso... mio padre non può comprarci vestiti per l'Eid.

- Perché tuo padre non può comprarti dei vestiti? - Perché non lavora.

- La tua casa è ancora in piedi? - No, è stata bombardata.

- La tua casa è stata bombardata? E queste sono le pantofole di tuo fratello? 

Ma come fa tuo fratello ad uscire se indossi le sue pantofole? - A piedi nudi.

- A piedi nudi? - Sì. - Va bene, speriamo di poterti fornire vestiti e pantofole per l'Eid, 

e stivali per l'Eid, se Dio vuole. - Se Dio vuole.

Sono molto, molto contento della scuola.

Oggi sono molto, molto felice della scuola, perché hanno organizzato una festa per noi.

Ringraziamo la scuola italiana “Hope” per aver organizzato la festa.

Ringraziamo la scuola italiana “Al-Amal” per aver organizzato la festa per noi.

Ringraziamo la scuola italiana “Al-Amal”... per la festa... per la festa.

Oggi ringraziamo... oggi ringraziamo... (ride spontaneamente ed esce dall'inquadratura).

- Ringraziamo la scuola italiana “Al-Amal”.

- Ringraziamo Michael Jackson (inteso come Michelangelo).

- Ringraziamo Michael e ringraziamo la scuola di... (ride).

- Viva la Palestina, araba e libera! - Viva! Viva! Viva!

- Gloria ed eternità ai nostri giusti martiri! - Gloria! Gloria! Gloria!

- Cosa vuoi vedere durante le vacanze? - Volevo condividere qualcosa perché mio padre è un martire. - Cosa? - Non c'è niente perché mio padre è un martire>>.

 

La campagna "Apocalisse Gaza" giunge al suo 352° giorno.

186.068 € raccolti grazie a 1.986 donazioni.

185.780€ inviati fin qui a Gaza.

 

Per le donazioni: 

 

https://paypal.me/apocalissegaza

 

oppure

 

Conto corrente per le donazioni: 

SANDALIA ONLUS ATTIVITA' DI ORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE E LA SOLI

IBAN: IT 79 J 01015 86510 000065016676

BIC: BPMOIT22 XXX

Causale: Apocalisse Gaza

 

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“TURISTIFICA ET IMPERA”. Un memoricidio senza bombe

 

“TURISTI A CASA NOSTRA”? IL NEOLIBERISMO È DI CASA NEL SUD EUROPA (SULLE TRACCE DI ANTONIO DI SIENA)

 

di Capinera88

Di turistificazione (almeno) se ne parla parecchio negli ultimi anni, ma nessuno ci pare, ne ha scritto in maniera profonda e documentata come ha fatto Antonio Di Siena nel suo “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano” (L’AD Edizioni 2025, con prefazione di Thomas Fazi). Di Siena, come un rabdomante dell’austerità, se ne va in giro tra Puglia e Grecia a sondare le storie di sfratti nei sobborghi e nei centri storici. Le macerie sono quelle del tessuto sociale, mentre i palazzi restano in piedi e i quartieri diventano non-luoghi.

Antonio Di Siena, ex avvocato, oggi ricercatore indipendente e blogger, scrive di politica, economia e geopolitica. Dal 2019 cura la rubrica “Il DiSsenziente” su l’AntiDiplomatico. Vive tra Atene e Bari, per questo ha potuto toccare con mano la desertificazione sociale causata dalla gentrificazione esasperata delle nostre città; il nostro autore la descrive davvero come una guerra d’insediamento coloniale da parte del capitale finanziario non-locale.

UN MEMORICIDIO SENZA BOMBE

In questo libro, in parte cronaca aneddotica drammatica dal fronte urbano, e in parte saggio, Di Siena descrive un processo gravissimo che sta avvenendo per lo più nell’Europa del sud. L’autore non si ferma all’analisi della turistificazione come fatto estetico-paesaggistico, ma lo interpreta come atto di demolizione neoliberista del sistema welfare, della comunità, delle reti sociali e perfino della memoria storica e culturale dei luoghi. Un memoricidio senza bombe.

Tra le cause del turismo massificato che abusa delle nostre identità, le politiche di austerità dell’Unione Europea e tra le conseguenze lo smantellamento della rete sociale e la repressione del dissenso popolare.

Una collettività di cittadini che viene atomizzata fisicamente perché sostituita da un flusso di turisti costante, infatti, vedrà diluirsi anche le proprie rivendicazioni per welfare, assistenza sociale e diritti elementari come avere strutture dedicate, ospedali e scuole. Il turista costa allo Stato meno di un cittadino; il turista è di passaggio e dopo aver stropicciato le lenzuola di un B&B per poche notti non ha bisogno certo di servizi sanitari e scolastici. Va da sé che nessuno protesterà o indirrà scioperi dal momento in cui il cittadino avrà migrato altrove, solo e precario. Il turista pretende solo pulizia, strutture ricettive ed esperienze ludiche. Il cittadino ha invece bisogno di scuole, sanità e servizi costosi e sul lungo periodo e non solo per una stagione. Il motto punk dei CCCP era “Produci consuma crepa”, secondo noi oggi potrebbe diventare “consuma paga sparisci”…

“TURISTIFICA ET IMPERA”

Insomma non solo la turistificazione sfrenata rimpingua le casse dello stato senza restituire nulla alla cittadinanza di quanto essa ha dato (una vera rapina!), ma trasforma le città in merci e le piazze in brand, disarticolando le comunità residenti, in un processo di vera e propria ingegneria sociale. Di Siena chiarisce che non si tratta di una “guerra al turista”, il turismo è una risorsa preziosa, ma viene strumentalizzato in nome di un nuovo modello finanziario-antropologico, sempre instabile che ha precarizzato l’economia italiana, diventando anche uno strumento di abbattimento di garanzie sociali che invece lo stato dovrebbe assicurare perché su di esse si fonda il patto sociale e la legittimità dello Stato stesso.

“Turistifica et Impera”, così si potrebbe riscrivere un antico motto del realismo politico.

Voci di guerra da San Pietroburgo. Sulle (agghiaccianti) dichiarazioni dell'ex agente segreto Andrey Bezrukov

 

di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico

 

Ieri ha avuto inizio il Forum Economico di San Pietroburgo, il più importante simposio economico del paese, nato con l'ambizione di ridare slancio all'economia russa dopo il crollo del sistema sovietico e impostosi, negli anni, come uno dei più attrattivi forum economici a livello mondiale perché porta d'ingresso all'enorme spazio economico euroasiatico. Da notare che proprio in questa edizione si è avuto il ritorno di una delegazione statunitense, dopo gli anni del boicottaggio causato dal conflitto tra Mosca e Kiev. Al contrario, latitano ancora i paesi europei che insistono nella loro ostilità ostentata nei confronti di Mosca.

Proprio nel giorno dell'inaugurazione di questa importante manifestazione, San Pietroburgo è stata colpita da un potente attacco di droni ucraini. Molto probabilmente negli intendimenti di Kiev vi era quello di rovinare quella che -  soprattutto in occidente - viene intesa come una manifestazione che ha lo scopo di glorificare Putin e il putinismo economico. Il risultato dell'attacco è stata l'esplosione di alcuni depositi petroliferi e la distruzione di una corvetta del Flotta del Baltico della Marina Militare Russa. Una mossa, quella di Kiev, certamente propagandistica, ma che segnala anche una capacità di colpire a lunghissima distanza dal proprio territorio: chiaramente un attacco del genere non può non aver sorvolato lo spazio aereo della NATO, sempre che – addirittura - il lungo di partenza dei droni non fosse direttamente situato in territorio NATO. Ciò sempre di più chiarisce, anche a chi si è recato a San Pietroburgo per partecipare al Forum Economico, che la Russia è in realtà in guerra con buona parte dei paesi europei.

Ma al di là di questo fatto di guerra - comunque di grande portata simbolica - ad aver destato scalpore nel corso del primo giorno è stato un dibattito al quale ha partecipato l'ex agente dei servizi esteri russi,  l'analista geopolitico ed esperto di sicurezza Andrey Bezrukov che attualmente svolge il ruolo di consigliere del CEO di Rosneft Igor Sechin. Sottolineo che il parere di Bezrukov è da ritenersi di primaria importanza perchè espresso da una persona facente parte della cerchia ristrettissima dei “siloviki” che fungono da guardia pretoriana dello stesso Putin nonché ne sono fonte reale di potere nella macchina dello stato e, conseguentemente, la sua opinione è da ritenersi di più che il parere di un analista.  I punti fondamentali espressi da Bezrukov sono i seguenti:

 

  • La Russia rimarrà in uno stato di guerra forse per i prossimi 20 o 30 anni;

  • La guerra nella quale la Russia è/sarà impegnata è di nuovo tipo e non è focalizzata sulla conquista di nuovi territori. Si tratta di una guerra di attrito con l'Occidente e incentrata sul danneggiamento dei sistemi critici dell'avversario; gasdotti, depositi di petrolio, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni. La finalità di questo tipo di guerra è quella di logorare l'avversario fino a farlo crollare di schianto.
  • La strategia occidentale è quella di far bollire a fuoco lento “la rana russa” così da evitare uno scontro nucleare;

  • Infine Bezrukov – riecheggiando quanto già sostenuto da eminenti studiosi quali Panina, Karaganov e Pilko – sostiene che l'approccio russo al conflitto è troppo morbido e sostanzialmente fa il gioco dello stesso occidente e della sua strategia della rana bollita: «Siamo lenti. Gli permettiamo troppo. Non ci temono… perché tante, tante linee rosse di cui abbiamo parlato sono rimaste solo sulla carta» ha concluso.

Come si può vedere, si tratta di dichiarazioni che lasciano intendere una assoluta sfiducia - da parte della cerchia dei siloviki - nella possibilità di avviare trattative che abbiano una reale possibilità di riportare la pace in Ucraina.

Ed effettivamente non si può non valutare correttamente quanto delineato da  Bezrukov anche sulla scorta della reale condizione degli avversari della Russia; 

 

[A] Gli USA sono invischiati in una sempre più pericolosa crisi del Debito Estero (Posizione Finanziaria Netta o NIIP che dir si voglia) e oltretutto sono insidiati sul piano tecnologico, industriale e militare dalla potenza emergente cinese;

[B] Anche Francia e UK hanno enormi problemi di debito estero che in prospettiva potrebbero tradursi in gravi crisi finanziarie sia sul piano dei conti dello stato che sul piano della stabilità del sistema finanziario nazionale;

[C] L'Unione Europea vive enormi problemi legati alla competitività sia a causa dell'inaridimento delle fonti di approvvigionamento di energia a basso costo (leggi, gas russo) sia a causa di una scarsissima capacità di innovazione dell'area economica europea.

 

Elementi questi che, presi complessivamente, rischiano di far perdere il proprio status all'Occidente Collettivo e che – di conseguenza – lo obbligano ad usare tutte le strategie possibili per riuscire prima a scardinare l'asse Pechino-Mosca e poi ad abbattere singolarmente sia l'orso russo che il dragone cinese.

A dimostrazione che quanto sostenuto da  Bezrukov è da ritenersi corretto basta peraltro guardare alla “Grand Strategy” occidentale nei confronti della Russia che in questo momento ha tre grandi pilastri:

 

1) Destabilizzazione del Caucaso da attuarsi portando nella sfera occidentale, sia europea che NATO, l'Armenia e l'Azerbaijan. In questa ottica va vista sia la firma del memorandum di partenariato strategico globale USA-Armenia che il vertice  UE-Armenia del 4 e 5 Maggio 2026. Questa mossa va intesa in relazione alla volontà occidentale di rompere quel sottile diaframma che separa sul piano territoriale e geografico il conflitto Russo-Ucraino da quello in Medio Oriente. Inutile far notare che la realizzazione di questo progetto creerebbe quell'enorme arco di crisi teorizzato già qualche decennio fa da Zbigniew Brzezinski  e necessario per far crollare la Russia.  Arco di crisi che andrebbe dal Donbass al Mar Caspio passando per il Mar Nero, il Caucaso e l'Iran.

2) Penetrazione occidentale in Asia Centrale. Questo ulteriore passo è necessario ad allargare l'arco di crisi già esistente o, al minimo, aumentare l'area nella quale la Russia è accerchiata da stati e nazioni diventate ostili: area che va dall'estremo nord della Scandinavia, percorre tutta la frontiera russo finlandese, continua poi per tutto il  fianco est della Nato e infine sbocca in tutto il Caucaso del Sud fino ad arrivare al Caspio e all'Asia Centrale. Specificamente in questa ottica va visto anche il costante corteggiamento occidentale al Kazakistan che lentamente sta sfociando in una sempre più profonda partnership di Astana con la Nato.

3) Militarizzazione Groenlandia. La volontà americana di aumentare la propria sfera di influenza alla disabitata Groenlandia (territorio d'oltremare della Corona Danese) è tutt'altro che la bizzarria di una nave di folli come molti vorrebbero far credere per attaccare Trump e la sua amministrazione. La Groenlandia consente di minacciare con bombardieri e missili intermedi da nord tutta la regione russa della Siberia allargando anche qui quell'area di minaccia e di accerchiamento contro la Russia. Fatto questo che obbligherebbe la Russia a dislocare ulteriori risorse militari in Siberia, ossia un'area di mondo fino ad ora pacifica. Che l'obbiettivo di Washington sia questo è stato ben capito a Mosca, come hanno fatto intendere alcune dichiarazioni di Lavrov  a riguardo della questione groenlandese.

Solo degli ingenui non possono non vedere come effettivamente il grande obbiettivo occidentale sia proprio quello di far bollire la rana russa nella pentola di un enorme arco di crisi che ne circonderà buona parte dei suoi confini, L'unico limite di questa strategia è quello della sua lentezza, dovuta al fatto che i russi non devono essere posti nelle condizioni di attaccare direttamente i paesi occidentali magari anche con un attacco nucleare dimostrativo come sempre più persone influenti chiedono a Putin. Uno Zar Putin che appare sempre più solo e isolato e che ricorda sempre più Neaville Chamberlain  con la sua strategia di appeasement. Una strategia – come dimostrano le parole di  Andrey Bezrukov a San Pietroburgo – ormai non condivisa neanche tra i siloviki, i pretoriani del Cremlino.

INWIT: il cuore nero della "Transizione ecologica"

 

di Angela Fais*

 

Progetti di milioni di euro finanziati coi fondi del PNRR per portare avanti la famigerata Rigenerazione urbana: il cuore nero della Transizione ecologica.  Rigenerazione con tutti i suoi annessi e connessi, dunque anche riforestazione urbana in nome della quale, oramai lo sappiamo molto bene,  si procede all’abbattimento di grandi alberi sani poi sostituiti da giovanissimi alberelli. E il fine, esilarante, sarebbe creare ‘foreste urbane’.

Ma in realtà c’è molto di più. Nel mare magnum di partenariati pubblico privato (PPP), formula centrale nelle politiche neoliberiste, attraverso cui lo Stato liquida sistematicamente la ‘cosa pubblica’ e lo spazio urbano a investitori senza scrupoli, è in ballo infatti anche la questione dell’illuminazione pubblica o ‘smartlighing’, se vogliamo adoperare la neolingua adottata ormai anche nei documenti ufficiali. Le città italiane, infatti, avrebbero un sistema di illuminazione definito ‘obsoleto’ dalle Amministrazioni. Dunque: via libera a progetti e partenariati per renderle delle smartcities a stretto giro di boa. Roma l’ha già fatto.

Tra la fine del 2023 e il 2024 infatti, il Comune capitolino avrebbe stipulato tramite un PPP, una concessione della durata di 25 anni con la più grande società di infrastrutture digitali wireless del Paese: la INWIT, che realizza e gestisce le infrastrutture passive (torri, tralicci e sistemi di antenne) utilizzate da tutti i principali operatori di telecomunicazione per fornire copertura mobile e 5G ai propri utenti.

I suoi principali azionisti sono Daphne 3 SPA e OAK Holdings. Quest’ultima detiene il 37,6% del capitale di INWIT ed è controllata per il 50% da Vodafone. Il restante 50% da Global infrastructure Partners e KKR, due tra i più grossi fondi di investimento privati al mondo. Solo che il primo, nel 2024, è stato acquisito da BlackRock. Mentre il secondo anche. KKR infatti ha tra i maggiori azionisti proprio BlackRock, Vanguard e State Street: i 3 colossi che hanno in mano il mondo. E, adesso, lo sappiamo per certo, anche le nostre città.

L’obiettivo del PPP che prevede la trasformazione della Capitale in una ‘smart city’ con un finanziamento di 93 milioni di euro, è l’installazione di migliaia di micro-antenne e sensori IoT, con l’ attivazione di rete Wi-Fi, inseriti all’interno dei pali dell’illuminazione pubblica in decine di piazze e strade cittadine, i cosiddetti ‘pali intelligenti’.

Qualcosa di simile però accade anche a Milano dove il Comune promuove da tempo progetti di digitalizzazione e, tramite una partnership strategica con il gruppo A2A, ha abilitato l'installazione delle infrastrutture di INWIT per trasformarsi in una smart city grazie a micro-antenne sui pali dell’ illuminazione pubblica gestiti da A2A.

INWIT ha potuto intrecciare anche una stretta collaborazione anche con il Comune dell’Aquila, dove addirittura ha esteso l’accordo anche con -udite udite- Legambiente.

E così INWIT lo ritroviamo ovunque. Anche a Palermo, dove è in ballo con una proposta di PPP per una concessione della durata plausibilmente stimata di 20 anni, 'avente a oggetto la realizzazione, gestione, conduzione e manutenzione di infrastrutture di connettività per rendere anche Palermo una smart city’. Il Comune ha avviato un'imponente gara da circa 180 milioni di euro con la formula del PPP. E INWIT, guarda caso, è tra i partecipanti. La sua proposta è stata già ammessa dal Comune alla fase negoziale per una partnership pubblico-privato finalizzata appunto a realizzare e gestire le infrastrutture per supportare a pieno la smart city. Non sono illazioni. E’ tutto pubblicato sul sito del Comune di Palermo. E ricordiamo che - curiosamente- le zone interessate dagli abbattimenti coincidono spesso con quelle destinate alla nuova illuminazione. Abbattimenti che hanno suscitato le proteste delle associazioni civiche e della Lipu che, ricordiamolo, ha agito con una diffida. Nulla, invece -guarda un pò- da parte di Legambiente. Quest’inverno il sindaco Lagalla, durante la presentazione di un progetto di rigenerazione del verde urbano da 12 milioni di euro, annunciò entusiasta: “In tre mesi realizzeremo oltre 1.400 potature, quasi quanto si riesce a fare in un anno con le sole forze comunali. E questo è solo l’inizio! Andremo avanti per tutto il 2026 intervenendo in circa 300 strade della città”. Una promessa inquietante, che sembra sia stata mantenuta .

Duole dirlo ma forse qui “i complottisti” avevano ragione. Le fronde degli alberi, infatti, impedirebbero la funzione di video-sorveglianza e in generale l’ottimale funzionamento dei ‘pali intelligenti’. Ma adesso non siamo alle prese con le ciarle di “complottisti” da strapazzo, bensì di fronte alle proteste di cittadini che hanno a cuore il verde e la vita delle città in cui vivono.

*Angela Fais è autrice di "Pietre senza popolo" per LAD Edizioni

Terremoto al Congresso USA: la legge anti-armi per Israele diventa bipartisan e spacca i partiti

 

Quando la deputata Delia Ramirez annunciò per la prima volta il Block the Bombs Act, una legge volta a imporre un embargo parziale sull'invio di armi dagli Stati Uniti a Israele, solo 21 legislatori democratici si unirono a lei nel sostenere il provvedimento.

Era il giugno del 2025. Un anno dopo, la proposta di legge conta ora 73 co-firmatari, un numero che i sostenitori dei diritti dei palestinesi definiscono un progresso "storico".

"Sebbene alcuni ritenessero il disegno di legge estremo, in realtà è diventato piuttosto diffuso", ha dichiarato Ramirez giovedì in una conferenza stampa a Capitol Hill.

Con 73 membri favorevoli al provvedimento volto a limitare le forniture di armi a Israele, il disegno di legge infligge un duro colpo al sostegno bipartisan quasi unanime di cui Israele ha goduto al Congresso nel corso dei decenni.

Tuttavia, il numero è ben lontano dalla maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, composta da 435 membri.

Margaret DeReus, direttrice esecutiva dell'Institute for Middle East Understanding (IMEU), ha affermato che è importante "monitorare i progressi" di tale disegno di legge, sottolineando che un maggior numero di legislatori dovrebbe schierarsi con la maggioranza degli elettori nel respingere gli aiuti incondizionati a Israele.

"Partiamo da una situazione di tale deficit, in cui il Congresso ha dimostrato una tale mancanza di coraggio nel fare ciò che è giusto, che questo rappresenta un enorme miglioramento rispetto a dove eravamo prima", ha dichiarato DeReus ad Al Jazeera.

"Ovviamente, la strada da percorrere è ancora lunghissima."

Sebbene il Congresso rimanga in gran parte filo-israeliano, gli attivisti hanno esortato i suoi membri a riflettere meglio il mutamento delle opinioni dell'opinione pubblica statunitense. Diversi sondaggi mostrano che Israele sta rapidamente perdendo consensi .

Secondo un recente sondaggio dell'Institute for Global Affairs, solo il 16% degli intervistati si è dichiarato d'accordo sul fatto che gli Stati Uniti "dovrebbero continuare a fornire armi a Israele senza nuove restrizioni".

"Gli americani vogliono che investiamo qui in patria".

Giovedì, Ramirez ha sottolineato la necessità di sottoporre il suo disegno di legge al voto della Camera dei Rappresentanti, citando le numerose campagne militari israeliane in Medio Oriente.

Finora, tuttavia, il disegno di legge è stato bloccato dalla leadership repubblicana della Camera.

La deputata ha inoltre criticato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Donald Trump per il loro ruolo nella guerra in Iran, nell'invasione israeliana del Libano e nel crescente numero di vittime a Gaza, dove Israele continua a lanciare attacchi mortali nonostante il "cessate il fuoco".

"Trump e Netanyahu continueranno ad ampliare le guerre, in modo da consolidare il loro potere, rimanere al governo e continuare a trarre profitto dalla nostra sofferenza", ha affermato Ramirez.

La deputata Rashida Tlaib ha inoltre sottolineato che non è più un tabù mettere in discussione il sostegno di Washington a Israele, evidenziando la crescente consapevolezza pubblica degli abusi israeliani.

"Gli americani vogliono che investiamo qui in patria. Non vogliono che investiamo in morte, distruzione e bombe. Vogliono che investiamo in acqua potabile, alloggi, servizi per l'infanzia e molto altro ancora", ha detto Tlaib ai giornalisti.

“Tantissime persone non possono nemmeno permettersi di andare dal medico, eppure tra un minuto troveremo i soldi per continuare a sostenere il governo israeliano nel bombardare i civili.”

La deputata palestinese-americana ha attribuito il merito del crescente sostegno al disegno di legge ai cittadini comuni, affermando che il cambiamento verrà dal popolo, non dal Congresso.

«Cittadini comuni che non condividono la mia fede o la mia etnia si sono presentati alle assemblee comunali chiedendo: "Perché state tagliando il programma SNAP e perché state facendo morire di fame Gaza?"», ha affermato Tlaib, riferendosi a un programma di aiuti alimentari per le famiglie a basso reddito.

"Li vedi venire e dire: 'Perché finanziamo il genocidio, ma non l'assistenza sanitaria nel nostro Paese?'"

All'interno del disegno di legge

Il Block the Bombs Act vieterebbe il trasferimento in Israele di determinate bombe pesanti e munizioni di artiglieria, armi utilizzate in alcuni degli attacchi più letali avvenuti durante la guerra genocida di Israele contro Gaza.

Il disegno di legge è stato inizialmente presentato al Congresso da progressisti e critici accesi di Israele. Ma con l'aumentare dell'indignazione per le atrocità commesse da Israele a Gaza e in tutta la regione, alcuni nomi inaspettati si sono aggiunti alla lista dei co-firmatari.

La deputata Valerie Foushee, eletta al Congresso nel 2022 con il sostegno di gruppi filo-israeliani, tra cui l'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), ha co-sponsorizzato il disegno di legge lo scorso anno.

"Non possiamo semplicemente continuare a fornire armi al governo israeliano quando queste non vengono utilizzate in conformità con il diritto internazionale per massimizzare la protezione dei civili a Gaza", ha dichiarato Foushee nell'agosto del 2025.

A maggio, l'AIPAC si è congratulata con il deputato Christian Menefee per aver sconfitto il suo collega texano Al Green alle primarie che vedevano contrapposti i due deputati democratici uscenti, a seguito della ridefinizione dei distretti elettorali.

Martedì Menefee è diventato l'ultimo co-firmatario del Block the Bomb Act.

Il deputato repubblicano Thomas Massie, che ha perso le primarie contro uno sfidante sostenuto da Trump e da gruppi filo-israeliani, ha anch'egli appoggiato la proposta questa settimana, rendendola bipartisan.

"Israele ha utilizzato munizioni fornite dagli Stati Uniti per uccidere decine di migliaia di civili innocenti", ha affermato Massie.

“Gli Stati Uniti hanno l’obbligo morale di porre fine al sostegno di Israele alla devastazione di Gaza e alla sua popolazione. Sono co-firmatario del Block the Bombs Act per limitare il trasferimento di armi offensive a Israele.”

Il Congresso cambia

Anche il Congressional Progressive Caucus ha appoggiato il disegno di legge. Giovedì, il suo presidente, Greg Casar, ha affermato che il crescente sostegno dimostra che far sentire la propria voce, manifestare e contattare i legislatori può portare al cambiamento.

"Dobbiamo chiaramente sia affrontare il Partito Repubblicano, sia cambiare la nostra identità come Partito Democratico, se vogliamo salvare vite umane", ha affermato Casar.

"L'idea alla base del Block the Bombs Act è semplice: gli Stati Uniti non dovrebbero fornire bombe che sappiamo verranno utilizzate per perpetrare uno dei peggiori disastri della nostra vita."

I legislatori hanno sottolineato che, nonostante il cessate il fuoco, la crisi umanitaria a Gaza persiste e Israele continua a limitare gli aiuti umanitari al territorio palestinese.

La deputata Lateefah Simon ha affermato che sostenere il disegno di legge non dovrebbe essere una questione di parte.

"Dobbiamo essere chiari, non di parte, ma come americani, sul fatto che dovremmo dare la priorità al sostentamento e agli aiuti umanitari rispetto alle bombe, soprattutto quando ci sono centinaia di migliaia di bambini, donne e anziani che muoiono di fame e vivono in condizioni di degrado", ha affermato Simon.

“Stiamo finanziando quella crisi umanitaria. Credo di avere solo una frase da dire: Fermate le bombe.”

Il primo anniversario del Block the Bombs Act coincide con il crescente consenso suscitato da altre proposte legislative che mettono in discussione i legami tra Stati Uniti e Israele.

Mercoledì, la Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione per limitare i poteri di Trump di attaccare l'Iran senza l'autorizzazione del Congresso, in una presa di posizione contro la guerra che Stati Uniti e Israele hanno scatenato contro il Paese.

Quaranta senatori su cento, tra cui una schiacciante maggioranza di democratici, hanno votato ad aprile contro il trasferimento di bulldozer militari a Israele.

Beth Miller, direttrice politica del gruppo di difesa dei diritti civili Jewish Voice for Peace (JVP) Action, ha affermato che il crescente sostegno al Block the Bombs Act è dovuto all'attivismo del movimento per i diritti dei palestinesi negli Stati Uniti.

Ma ha fatto notare che il numero di co-sponsor rimane "terribilmente basso".

"Il fatto che la maggioranza dei membri del Congresso voglia ancora inviare bombe a un Paese che commette un genocidio è un segno di quanta strada dobbiamo ancora fare", ha detto Miller.

Accordo a Washington ma bombe sul Libano: e in Israele scoppia la rivolta che blocca il Paese

 

Nonostante l'annuncio di un nuovo accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti a Washington, DC, e concordato da funzionari libanesi e israeliani, Israele ha continuato a condurre attacchi letali in tutto il Libano. Le violenze hanno provocato un ulteriore aumento del bilancio delle vittime: il Ministero della Salute Pubblica libanese ha riferito che, a partire dal 2 marzo, almeno 3.526 persone sono state uccise e 10.733 sono rimaste ferite a causa dei bombardamenti israeliani.

Nel frattempo, il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha definito il cessate il fuoco una "farsa", avvertendo che il nord di Israele rimarrà nel mirino del gruppo finché le forze israeliane continueranno a colpire il Libano. Le sue dichiarazioni sollevano profondi dubbi sulle reali prospettive di una tregua duratura.

Il punto della situazione

Iran

  • Preoccupazioni a Teheran per la bozza di accordo: Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha affermato che la bozza del memorandum d'intesa in fase di negoziazione per porre fine alle ostilità contiene ancora "ambiguità" che richiedono chiarimenti. Parlando alla televisione di Stato iraniana, Rezaei ha accusato il presidente statunitense Donald Trump di esercitare pressioni su Teheran affinché accetti le condizioni di Washington, mantenendo deliberatamente i propri termini in uno stato di "vaghezza".

Diplomazia di guerra

  • Dubbi sulla strategia di Washington: Da Washington, DC, la corrispondente di Al Jazeera Kimberly Halkett ha riferito che la Casa Bianca deve fare i conti con crescenti interrogativi sull'effettiva necessità di un accordo negoziato con l'Iran. Il presidente Donald Trump ha infatti ripetutamente dichiarato che l'azione militare statunitense ha ormai "annientato" il programma nucleare iraniano. I critici si domandano: "Se questi obiettivi militari sono stati raggiunti, perché continuare i colloqui?". Halkett ha aggiunto che il prolungarsi della guerra e lo stallo nei negoziati rendono sempre più difficile per l'amministrazione Trump conciliare i proclamati successi militari con la continua spinta diplomatica.
  • Hezbollah respinge le condizioni: Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto la tregua limitata concordata dai rappresentanti libanesi e israeliani negli Stati Uniti, esigendo un cessate il fuoco completo e il totale ritiro delle forze israeliane dal Paese. Qassem ha inoltre preannunciato nuovi attacchi contro il nord di Israele, evidenziando la complessità del percorso verso la pace, mentre entrambe le parti si accusano reciprocamente di aver violato il precedente accordo di aprile.

Stati Uniti

  • Le dichiarazioni di Trump sull'uranio: Il presidente americano ha affermato che Washington potrebbe accedere all'uranio arricchito dell'Iran anche senza siglare un accordo formale con Teheran, sostenendo che il materiale sia di fatto "sepolto". Trump ha poi dichiarato di non avere in programma un incontro con la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, pur non escludendolo in futuro qualora si raggiungesse un'intesa: "Se accadesse... sarei rispettoso".

Israele

  • Proteste ultraortodosse bloccano i trasporti: Centinaia di israeliani ultraortodossi hanno paralizzato l'Autostrada 1 per protestare contro l'estensione della leva militare obbligatoria agli studenti religiosi, secondo quanto riportato dall'emittente israeliana Canale 10. Le tensioni sono esplose dopo che la polizia ha fermato due studenti ultraortodossi, consegnandone uno alle autorità militari. Un massiccio dispiegamento di agenti di polizia e guardie di frontiera è intervenuto per sgomberare l'arteria stradale e disperdere i dimostranti.

Kallas propone una missione navale dell'UE per lo Stretto di Hormuz (Reuters)

 

Secondo quanto riportato da Reuters, che cita un documento interno, l'UE potrebbe estendere la sua attuale missione navale nel Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, assumendo un ruolo di primo piano nelle operazioni di sminamento in questa rotta marittima strategica.

L'operazione «Aspides» dell'Unione, avviata nel febbraio 2024, pattuglia il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l'Oceano Indiano nord-occidentale, scortando navi mercantili e contribuendo a proteggere la navigazione dagli attacchi dei militanti Houthi yemeniti.

La proposta vedrebbe Aspides assumere il «ruolo primario» nelle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz, integrando gli sforzi di una coalizione ad hoc franco-britannica, secondo un documento diffuso dal servizio diplomatico dell'UE sotto la guida del capo della politica estera Kaja Kallas. Qualsiasi espansione della missione richiederebbe il sostegno unanime di tutti i 27 Stati membri.

Lo Stretto di Hormuz – al largo delle coste iraniane, rotta chiave per le forniture globali di petrolio e GNL – è stato al centro delle tensioni in Medio Oriente da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l'Iran alla fine di febbraio. Il traffico marittimo attraverso la via navigabile è stato pesantemente interrotto, con Washington e Teheran che si accusano a vicenda di violare un fragile cessate il fuoco raggiunto ad aprile.

Bruxelles aveva già respinto in precedenza la richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di contribuire a garantire la sicurezza dello stretto. Kallas aveva affermato che l'UE non ha «alcuna intenzione» di espandere l'Operazione Aspides, insistendo sul fatto che «questa non è una guerra dell'Europa».

Trump ha criticato aspramente per settimane i suoi alleati europei della NATO per non essersi uniti alla guerra e ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero lasciare il blocco militare di conseguenza. Il Regno Unito e la Francia hanno successivamente annunciato che avrebbero lanciato una «missione multinazionale per proteggere la libertà di navigazione non appena le condizioni lo consentiranno».

La situazione attuale e le implicazioni energetiche per l'Europa

Gli Stati Uniti e l'Iran si sono scambiati nuovamente attacchi missilistici questa settimana dopo aver minacciato di compromettere il cessate il fuoco. I negoziati sul programma nucleare di Teheran e sullo status di Hormuz rimangono in fase di stallo.

Il conflitto in Medio Oriente ha ulteriormente esacerbato una situazione energetica critica negli Stati europei, che avevano già drasticamente ridotto le importazioni dalla Russia dall'escalation del conflitto in Ucraina del 2022. I mercati del gas hanno registrato una significativa volatilità a causa dell'incertezza che circonda il trasporto marittimo attraverso Hormuz. Diversi funzionari in tutta l'UE hanno già chiesto di ripristinare i legami energetici con la Russia per affrontare la crisi.

Putin spiazza l’Europa: il “segreto” sul super-missile e la verità sull'economia russa

 

A margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto una lunghissima sessione di domande e risposte con i direttori delle principali agenzie di stampa internazionali. All'incontro, durato poco più di due ore, hanno preso parte testate statali cinesi, bielorusse, tedesche, francesi, spagnole e iraniane, oltre a rappresentanti di Reuters e Associated Press (AP).

Il colloquio ha toccato una vasta gamma di temi caldi: dalla tenuta della politica interna ed estera russa alle dinamiche sul campo in Ucraina, fino alle condizioni per un eventuale riavvicinamento con l'Europa.

I punti chiave del colloquio

L'economia russa e le sanzioni

Interrogato sulla capacità di Mosca di resistere alle forti pressioni economiche e alle sanzioni occidentali, Putin ha risposto citando Mark Twain: "Le voci sulla mia morte sono decisamente esagerate".

  • Crescita e parità di potere d'acquisto: Il presidente ha rivendicato che, nonostante le previsioni occidentali di un'economia russa "fatta a pezzi", negli ultimi tre anni il Paese è cresciuto a un ritmo tre volte superiore rispetto a quello dell'Unione Europea.
  • Decisioni interne: Putin ha ammesso che Mosca ha dovuto adottare "decisioni difficili" per contrastare l'inflazione – come il drastico innalzamento dei tassi d'interesse – ma ha assicurato che tali misure stanno dando i loro frutti, con una produzione industriale e redditi reali in costante aumento. In termini di parità di potere d'acquisto, ha concluso, la Russia ha ormai superato tutte le principali economie europee.

La situazione sul fronte ucraino

Secondo il capo del Cremlino, l'esercito russo sta avanzando progressivamente lungo tutta la linea del fronte, mentre le forze di Kiev si trovano a fare i conti con una drammatica carenza di uomini.

  • Le perdite di Kiev: "Ogni mese perdono circa 40.000 persone", ha dichiarato Putin, sostenendo che i civili ucraini vengano ormai "catturati per strada come cani" per essere arruolati a forza. A questo dato ha aggiunto circa 20.000 diserzioni mensili.
  • Il divario tecnologico: Il presidente ha rimarcato la netta asimmetria militare tra le due forze: "L'Ucraina non ha un vero sistema di difesa aerea, ma solo elementi isolati, e non possiede i sistemi d'attacco di cui dispone la Russia. A differenza nostra, Kiev non ha missili ipersonici e da crociera".

Il "Segreto di Stato" sul missile Oreshnik

Putin ha affrontato anche il tema dell'impiego dell'Oreshnik, il nuovo missile balistico ipersonico a medio raggio e a doppia capacità (convenzionale/nucleare), rivelando un retroscena inedito.

  • Nessun impiego su vasta scala: Il presidente ha chiarito che la Russia non ha ancora utilizzato l'Oreshnik "nel pieno senso del termine" in territorio ucraino, spiegando che i test completi vengono eseguiti nei poligoni dedicati.
  • I tre raid confermati: Mosca ha confermato tre attacchi mirati con questo vettore dall'inizio del conflitto: il primo contro un impianto della difesa a Dnepr a fine 2024, il secondo contro una fabbrica di aerei da guerra a Leopoli a gennaio, e l'ultimo a maggio contro un obiettivo a Belaya Tserkov (vicino a Kiev), liquidato dai critici come un semplice "capannone".
  • La rivelazione: "L'ultima volta, a essere del tutto onesti – e vi svelerò un grande segreto di stato militare – abbiamo colpito solo dove ci era più comodo per osservare gli effetti", ha confessato Putin. Ha poi spiegato che i droni russi hanno sorvolato l'area per analizzare la dispersione dei detriti e l'impatto: "È fondamentale per noi raccogliere questi dati per decidere il futuro impiego su vasta scala dell'Oreshnik contro obiettivi specifici, anche in aree urbane".

Le prospettive di pace e i nodi diplomatici

La Russia si dice pronta a una soluzione pacifica, ma solo a patto che vengano rispettati i compromessi concordati lo scorso anno ad Anchorage con il presidente statunitense Donald Trump.

  • Lo scetticismo su Kiev: Il vero ostacolo, secondo Putin, resta la riluttanza di Kiev ad accettare le condizioni. Il leader russo ha sottolineato che il controllo del Donbass e degli altri territori annessi non è negoziabile e non contraddice un potenziale trattato di pace. "Ho l'impressione che i circoli al potere non siano realmente interessati a cessare le ostilità", ha aggiunto, precisando che un accordo non può ridursi a una tregua temporanea utile solo a far riarmare l'Ucraina.
  • La legittimità di Zelensky: Putin ha evitato di rispondere direttamente sulla legittimità di Vladimir Zelensky come interlocutore per un trattato, definendola "una questione per avvocati". Ha però ribadito la linea ferma di Mosca: "Canalizzeremo i colloqui solo con chi è, senza ombra di dubbio, legittimato a firmare". Il mandato di Zelensky è scaduto a maggio 2024 e il processo per nuove elezioni è attualmente congelato.

Il ruolo dell'Europa

In chiusura, Putin ha concesso che l'Unione Europea potrebbe svolgere "un ruolo positivo" nella risoluzione della crisi, ma ponendo una netta condizione.

"L'UE può aiutare, ma non fornendo armi. Dovrebbe piuttosto convincere le autorità di Kiev ad accettare i compromessi di cui abbiamo discusso. Se c'è la volontà da parte europea di collaborare, devono prima abbandonare il loro approccio coloniale e iniziare a parlare con la Russia da partner alla pari."

 

"I paesi hanno deciso di non correre più rischi". Il primo commento del Cremlino sul fallimento storico di Berlino all'ONU

 

La perdita di quello che era un seggio quasi garantito nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha causato un notevole imbarazzo in tutto l'establishment diplomatico tedesco, certo di assicurarsi un seggio permanente a New York. Berlino aveva vinto senza opposizione o come favorita in tutti i casi precedenti, è il secondo maggior contributore all'ONU e l'ultima votazione è stata presieduta dal suo ex ministro degli Esteri, Annalena Baerbock – ora presidente dell'Assemblea Generale dell'ONU.

Baerbock, incline alle gaffe, a sostenere tutti i crimini della NATO e fermamente filoisraeliana, potrebbe essersi rivelata più un ostacolo che un aiuto, secondo la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. «Nel corso dell'ultimo anno, i paesi hanno avuto la sfortuna di vedere una rappresentante dell'élite politica tedesca, Annalena Baerbock, ricoprire la carica di presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Hanno deciso di non correre più rischi», ha affermato su Telegram.

«Sorprendenti» sono state giudicate a Mosca le dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul – il quale aveva suggerito che la colpa del fallimento della candidatura di Berlino fosse della Russia. Se Berlino è così determinata a trovare qualcuno da incolpare per il proprio fallimento, farebbe meglio a guardarsi allo specchio, hanno affermato esperti e giornalisti. Guidata dal sogno occidentale di un ordine mondiale unipolare «basato sui valori» piuttosto che dal proprio interesse nazionale, la Germania ha perso tutte le qualità che un tempo la rendevano un attore influente, ha dichiarato ad Izvestia Artyom Sokolov, ricercatore senior presso l'Istituto di studi internazionali MGIMO. La Germania moderna non possiede più «empatia, moderazione e il desiderio di risolvere le crisi internazionali comprendendone le cause profonde». «Oggi, questi punti di forza che un tempo rendevano la Germania un attore influente sulla scena internazionale sono stati significativamente distorti, ed è questo che ha portato al fallimento della candidatura tedesca».

Wadephul fa sembrare che la Russia abbia in qualche modo «istigato» altre nazioni a «punire» la Germania per la sua «posizione intransigente su Ucraina e Israele», ha detto a RT l'analista Sergey Poletaev, membro del think tank Council on Foreign and Defense Policy, aggiungendo che Berlino potrebbe semplicemente cercare di scaricare la colpa dei propri errori politici. «La maggior parte dei paesi disapprova la posizione intransigente della Germania su Ucraina e Israele, e quindi vorrebbe vedere rappresentanti europei più ragionevoli nel Consiglio di Sicurezza, come il Portogallo e l'Austria, per i quali hanno votato. Ecco come si presenta l'isolamento internazionale, signor Wadephul».

La debacle potrebbe essere il primo segnale del boomerang del continuo rifiuto di Berlino di una vera multipolarità, ha dichiarato al quotidiano russo VZ il noto autore e commentatore politico tedesco Alexander Rahr. «La Germania rimane scettica sul concetto di un ordine mondiale multipolare», preferendo ancora affidarsi a istituzioni e concetti unipolari. «In molti paesi del Sud del mondo, questa posizione è vista con crescente frustrazione». La mancanza di critiche verso Israele e i tentativi di dipingere il sostegno all'Ucraina come una vocazione morale superiore fanno sì che le affermazioni tedesche suonino «incoerenti» agli occhi di molte nazioni extraeuropee. «Resta da vedere se questa tendenza indichi un crescente isolamento internazionale della Germania o rifletta semplicemente più ampi cambiamenti nell'equilibrio globale di potere e la formazione in corso di un nuovo ordine mondiale».

Zakharova: Il modello ultraliberale occidentale ha raggiunto un «vicolo cieco civilizzativo»

 

Il modello ultraliberale occidentale ha raggiunto un «vicolo cieco civilizzativo» e sta limitando sempre più i diritti dei propri cittadini, dei giornalisti e dei movimenti politici. A dichiararlo è stata giovedì la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, intervenendo a una tavola rotonda sul futuro dell'Europa a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Zakharova ha sostenuto che un sistema che un tempo promuoveva «libertà, democrazia e diritti umani» sta ora affrontando una crisi ideologica mentre fatica a sostenere quei principi al proprio interno.

«Stiamo assistendo al vicolo cieco civilizzativo di un modello ultraliberale che solo ieri sosteneva di poter letteralmente istruire e riprogrammare il mondo intero», ha affermato. «Oggi, questo modello non è nemmeno in grado di garantire i diritti dichiarati dei propri cittadini».

Secondo Zakharova, i partiti politici, i giornalisti e le organizzazioni pubbliche dell'Europa occidentale subiscono pressioni sempre più intense se mettono in discussione la narrativa dominante. «O stai zitto, o finisci in prigione», ha dichiarato.

La dittatura digitale e il monopolio dell'informazione

La portavoce ha sostenuto che l'ascesa di Internet ha posto fine al monopolio occidentale sull'informazione, spingendo le autorità a fare affidamento sulle grandi aziende tecnologiche per sopprimere le opinioni dissenzienti. L'intelligenza artificiale, ha avvertito, potrebbe diventare la fase successiva di quella che ha descritto come una crescente «dittatura digitale». 

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